Gianna Lai

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La domenica in questo blog si parla della storia di Carbonia dal 1° settembre 2019[1].

A dare uno spiraglio di luce, un reddito sicuro, se pur modesto, l’apertura dei grandi magazzini PTB, poi UPIM, vero riscatto per tante ragazze, e poi l’apertura a pieno regime delle scuole elementari, per le maestre, spesso molto numerose tra le mogli dei dirigenti e degli impiegati. E l’apertura del mercato cittadino, tante donne nelle bancarelle del pesce e dei generi alimentari più vari, fino alla nascita dei piccoli negozietti di quartiere, col beneplacito dell’ACaI. Vero sostegno, le bottegaie e i commercianti, alle lotte dei minatori e alle loro famiglie: vendita a credito, “a libretto”, in attesa del salario di fine mese, anche quando comincia a diventare meno sicuro con l’inizio dei licenziamenti di massa. E cuoche nelle refezioni della scuola, le donne, e lavandaie, sarte, magliaie, pensionanti, commesse, parrucchiere, “fu il loro modo di diventare cittadine, in un miscuglio di lavori tradizionali e nuovi”, come dice l’antropologa Paola Atzeni, a fianco dei mariti  muratori, barbieri, sarti calzolai, falegnami, il volto della città che pretende di sopravvivere oltre la crisi. Così perlomeno le ritrae il fotografo, dalle  ragazze del corso di taglio e cucito, alle già  più eleganti invitate al ballo del dopolavoro1).
E’ per questo che il numero delle vere e proprie casalinghe tende a ridursi sempre di più a Carbonia, così difficile tirare avanti, l’alimentazione ad assorbire la gran parte delle risorse economiche, e tanti figli da sfamare, ancora così faticoso, alle soglie degli anni cinquanta, l’approvvigionamento alimentare. Il fatto è che la città resta a lungo del tutto priva di servizi sociali e assistenziali, ed è allora  più grave la crisi quando, ad ammalarsi, è il capo famiglia, le donne a provvedere a tutte le necessità. Così come, sempre pronte,  devono tenersi ad affrontare ogni possibile nuovo trasferimento, l’alternativa ancora il paese,  una volta ripresi i collegamenti delle Ferrovie Meridionali Sarde, che assicurano lo spostamento quotidiano dei minatori pendolari, provenienti dal territorio.
Come è successo a Rosa, descritta da Sandro Mantega in “Senza sole né stelle”, che torna a Sant’Anna Arresi, dopo aver “vissuto col marito Luigino, scampato al fronte russo” e i qattro figli, a Carbonia, dove ha inutilmente atteso “per tre anni, l’appartamento, che non è mai arrivato”.
Sì perché la città non è in grado di contenere  tutti i lavoratori e le loro famiglie, costrette alla promiscuità nei piccoli alloggi delle  case operaie o nei cameroni degli alberghi destinati agli scapoli. Se non addirittura nelle baracche dell’estrema periferia, madri e ragazze  ancora  a lavare i panni nei vicini corsi d’acqua, presso il rio Cannas, ad esempio, scalze o con gli zoccoli, ma sorridenti, come sono  ritratte nelle foto d’epoca.. Ma sempre più disorientate, le donne, dalla prospettiva di nuova possibile emigrazione  imposta  verso località del tutto ignote, con la ripresa dei licenziamenti: più forte lo spaesamento quando si comincia a capire che l’unica alternativa sarebbero rimaste le miniere ancora aperte, in chissà quale parte d’Europa!
A lungo tante  donne hanno imparato a vivere in una città abitata  prevalentemente da uomini, fatta  per il lavoro degli uomini. E quando si stabilizzano i residenti, finalmente nei primi anni cinquanta il vero  riequilibrio, emerge poco a poco una comunità lentamente già in formazione fin dagli anni precedenti, grazie alla presenza dei partiti, del sindacato e dell’associazionismo da loro promosso, formidabile tramite di una educazione alla solidarietà, di cui a Carbonia non si è ancora persa la memoria. E grazie alla presenza delle mogli e dei bambini dei minatori. In quelle abitazioni moderne, provviste di luce, acqua corrente e bagno, la cucina con le maioliche e il focolare per il carbone, a riscaldare l’intero appartamento. Pur mai risolto l’abusivismo e il continuo farsi e disfarsi di bidonvilles ai margini della città, nuovi rapporti tra le famiglie nei quartieri stabili del centro e della periferia, nuove forme di  solidarietà, in questa storia  che accomuna migliaia di persone durante il passaggio epocale dalla guerra alla pace. Il cambiamento nei modi di pensare e nelle mentalità, in uno spazio di relazioni enorme, come è enorme la città, rispetto al paese di provenienza. Coppie giovanissime con famiglia già numerosa, numerosissime le classi della scuola elementare, ciascuna formata da 40-50 bambini, dove la scuola c’è, evidentemente, mancando ancora del tutto nelle piccole frazioni ma, a lungo, anche nei centri più grossi, come Cortoghiana. Ed i caratteri  sembrano rimanere quelli del passato, mantenere perlomeno un forte ancoraggio alla provenienza di massa, ancora tutti quei dialetti, dal veneto al siciliano al marchigiano al sardo, capendosi tuttavia benissimo gli abitanti tra loro. Ed anche  i bambini, tutti quei bambini provenienti da famiglie così numerose, come erano quelle dei minatori, che dentro la scuola apprendono l’uso dell’italiano e in casa continuano a parlare la lingua d’origine dei loro genitori. E che vivono la trasformazione attraverso la precarietà dell’instabile condizione di vita nella miniera, molti di loro ancora definendo il legame nuovo col paese sulcitano di provenienza, nello scambio continuo fra le due culture, operaia della città, agricolo-pastorale tutt’intorno. Specialmente  durante le lotte dei lavoratori per la difesa delle miniere e dei contadini per la conquista della terra, tra la fine degli anni quaranta e l’inizio dei cinquanta. Quando  il protagonismo delle donne inciderà ancora di più e sarà  determinante, il loro processo di emancipazione, nel costruire un futuro possibile e di grande impegno sociale: far studiare i figli e combattere le lotte per il lavoro. Creando strutture organizzative autonome o direttamente gestendo quelle interne ai partiti ad esse destinate, per animare la vita dei quartieri ed elevarne cultura e livelli di partecipazione.

References

  1. ^1° settembre 2019 (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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