Caterina Gammaldi

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L’attacco alla scuola democratica non è nuovo. Nei miei ricordi, quando ho cominciato a insegnare negli anni 70  nella scuola media unica, erano in tanti - genitori e colleghi… - a ritenere che la scuola è per chi ce la fa.
Già alcuni anni prima - frequentavo il liceo e poi l’università - erano in tanti a guardare con sospetto a noi che nei gruppi ecclesiali di base ci impegnavamo per far vivere con i gruppi dei compagni comunisti l’idea della scuola per tutti come emancipazione.
Sono stati anni straordinari, di sviluppo per il nostro paese, pur nei limiti di un modello fondato sull’avere e non sull’essere.
La scuola dell’art. 34 della Costituzione ha stentato ad affermarsi. Gli aventi diritto, lo ricorda De Mauro, non hanno avuto immediatamente l’accesso alla scuola obbligatoria e aperta a tutti.
Una situazione che anni dopo, esteso l’obbligo di istruzione a 16 anni, si è ripetuta, nonostante il contesto umato anche in ragione di una estesa domanda di istruzione superiore.
Cosa accomuna il 1963 e il 2007? Perché la scuola per gli adolescenti continua ad essere una scelta politica e culturale difficile, tanto che, oggi nel 2021, è ancora sotto attacco. Chi ha paura di una scuola pubblica che possa dare strumenti culturali per “stare al mondo”?
Provo a fare alcune riflessioni sulla base della mia esperienza con lo sguardo all’interno della scuola e all’esterno nella società.
Nonostante l’autonomia è bene ricordare che il modello prevalente è ancora quello trasmissivo. Alla domanda “dove sei arrivata?” corrisponde il ricorso alla lezione frontale e a un numero imprecisato di temi e argomenti che sfido chiunque a ritenere. Sicché quando si registra che gli studenti assorbono una quantità di nozioni insufficienti, invece di domandarsi perché si preferisce utilizzare il voto per selezionare i migliori, quelli che imparano tutto per poi dimenticare subito dopo.
La quantità prevale sulla qualità, attribuendo la scelta ora ai genitori, ora alla scuola successiva.
È molto diffusa la preoccupazione di dover rinunciare a un autore, a un argomento… nonostante il curricolo in luogo del programma.  Non è accaduto nemmeno nel lungo periodo della DaD, né accade ora con il ritorno in presenza. Il maestro del futuro (l’elaboratore) descritto da Asimov continua a sfornare nozioni.
Dovremo rassegnarci? E considerare impraticabile l’utopia dell’educazione per tutti di Augè.
Scrive Mauro Ceruti studioso del nostro tempo (della complessità) che non è in discussione la funzione della scuola, se mai il rapporto fra i cambiamenti sociali intervenuti così rapidamente e il senso della scuola.
Di fronte ai cambiamenti, che siano di breve o lunga durata, abbiamo l’obbligo di non stare fermi aspettando chi non arriva.
L’attacco alla cultura della scuola mi sembra abbia radici antiche, ma anche superficialità di lettura dei dati disponibili. È come se imputare alla scuola i danni ci salvi dalla riflessione su cosa insegnare e come nel tempo presente per un futuro meno angusto.
Per questo continuo a pensare che sia superficiale e dannoso per un paese democratico  condannare all’ignoranza una parte consistente degli adolescenti. Mi pare ancora vera la tesi di chi dice che non sappiamo tenere insieme la relazione educativa e il sapere della scuola.
È una nuova stagione quella che stiamo vivendo, che ci piaccia o no. Potrei denominarla l’età dell’obbligo di sapere a tutte le età, che impegna tutti - la politica, il mondo della cultura, il mondo del lavoro, l’associazionismo, i singoli cittadini e le loro rappresentanze - in un nuovo patto per lo sviluppo culturale. Ancora una volta “sortirne insieme è la politica” e non vorrei fosse troppo tardi per i nostri adolescenti. Non abbiamo bisogno di tutor fin dalla scuola primaria, di orientamento al lavoro, di scorciatoie nel percorso di istruzione, di una finta educazione civica, dei voti e delle classifiche. La scuola dell’articolo 34 della Costituzione ha bisogno di un paese capace di riconoscerla ora come allora una istituzione della Repubblica. C’è bisogno di scuola democratica senza se e senza ma.

Fonte: Democrazia Oggi

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