Gianna Lai

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Torna la domenica e con essa, dal 1° settembre del 2019[1],  il post sulla storia di Carbonia.

Importante il quadro generale sullo sviluppo del Partito e del Sindacato, per comprendere la politica del movimento operaio a Carbonia, quali le più significative ricadute territoriali, sopratutto in occasione  delle  trattative per l’applicazione, in miniera, degli accordi già siglati a livello nazionale. I rapporti interni alla maggioranza di governo, la gestione delle rivendicazioni operaie secondo intese di vertice, il carattere universalistico del sindacato, che mantiene l’unità tra i lavoratori, partendo dalla difesa dei più deboli, dal salario più basso, sembra richiamare ancora la condizione dei minatori di Carbonia, tra gli operai meno pagati in Italia,  i più deboli a reggere il confronto con la Carbosarda e con la Confindustria. Così scarsamente riconosciute come organismo di rappresentanza le  Commissioni interne da parte della SMCS, sempre scarsa la considerazione nei confronti delle leghe e della stessa Camera del lavoro, il movimento traeva la sua forza dall’adesione alla Confederazione Generale, che siglava accordi unificanti sul salario e contratti validi su tutto il territorio nazionale. Anche se le differenze tra Nord e Sud restavano, come restava diverso il conteggio del cottimo, definito a livello aziendale ed in maniera del tutto impropria, a Carbonia in particolare, secondo tabelle mai concordate con le Commissioni interne di miniera. La gestione verticistica del Sindacato di quel tempo aveva questo valore per gli operai di Carbonia e per la rappresentanza sociale, basti dire  quale dura prova fosse per tutti affrontare le vertenze per l’applicazione di accordi già definiti a livello nazionale, con la Confindustria provinciale, cui faceva capo la stessa SMCS, alle quali era spesso chiamato lo stesso prefetto, perché si  potesse giungere a un’intesa finale.
L’azione dei lavoratori sul salario e sulla difesa del posto di lavoro  ha naturale sbocco nelle  trattative tra sindacato e azienda e diviene il banco di prova della nuova  organizzazione a Carbonia e su tutto il territorio, secondo il programma confederale del già citato 1^ Congresso dei Sindacati dell’Italia liberata, 15-16 settembre 1944. Quando Di Vittorio sollecitò la partecipazione dei lavoratori proprio ’sui temi del Contratto, dei prezzi e della lotta contro il mercato nero, come su quelli della Ricostruzione’, esprimendo “un’immensa fiducia nelle capacità creative del popolo, insieme a un caldo appello alla democrazia”.
A Carbonia il segretario della Camera del lavoro Luigi Piga, insieme ai segretari delle leghe, coordina l’attività nel territorio, secondo gli accordi stabiliti sulle rappresentanze paritetiche delle correnti sindacali, che dovevano essere nominate “con elezioni e metodo proporzionale e non attraverso la designazione dall’alto dei partiti”. Indicazioni, però, di difficile attuazione  a Carbonia, dove non sempre democristiani e socialisti erano in grado di esprimere loro rappresentanti, proprio per la mancanza di operai di miniera, loro iscritti, preparati a tale compito, dicono le testimonianze. Continuano quindi a prevalere nel gruppo dirigente della CGIL gli iscritti al PCI, i più votati del resto, perché i più consapevoli nello stabilire  la linea, i più determinati nella definizione degli obiettivi, in quanto fortemente coinvolti nel dibattito politico del Partito. Soprattutto quello che andava sviluppandosi nelle stesse sezioni cittadine, sicché  son gli stessi dirigenti del partito a intervenire nell’azione sindacale, a orientarla a determinarla. E poi i rapporti con i sardisti che a Carbonia riflettono le scelte regionali. Già avviati i contatti con il Psd’az in Sardegna sul piano sindacale, fin dal gennaio 1945, “al momento di eleggere i rappresentanti dei settori dell’industria, del commercio, dell’agricoltura, per assicurarsi la maggioranza delle preferenze espresse dai lavoratori, Laconi, dice la professoressa Di Felice, organizzava con successo l’inserimento di candidati comunisti in una prima lista con i socialisti, ma anche in una seconda formata con socialisti e sardisti”. Sulla linea  ancor meglio definita dal II Congresso regionale del PCI, 25-27maggio 1945, che “raccomandava di stabilire cordiali vincoli di collaborazione con le altre formazioni politiche, in special modo con il Partito sardo d’azione  e con quello democristiano”.
La Camera del Lavoro di Carbonia svolge la sua attività occupando i locali di via Nuoro, già sede dell’organizzazione fascista, della quale eredita suppellettili, attrezzature  e impianti di amplificazione, così preziosi  perchè gli annunci del sindacato possan direttamente raggiungere la città e, dalla sede, la stessa via Roma. Immediata la richiesta di confronto con la Carbosarda sulle miniere e le sulle prospettive future. Erano i tempi  degli accordi nazionali imprenditori-sindacati che, favorevoli ad un rapporto  di collaborazione nelle aziende, avevano fatta propria la l’iniziativa del ministro dell’industria, di concerto col ministro delle fiananze e del tesoro, sulla partecipazione di rappresentanti delle maestranze nei Consigli di amministrazione. Così il primo incontro fra Camera del Lavoro e nuova gestione dell’azienda avvenne in città proprio per discutere l’applicazione dell’intesa ministro dell’industria-CGIL sulla “elezione in miniera, da parte delle varie categorie, di tre operai, un impiegato e un dirigente, chiamati a far parte del Consiglio di amministrazione SMCS”, appena rinnovato. Pura rappresentanza, senza possibilità alcuna di “incidere sull’assetto complessivo dell’Azienda”, ad opporsi immediatamente, questa volta, lo stesso ministro delle finanze, scarsissima anche la disponibiltà di ACaI e di Carbosarda.
Il fatto è che immutata resta la politica della nuova direzione nei confronti degli operai e dei sindacati, rispetto alla gestione alleata, come allora scarse le relazioni con la Commissione interna, nonostante le continue richieste di incontro da parte dei suoi  rappresentanti mentre,  sull’applicazione degli accordi nazionali, le vertenze vengono gestite dalle strutture provinciali, cioé dalla Federazione dei minatori e dalla Associazione industriali di Cagliari. La decisione governativa di mantenere a Roma la sede della direzione  SMCS avrebbe inoltre dirottato spesso nella capitale gli incontri azienda-sindacati,  anche per l’applicazione di accordi nazionali,  escludendo  in tal modo gli organismi territoriali, impossibilitati ad assicurare un’informazione diretta ai lavoratori, un collegamento stretto sull’andamento delle trattative. Ecco perché nelle miniere ACaI si arriva sempre per ultimi a riconoscere adeguamenti e revisioni salariali, sempre lunghi i tempi imposti dalla SMCS per le trattative, anche sulle intese già definite a livello generale con la CGIL. L’Associazione mineraria italiana degli industriali privati a rappresentare  il governo in sede  nazionale  e provinciale, cioé gli intransigenti proprietari delle società che controllavano il bacino dell’Iglesiente,  Pertusola e Montecatini, la miniera di Montevecchio appena riaperta nel settembre del 1945. Perché solo a partire dal 1956  le aziende di Stato, IRI, ENI, ecc., e quindi ACaI-SMCS, si sarebbero staccate dalla Confindustria,  dando vita all’Intersind.

References

  1. ^1° settembre del 2019 (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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