Gianna Lai

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Oggi, domenica, un nuovo post sulla storia di Carbonia a partire dal 1° settembre 2019[1].

Le regioni, “solidi presidi di libertà e di democrazia”. Nelle sedute della Consulta sarda Renzo Laconi, una volta definita Carbonia “questione di rilievo nazionale”, a sottolineare che le istanze dei minatori “dovessero declinarsi  nell’ambito di una riorganizzazione delle attività produttive e del mercato del lavoro a livello regionale. Prosecuzione dello sfruttamento minerario e salvaguardia dell’occupazione operaia, secondo i diritti sanciti dalla Costituzione, ma conculcati a tal punto da rendere estremamente precarie le condizioni di vita e di lavoro delle maestranze”. Così  Maria Luisa Di Felice, in un passo della Biografia su Renzo Laconi.  Perché dalle miniere del Sulcis, industrie a valle e produzione energetica per l’intera isola, può venire quella rinascita economica e sociale della Sardegna, definita nell’articolo 13 dello Statuto sardo. E Laconi consultore, a fianco di Dore e Borghero, interviene sulla disoccupazione  a Carbonia e a Guspini,”le cui popolazioni dipendevano quasi esclusivamente  dallo sfruttamento delle miniere”; e da costituente, nella seconda sottocommissione dedicata alle autonomie locali per l’approvazione degli Statuti regionali, a fianco di Lussu.  Un sempre maggiore impegno nella battaglia verso  l’approvazione dello Statuto regionale, secondo il dettato costituzionale, appena definito in Assemblea Costituente che, al Titolo V, Articolo 116, recitava: “Alla Sardegna, alla Sicilia, al Trentino-Alto Adige, al Friuli-Venezia Giulia, alla Valle d’Aosta sono attribuite forme e condizioni  particolari di autonomia, secondo statuti speciali adottati con legge costituzionale”. Approvato dalla Consulta sarda il 29 aprile 1947, lo Statuto sardo diventa legge costituzionale,  votata in Assemblea Costituente il 26 febbraio 1948.
“Il progetto di statuto per la Sardegna segue, nella sua approvazione, una procedura lunga e farraginosa, anche a seguito delle forti limitazioni che i partiti nazionali impongono alla Consulta”, si legge nell’introduzione di Maria Luisa Plaisant a “Emilio Lussu Tutte le opere”, ed è Lussu, esprimendo il suo ben noto giudizio critico sull’esito finale della discussione e dello Statuto stesso, avendo lui proposto di estendere alla Sardegna  lo Statuto siciliano,  che parla di “creatura poliomelitica, infelicemente allevata”. Considerando tuttavia un “fatto notevole che si sia potuto introdurre l’articolo 13, che contempla il piano di Rinascita economica e sociale dell’isola”. E aveva parlato  Lussu in Assemblea Costituente, seduta del 21 luglio 1947, del significato che assumeva agli occhi dei sardi lo  statuto autonomo, nuova vita per la regione, “nuova fiducia in noi stessi”, dedicando uno spazio importante a definire impegno e responsabilità della politica e dei partiti nell’isola. “Dobbiamo…lavorare di più e conoscere i nostri problemi e quelli degli altri; studiare di più in tutto; sacrificare di più l’individuale al collettivo, e sperimentare di più, entrare più profondamente in questa vita di civiltà moderna d’Italia, d’Europa e del mondo; spezzare questo incantesimo tenebroso di isolamento, che è diventato psicologico, dopo essere stato prima naturale; e dobbiamo - noi lo sentiamo - universalizzarci. Ma per questo è necessario avere presupposti di vita autonoma…..Noi abbiamo coscienza che la rinascita dell’isola sarà più opera dei sardi e di quanti altri vivono con loro che non dei governi di Roma…..sentiamo che la Sardegna, con questa sua esperienza autonoma, non si allontana dalla vita dello Stato o dall’unità nazionale, ma vi si avvicina e vi entra e vi partecipa per la prima volta, perché per la prima volta ha coscienza che questo nostro Stato è finalmente il suo Stato. E vi partecipa nella vita comune, vivendo in comune la stessa storia, le stesse ansie, gli stessi pericoli e le stesse speranze. Noi ci auguriamo che parteciperà anche - e l’augurio è profondo - alle stesse comuni gioie”.
