Gianna Lai

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Ormai son due anni c, dal 1° settembre 2019, he ogni domenica pubblichiamo un post per comporre, come in un mosaico, la storia di Carbonia, momento fondamentale del movimento operaio in Sardegna,

Come fa rilevare lo storico Antonello Mattone nel suo libro dedicato a Velio Spano, il Convegno regionale dei quadri sardi di aprile 1947, “segna la definitiva liquidazione di ogni riserva classista sulla politica autonomista e di ogni sacca di resistenza  alla strategia togliattiana”, una volta  riconfermata “la validità dell’azione politica svolta da Spano per conto della direzione”.
E se, riferendosi a Carbonia, Spano aveva detto fin dal 1945,  “La classe operaia del bacino minerario deve strappare dalle mani della borghesia la bandiera dell’autonomia e porsi decisamente alla testa di tutto il movimento popolare sardo”, è ancora il dirigente comunista a voler  definire il carattere della nuova battaglia, rispetto all’intero contesto politico: “l’autonomia non è sinonimo di socialismo ma è un’insopprimibile esigenza per la Sardegna”. Sicché, da questo momento, “l’attuazione dello Statuto  diventa ….. nelle scelte del PCI l’occasione per una vasta mobilitazione di massa a favore dell’autonomia”, quando sia stata ben chiarita l’avversione del partito nei confronti di ogni ipotesi federalista della struttura statale, come da intervento dello stesso Velio Spano nella grande manifestazione  popolare cagliaritana all’Olimpia, il  27 gennaio del 1946. Fino al  Convegno regionale dei partiti autonomisti, a settembre pag.149,  contro il rinvio del voto sullo Statuto  sardo in Assemblea Costituente. Che dimostra come sembrino convincere le masse popolari la battaglia per un governo locale regionale,  più immediato interlocutore dei  lavoratori, e il pensiero dell’autonomia, espressione diretta del nuovo regime democratico. Convincente l’intervento delle forze politiche già nelle campagne elettorali del 1946, convincente l’esito elettorale per i democratici siciliani dell’appena costituito primo Consiglio della Regione auotonoma.  Il Psd’az, innanzitutto, tra i protagonisti di questa battaglia, col progetto di autonomia fondato sul federalismo e risalente al primo dopoguerra in Sardegna; e poi i socialisti, cui si associano all’inizio anche i democristiani. Lussu e il Partito Sardo d’Azione a esprimere “una notevole capacità di mobilitazione popolare per l’autonomia”, certo meno imponente dell’organizzazione del PCI, Lussu e Mastino i due costituenti, mentre si fa sempre più difficile mantenere unite le due anime del partito. Quella lussiana, “la rifondazione  del Partito sardo d’Azione su basi sociali nuove, come movimento democratico  a carattere prevalentemente proletario, per il riscatto delle masse rurali…. degli operai, dei minatori e dei pastori” e nel contrasto alle forze ” capitalistiche e conservatrici locali”; ora che “ai sardisti, dice Lussu, si presenta un’occasione  irrinunciabile di porsi tra le avanguardie della trasformazione  della vita  nazionale e di trasfondervi la coscienza autonomistica che li ha sin dall’inizio ispirati”. E quella più conservatrice, si legge nell’introduzione di  Luisa Maria Plaisant al recente “Emilio Lussu. Tutte le opere”,  un partito che Lussu “giudica imborghesito e staccato dalle masse, segnato dall’immobilismo e dal clientelismo politico”, una dirigenza “sempre più chiusa in una dimensione provinciale, diffidente nei confronti di tutto ciò che proviene dal continente e quindi dagli stessi partiti a dimensione nazionale”. Fin dal suo sbarco in Sardegna, nel ‘44, e a partire da quel suo discorso ai “compagni e lavoratori tutti” di Carbonia sulla ricostruzione  e sull’autonomia, sulla “grande azienda  diretta qui, costituita qui, accompagnata qui dal lavoro comune degli operai e dei tecnici”, che è “un principio di autonomia. Autonomia è vita, è libertà, è controllo di popolo…nel grande quadro  della vita italiana ed europea”. E poi  nell’intervento del 29 maggio all’Assemblea Costituente, “Autonomia è maggiore democrazia, perchè mette a contatto più immediato e diretto il popolo in ogni nucleo, cittadino o rurale, nel controllo e nell’iniziativa  dei propri rappresentanti. E’ la domanda che ha subito la risposta sul luogo, nel luogo, entro i limiti della legge”, pubblica “Il Solco”.
