Roberto Paracchini

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Prosegue la discussione su Gramsci, le donne e i riflessi sugli sviluppi del processo rivoluzionario in Unione sovietica.

“Sono, è vero, da molti, da molti anni abituato a pensare che esista una impossibilità assoluta, quasi fatale, che io possa essere amato”, scriveva Antonio Gramsci nel 1923 a Eugenia, una delle due sorelle della moglie Giulia. Nella stessa lettera ricorda anche le difficoltà della sua salute: “Da ragazzo, a 10 anni, ho cominciato a pensare così per i miei genitori. Ero costretto a fare troppi sacrifici e la mia salute era così debole che mi ero persuaso di essere un sopportato, un intruso nella mia stessa famiglia”. Il filosofo e dirigente politico sardo soffriva, ma allora non si sapeva, della malattia di Pott, una particolare infezione dei dischi vertebrali e delle vertebre (di cui soffrì anche Giacomo Leopardi). Ed è per questo che la sua salute era così cagionevole.
Successivamente, già in carcere dal 1926, in una lettera del 3 ottobre del ’32 a Tatiana (l’altra sorella di Giulia) rievoca quando, a 11 anni, aveva iniziato a lavorare “per dieci ore al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere i registri, che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo”. Con l’arresto del padre, accusato di truffa, la famiglia Gramsci era diventata poverissima e fu per quello che, nonostante una madre e tre sorelle attente e premurose verso questo figlio e fratello di salute molto fragile, Antonio volle lavorare.
La sua salute precaria e l’intenso rapporto con le donne della sua famiglia evidenzia un aspetto rilevante e non trascurabile nella formazione di Gramsci: l’importanza e il peso del corpo e di come la sua vita sia stata segnata anche da questa situazione. Vicende che, probabilmente, lo aiutarono ad affinare la sensibilità verso gli aspetti della differenza tra le persone in generale e di genere in particolare e, quindi, chiavi di lettura per capire meglio la genesi della sua forte attenzione verso quella che ha sempre chiamato “quistione sessuale”. Un quadro, che probabilmente generò un maggiore fastidio verso le ingiustizie; in un’altra lettera ricordò la sua forte contrarietà di quel periodo per le sue difficoltà economiche, per la prosecuzione degli studi nonostante avesse tutti 10 in pagella.
Poi, vi fu prima il trasferimento a Cagliari, al liceo Dettori; poi quello a Torino con una borsa di studio per la facoltà di Lettere. E nella città del nord l’incontro con un ambiente vivace di lotte politiche legate alla prima grande industrializzazione (Fiat) e di fruttuosi scambi culturali a partire dalle riviste Leonardo e La Voce. In parallelo la nascita di un intenso rapporto con Pia Carena, che di Gramsci sarà compagna e collaboratrice, e l’inizio del suo lavoro come giornalista per l’Avanti. Anni in cui si intrecciano interessi e passioni culturali e affettive: oltre a Benedetto Croce, da registrare l’apertura agli antipositivisti (direttamente e indirettamente a Ernest Mach, Charles Peirce, Henri Bergson, Georges Sorel e William James) che lo portano alla maturazione di un originale antideterminismo, da un lato, e a una ulteriore attenzione verso le diversità di genere, dall’altro, come testimonieranno in seguito, oltre a Pia Carena, Camilla Ravera e Teresa Noce.
Il 22 febbraio del 1917, pochi giorni dopo la prima fase della rivoluzione russa del ’17, quando novantamila lavoratrici del settore tessile erano scese in strada spontaneamente al grido di “pane e pace”, Gramsci scrisse sull’Avanti una lunga recensione del dramma di Ibsen Casa di bambola. Sottolineò in particolare l’incapacità di capire, da parte di un pubblico e di un costume borghese, la scelta della protagonista Nora, di abbandonare marito e figli per riflettere da sola su sé stessa. L’incapacità di capire un nuovo mondo morale in cui “la donna non è più solamente la femmina che nutre di sé i piccoli nati e che sente per essi un amore che è fatto di spasmi della carne e di tuffi di sangue, ma è una creatura umana a sé, che ha dei bisogni interiori suoi, che ha una personalità umana tutta sua e una dignità di essere indipendente”.
Nel febbraio del ’21 la rivista L’Ordine Nuovo diventa quotidiano con la direzione di Gramsci che affida a Camilla Ravera la rubrica settimanale Tribuna delle donne che, all’insegna dello slogan “la donna libera dall’uomo, tutti e due liberi dal capitale”, ospita contributi delle più autorevoli rappresentanti della lotta per l’emancipazione femminile.
Come accennato, quindi, era maturata in Gramsci una sensibilità forte verso le questioni di genere. In seguito, nei Quaderni del carcere, il rivoluzionario sardo legherà alla “quistione sessuale” la “formazione di una nuova personalità femminile”.
