Gianna Lai

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Oggi domenica ecco l’immancabile post sulla storia di Carbonia dal 1° settembre 2019.

Sono  molto giovani i minatori di Carbonia nel dopoguerra, così quelli dei cantieri edili, e giovani i ferrovieri delle Ferrovie Meridionali Sarde, ancora dipendenti  Carbosarda, e i portuali SMCS del porto di Ponti a Sant’Antioco. Più maturi gli addetti alle officine, operai specilizzati, così come i dipendenti dell’Azienda agraria SMCS,  che assorbe i primi ‘esuberi’, mentre si preparano i licenziamenti di massa. I più attempati solo tra i sorveglianti e i capisquadra, tra gli impiegati, i tecnici e i dirigenti. In città coppie giovanissime, con famiglia già numerosa, e sono giovani allo stesso modo i nostri testimoni, a quel tempo, Aldo Lai quando viene a Carbonia nel 1944 ha 26 anni, è sposato e ha due figli,  così Giuseppe Atzori e Vincenzo Cutaia, dalla Sicilia ad Iglesias, quest’ultimo, e poi a Carbonia poco più che ventenne. Così dalla testimonianza di Antonio Saba, futuro sindaco della città, a 15 anni da Buggerru a Sant’Antioco, porto di Ponti: nel 1944, dipendente SMCS, aiuto elettricista sulle gru danneggiate gravemente dai bombardamenti. Così quelli che del movimento diverranno poi dirigenti, da Mistroni, Pirastru a Pietro Cocco a Salis, Milia, Suella, Bianciardi, Pelessoni, Lecca: tra loro anche impiegati comunali o SMCS.
Ma molti di questi giovani lavoratori sono spesso emigrati senza famiglia, che vivono negli alberghi operai, 11  complessivamente in città, destinati a una vita di solitudine ed esposti al degrado di una città-villaggio per soli uomini, almeno fin dopo la liberazione. Cui cerca di sottrarli la sezione  di partito, la frequentazione del sindacato, ancora dopolavoro e cinema unici luoghi di incontro, non sempre in grado, tuttavia di reggere quella grande massa. E più ancora esposti i giovanissimi, i ragazzi, allo sfruttamento in miniera e nei cantieri, se non scatta, a proteggerli,  una forte solidarietà da parte della squadra in cui sono inseriti. Come al tempo del fascismo, si entra in Carbosarda, o nelle imprese d’appalto che fanno capo alla SMCS, ancora prima di aver compiuto i sedici anni, più bassi, naturalmente,  i salari. A seguito del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro degli operai addetti all’industria mineraria, firmato il 16 ottobre 1946, il primo dopo la Repubblica, la Tabella salariale SMCS sui ‘Nuovi minimi di paga’,  datata 5 novembre 1946, prevede per i più giovani, ‘ragazzi dai 16 ai 18 anni’ e  ‘ragazzi inferiori ai 16 anni’, lire 120 di salario base, lire 120 la contingenza, 41,20 lire  il 3° elemento, per i primi; lire 92,80, lire 80, lire 1,60, per i secondi, ancora l’età a determinare il salario 1). E di gran lunga risultano distanziati i giovani dai manovali di miniera, che pure sono  ultimi nella tabella salariale, lire 171,60 per il manovale comune, lire  160 la contingenza,  41,20 lire  per il 3° elemento, lire 20 l’indennità di sottosuolo. Come al tempo del fascismo la regolamentazione del lavoro resta la stessa, che definisce  un unico riconoscimento salariale per  i giovani, e per le donne, come vedremo,  qualunque ne sia la mansione: a Carbonia, generalmente,  addetti ai servizi o assunti nelle officine dei piazzali di miniera, i ragazzi.
E valgono le testimonianze degli operai minatori degli anni cinquanta, che ricordano di essere entrati in Carbosarda ancora ragazzi, come testimonia Sandro Mantega in “Senza sole nè stelle”: Dante che, “alla morte del padre ha 11 anni, il più grande di sette fratelli, assunto nella miniera di Bacu Abis. Appena quattordicenne, entra a Serbariu……, i ragazzi più giovani non possono essere impiegati in sotterraneo, Dante viene  assegnato ad una delle squadre addette alla manutenzione degli edifici della miniera e dell’azienda agraria. E, appena compiuti i sedici anni, spedito in galleria, dove rimarrà per quattro lustri, fino a quando non intraprenderà l’attività sindacale”. Così Benedetto, che  ha iniziato a lavorare a Serbariu a 15 anni, come “ragazzo d’ufficio,….e chiede poi di essere trasferito nell’officina della miniera”. Così Francesco, “poco più che quindicenne seguendo l’esempio del padre, che aveva lasciato le pecore  per la miniera, incomincia a lavorare come aiuto elettricista a Serbariu”. Quindi diventa frenatore, “per intervenire se qualche rimorchio si sgancia”, poi arganista, ad “azionare le gabbie  che salgono e scendono nel sottosuolo, trasportando uomini, macchinari e berline colme di carbone”.  