Certo impegnativo per il Partito Sardo d’Azione affrontare la battaglia sullo Statuto alla vigilia di una scissione, “la matrice socialista, e più in generale l’orientamento politico del partito, tema centrale di discussione all’VIII Congresso dell’aprile 1947 a Cagliari . Così per i socialisti, appena reduci dalla scissione di Saragat, sul nodo dell’unità d’azione con il PCI. E se la base del PSI  resta  i in prevalenza fedele al partito, pur disorientata da quello scontro, è importante nel gruppo dirigente  la defezione dell’onorevole Angelo Corsi, iglesiente e già a capo della SMCS, in quel territorio così a lungo presidiato dal movimento socialista. E per la cui salvezza “Sardegna Socialista” invoca ora l’intervento della regione, sintetizzando nell’interrogativo “durerà Carbonia?” la questione fondamentale del futuro di tutta l’isola.
Si legge nell’introduzione di Luciano Marrocu a “Sardegna Socialista Sardegna Avanti” della grande incertezza  dei socialisti sui temi dell’autonomia, 1946 “le elezioni per la Costituente avevano rivelato le insufficienze dell’azione socialista nella regione e sancito in maniera definitiva l’egemonia  dei comunisti sardi nei confronti di quegli strati operai che avevano costituto in tempi diversi  la forza del partito socialista”.
“Noi dunque siamo per l’autonomia della nostra piccola patria, e per l’autonomia lotteremo, con l’augurio più ardente che i nostri voti siano esauditi” aveva scritto  Massimo Cannas il 12 maggio 1946 ad Iglesias, sul supplemento elettorale di Sardegna Socialista, in linea con la battaglia portata avanti nel Sulcis- Iglesiente da comunisti e lussiani durante la campagna elettorale delle amministrative e per la Costituente. Subito dopo “Sardegna Avanti”, dal 1 luglio 1946 nuovo organo del Partito, dichiarava di voler continuare, come “nelle intenzioni del direttore,…. quell’azione di propaganda che aveva caratterizzato Sardegna Socialista,”18, ma dedicando tuttavia maggiore  attenzione alla tematica autonomistica.  Esclusa ancora l’ipotesi federalistica, così la Redazione presentando “Il nostro giornale”, il 21 luglio del 1946: “Sardi, sappiamo che, premessa l’intangibile unità nazionale, per arrivare alla redenzione dell’isola bisogna conquistare le libertà locali: autonomia del comune, autonomia della Regione. Senza libertà locali non si ha autogoverno, senza autogoverno non si ha la possibilità di un continuo sviluppo  della coscienza  e delle capacità dei lavoratori, mancando le quali non si ha socialismo”
E tuttavia  ancora manca nel partito, come ribadisce il professsor Marrocu, “una precisa definizione del suo orientamento nei confronti  dell’autonomia regionale”, così  lo stesso Nenni a Cagliari nel giugno del 1947, rispetto al tema, ” Se abbiamo qualche diffidenza è perché l’Italia ha più bisogno che mai di rafforzarsi nell’unità nazionale….Tutto dipenderà dai limiti in cui saranno tenuti esperimenti regionalistici”. Così le critiche di “Sardegna Avanti”, già nell’aprile  del 1947, per come l’autonomia avrebbe potuto diventare nelle mani della classe dominante, “uno strumento di conservazione, un’arma che [essa] avrebbe certamente utilizzato per isolare la Sardegna dal generale progresso del Paese”.
E non fu accolta molto bene,  ad agosto, neanche in Assemblea Costituente,  la mozione Lussu-Laconi- Spano per accelerare la discussione e l’approvazione dello Statuto: a dichiararsi contrari gli stessi democristiani sardi, suscitando la dura  risposta de “Il Solco” contro  Mannironi, Segni e Chieffi, “cricche fraudolente e rapaci”, secondo l’organo del Partito Sardo d’Azione , che “osteggiavano e boicottavano il Progetto di Statuto”, schierandosi a fianco dei rappresentanti continentali della destra, come leggiamo in Maria Rosa Cardia. Così in Girolamo Sotgiu, “La mozione fu respinta con i voti della DC, tra i quali quelli dei deputati sardi Chieffi e Mannironi”: secondo lo storico “la Dc era  ormai diventata il partito dominante della Consulta, e già in possesso di pressoché tutte le leve del potere, anche senza rinunziare alle posizioni autonomiste, che erano nella sua tradizione, non premeva ormai più per affrettare i tempi di approvazione dello Statuto, che avrebbe portato alle elezioni e ad avere perciò un’assemblea resa più autorevole dal voto popolare, ma la cui composizione non era prevedibile. Dalla SES alla Carbosarda, tutto  il territorio sotto il controllo democristiano, ma anche a livello nazionale se l’amministratore delegato ACaI Stefano Chieffi, costituente, uomo fedele di Segni, è inserito anche nei Consigli di amministrazione delle società che gestiscono il mercato del carbone nazionale, determinanti nella distribuzione delle risorse e nelle scelte politiche, quindi, in campo energetico.

Fonte: Democrazia Oggi

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