Di buon auspicio per la città e per la Sardegna, le elezioni regionali fissate per l’8 maggio 1949, Laconi e Lussu delineano il contesto nel quale si muove  la politica,  a significare come si procedesse ancora secondo lo spirito unitario che aveva animato la scrittura della Costituzione repubblicana fondata, per riportare le parole dello  storico Giovanni De Luna, “nonostante la rottura politica che incrinò l’unità tra i partiti antifascisti, …. sull’intreccio fra tre grandi filoni politico- culturali: la tradizione democratico- liberale, che lasciò la sua impronta nel riconoscimento del valore assoluto dei diritti dell’uomo; l’accentuazione dei principi di giustizia sociale, che aveva animato larga parte della storia del movimento operaio; lo slancio solidaristico e comunitario che da sempre aveva segnato le battaglie politiche  dei cattolici “.
Ancora tuttavia da ridefinire, il quadro, alla luce della nuova rottura internazionale, dato che “la coalizione antihitleriana, vittoriosa nel conflitto mondiale, si presentava già divisa in due blocchi contrapposti dominati dalle nuove superpotenze USA e URSS, tese entrambe a edificare proprie sfere di influenza, assolutamnete chiuse a ogni penetrazione avversaria”. E annunciando  la “dottrina Truman”, il 12 marzo, la “determinazione di sostenere i popoli liberi che resistono ai tentativi di soggiogamento effettuati da parte di minoranze armate o mediante pressioni esterne”.
La volontà del sindacato e dei partiti della sinistra, di costruire insieme il futuro dell’Italia,  già contrastata dalla  politica delle  grandi potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, una volta sfaldato il fronte  antinazista, una volta venuta meno l’unità antifascista che vedeva uniti americani e sovietici contro Hitler. Definita, quella politica, da Hobsbawm come “la temporanea  e insolita alleanza del capitalismo liberale e del comunismo” che,  nella Seconda guerra mondiale, “salvò la democrazia: infatti la vittoria sulla Germania hitleriana fu ottenuta e poteva soltanto essere ottenuta, dall’Armata rossa”, una “alleanza antifascista tra capitalismo e comunismo, che si estende essenzialmente durante gli anni Trenta e Quaranta”, e che  “costituisce il cardine della storia del nostro secolo, il suo momento decisivo”. Cui sembra dover  far seguito, necessariamente, l’avvio di una guerra fredda tra Occidente e Oriente. Schierata l’Italia, non senza contrasti interni, nell’Occidente atlantico, “dopo la firma del Tattato di pace,  la partenza delle truppe angloamericane di stanza in Italia  fu accompagnata da una dichiarazione nella quale era espressamente avanzata la riserva del loro ritorno, qualora fossero stati minacciati l’ordine e la libertà”. Mentre  il governo di Washington e l’Ambasciata di Roma, d’intesa col governo italiano, “promuovevano una massiccia campagna di valorizzazione dell’aiuto americano, lasciando intendere che gli aiuti sarebbero cessati in caso di vittoria del Fronte popolare”, come ricorda ancora Ernesto Ragionieri, nel suo scritto apparso su Desideri Themelly,  Storia e Storiografia, Il Novecento.
Non perché così lontana dalla Sardegna, facilmente evitabili le  ripercussioni di quella politica nell’isola, ecco il contesto dentro cui si determinerà piuttosto il destino della classe operaia sulcitana e del  carbone sardo per la ricostruzione. Anzi più vicina, così vicina, grazie al predominio americano che si estende sull’intero Occidente del mondo, nel mercato europeo e internazionale dei combustibili fossili.

Fonte: Democrazia Oggi

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