Non mi addentro nelle considerazioni legate al fatto se Gramsci possa o meno essere considerato femminista. Di certo le sue affermazioni lo avvicinano alle principali istanze del movimento femminista e all’importanza data al corpo come “elemento politico”. Penso che in lui, le esperienze personali accennate siano state ulteriormente fertilizzate dalle riflessioni antipositiviste e antimeccanicistiche di cui sopra, stimolate in particolare da personaggi come William James, che oltre ad essere uno dei padri del pragmatismo, è anche il fondatore della psicologia scientifica, il cui testo fondamentale, Principi di psicologia viene elogiato da Gramsci nei Quaderni del carcere.  James, ma anche Bergson, citato spesso da Gramsci, rivendica per ogni persona uno spazio di libertà proprio della coscienza, che compenetra e organizza gli eventi. Nel ’17 in “La coscienza dei pezzi di carta” il pensatore sardo definisce “la coscienza un fluido elastico” che non si può ingabbiare in comportamenti astratti tesi a codificare “in un compendio di pezzi di carta (…) le cose lecite e le cose proibite”. D’altro canto James nei “Principi” parla della coscienza come di una “corrente che scorre”.
Detto questo, sbaglia chi, volendo contrapporre Gramsci a Lenin, considera quest’ultimo teoricamente fragile. Un gigante della filosofia della scienza come Ludovico Geymonat prese nel 1977 il libro Materialismo ed empiriocriticismo (pubblicato da Lenin nel 1908) come uno dei punti di riferimento nel suo libro Scienza e realismo. Segno, questo, che pur con un linguaggio poco accademico e a volte spiazzante, Lenin mostrava di conoscere i classici del pensiero e di cogliere con precisione il nocciolo del problema filosofico della conoscenza che a lui interessava affrontare: l’ipotesi che la realtà esterna a noi non solo esiste indipendentemente da noi, ma che sia anche già strutturata indipendentemente dalla conoscenza che ne abbiamo. Il vero obiettivo della polemica leninista era il compagno di partito Aleksandr Bogdanov, colpito attraverso lo scienziato e filosofo Ernest Mach e il suo empiriocriticismo, in cui i concetti della scienza non rispecchiano la natura delle cose, ma sono strumenti pragmatici per organizzare i dati dell’esperienza.
Lenin, invece, si muoveva all’interno di un’altra impostazione teorica: “la coscienza in generale riflette l’essere: questa è una tesi generale di tutto il materialismo”, afferma in Materialismo ed empiriocriticismo. Ed è proprio in base a questo riflesso che, secondo Lenin, si sono scoperte le leggi che regolano “la logica obiettiva di questi cambiamenti e del loro sviluppo storico”. Mentre nell’idea di Bogdanov (intellettuale molto apprezzato da Gramsci) la cultura, pur essendo determinata dal tipo di organizzazione economica della società, retroagisce fortemente su di essa in quanto sono la scienza e la tecnica a determinare le tecniche di produzione che, a loro volta, creano le classi sociali. La cultura quindi diviene altrettanto necessaria della vita economica in quanto dalla prima fortemente impregnata.
La forza rivoluzionaria di Lenin si può dire derivi dalla convinzione (dettata dalla sua specifica lettura di Marx) della conoscenza delle leggi del procedere storico e dalla convinzione che queste leggi riflettono “la logica obiettiva di questi cambiamenti”. Interpretazione determinante perché dava alla struttura organizzativa tutta la potenza derivante dalla convinzione di eseguire un processo obiettivo, che nella rivoluzione del 1917 Lenin scelse di accelerare, saltando un passaggio, proprio perché seguiva questo processo obiettivo. Ed è in questo quadro teorico che negli anni Venti, Lenin ordinò di mettere (e di far mettere) da parte le tematiche di genere, interne al movimento rivoluzionario internazionale, con cui si era ampiamente confrontato negli anni precedenti. Come disse a Clara Zetkin, Alessandra Kollontaj e Inessa Armand, riteneva che in quel momento, visto anche il non sviluppo delle rivoluzioni in occidente (come inizialmente previsto dai bolscevichi) fosse necessario seguire e rafforzare con ogni mezzo il risultato della rivoluzione. Un risultato reso possibile grazie al fatto di avere seguito “le leggi di questi cambiamenti nelle loro linee principali e fondamentali”. Il che significava, implicitamente ma chiaramente, che le tematiche di genere non venivano considerate da Lenin né leggi del cambiamento, né in grado di agire su di queste.
Aspetto, quest’ultimo che pone un interrogativo semplice ma determinante e con cui chiudo queste brevi riflessioni che prendono spunto dal bel libro Gramsci e le donne di Noemi Ghetti e dallo stimolante dibattito sulla stessa pubblicazione promosso dalla Scuola di cultura politica Francesco Cocco. Che effetti ha avuto l’eliminazione della tematica di genere nella Russia postrivoluzionaria? Per chi scrive e nonostante una nuova legislazione voluta da Lenin e aperta ai diritti delle donne, questa eliminazione ha innescato col passare degli anni e con l’accelerazione parossistica data da Stalin, un effetto disastroso. Quindi un violento declino rilevabile da almeno tre conseguenze nefaste: paura e repressione dovuta all’incapacità di affrontare l’emergere della  complessità nella società in costruzione, accentuata dal forte timore dei pericoli esterni; paura e repressione delle differenze, viste come problema e non, come in effetti sono, volano di ricchezza in tutti i sensi; e, infine, ma non ultima in termini di importanza, paura e repressione dei diritti emotivi dei propri corpi visto anche che oggi le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che tutti noi siamo un impasto inestricabile di emotività e di logica, e che le scelte razionali sono sempre il frutto di un equilibrio tra queste due componenti e che, infine, senza emotività non si vive ma si generano mostri.

Fonte: Democrazia Oggi

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