E sono figli di minatori i più giovani, come Antonio C. manovale nel cantiere di Schisorgiu, poi armatore a Serbariu, “il padre viene  dalle zolfare siciliane di Riesi, prima a Montevecchio per trasferirsi a Carbonia nel 1945″. Così Antonio Pietro, “ha 19 anni quando incomincia a lavorare come meccanico nell’officina della Grande miniera di Serbariu, originario di Carloforte il padre minatore, anch’egli a Serbariu.
Raccontano Giuseppe Atzori e Vincenzo Cutaia, ma si legge anche su Sandro Mantega, di quanta fatica fosse necessaria a distogliere i giovanissimi dalla voglia di entrare in miniera ancora prima del tempo, per guadagnare  un salario pieno. Essendo davvero molto distanziati i giovani dai manovali, come abbiamo visto, vogliono scendere in miniera anche prima dei diciotto o, addirittura, dei sedici anni, privi totalmente di conoscenze sul lavoro in galleria, molti ancora analfabeti, nel dopoguerra, per non aver mai frequentato una scuola. E,  come durante il fascismo, essi continuano ad eludere i controlli sull’età che, a dire il vero, avrebbero dovuto essere  effettuati già dentro la formazione professionale, se mai vi fosse stata una scuola di miniera degna di questo nome, come ci sarà invece dopo l’apertura di Seruci e di Nuraxi Figus. Così scarsi ancora i controlli sulle assunzioni alla  Carbosarda, specie durante i reclutamenti massicci, nei periodi in cui, cioé,  è necessario produrre molto e senza porsi tanti problemi, in particolare durante la prima fase della ricostruzione e  in occasione dello sciopero dei minatori americani, nella seconda metà del 1946.
E certamente sarebbero stati  i più giovani ad essere trasferiti per primi nelle  miniere moderne e attrezzate di Seruci e di Nuraxi Figus, ma saranno anche i primi ad  emigrare dato che  è richiesta un’età non troppo avanzata nelle miniere europee, per chi viene da fuori, e un fisico non troppo indebolito dal lavoro in galleria.
Sono molto giovani i minatori di Carbonia nel dopoguerra, a partire da quelli  fotografati su “Carbonia in chiaroscuro”, presso i pozzi di Bacu Abis, di Serbariu e in città. E poi gli edili, nelle foto che li rittraggono durante la costruzione dei “palazzoni” per tutto il dopoguerra, della città. E giovanissimi i ferrovieri  delle FMS, ritratti sul locomotore, e i portuali SMCS ritratti a Sant’Antioco. Giovani dallo sguardo vivace e dall’espressione aperta, sotto l’armatura della galleria, o a fianco ai vagoncini, le berline  già colme di carbone. Un pò meno giovani quelli che, in seguito, costruiscono la supercentrale, in tuta e indumenti adatti al lavoro, e quelli  addetti ai piazzali e alle officine, presso le macchine e gli strumenti della miniera. E poi, più maturi,  gli impiegati, riconoscibili nei loro abiti borghesi, e i tecnici e i dirigenti,  meno spontanea la posa, sicuramente più austero l’ambiente degli uffici e della direzione.
E ancora, meno giovani i lavoratori dell’Azienda agraria Carbosarda, così gli ambulanti delle bancarelle di un precarissimo mercato, messo malamente in piedi  con  cassette e tetti di latta, un altro modo per sbarcare il lunario, se si è già stati  allontanati dalla miniera e  non si riesce ad emigrare. Ma sempre dignitose le figure, la città pare voler accogliere tutti, nel dopoguerra, a tutti voler dare una chance.

Fonte: Democrazia Oggi

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