Tonino Dessì a domanda risponde

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D.- Tonino, l’altro giorno su questo blog hai fatto un’analisi apparentemente spietata[1], in realtà equilibrata della missione italiana in Afghanistan. Spietata perché le tue parole cozzano con la vulgata che declina con enfasi l’intervento italiano come sforzo umanitario e impegno per la pace, lasciando in ombra gli interessi economici e strategici sottostanti. Oggi, con quello stesso spirito e con l’identico movente, sentiamo i membri della NATO riesumare toni da guerra fredda, fra l’incredulità generale. Sotto tiro, manco a dirlo, Russia e Cina. Il dragone è attivissimo sul piano economico e politico, ma non ha una propensione aggressiva sul terreno militare. Quindi pericoli non ce ne sono se non in termini di concorrenza. Se guerra c’è, questa è economica e di influenza nei traffici. E’ il mercato, bellezze! Mi pare che siamo in presenza di valutazioni impregnate di ideologia o meglio di propaganda ideologica. Tu Tonino, cosa ne pensi?
R.-
Credo che molte cose che stanno succedendo vengano sottovalutate. Non bastano le lenti del passato, anche se i criteri critici di metodo di un tempo restano utili. Sono stato mosso da certe valutazioni ideologiche un po’ superficiali che ho letto sul web, secondo le quali l’Afghanistan sarebbe stato “il nostro Vietnam”.

D.- Forse un paragone del genere su scala proporzionale si può fare per gli USA…

R.- Certamente, i morti americani in Afghanistan sono stati 2.312. I soldati americani mutilati e feriti sono stati 19.650. Chiaro che anche in assenza di movimenti pacifisti son costi umani che la loro opinione pubblica ha finito per non accettare. Ma noi (anche tenendo conto della minore quantità di militari impiegati) abbiamo avuto “appena” 54 morti e un numero di mutilati e di feriti che neppure è stato reso pubblico (qualche centinaio).

D.- Ti pare che in Italia ci sia stato un particolare impatto negativo?

R.- Non è così peregrino pensare che, in termini di costi-benefici, i fautori e i beneficiari della partecipazione italiana abbiano ritenuto pragmaticamente (e cinicamente) che ne sia assolutamente valsa la pena. Questo spiega molto, secondo me, specie in relazione al peso che trasversalmente certi interessi esercitano nel condizionare, più che nell’esser condizionati, dalle decisioni politiche. Del resto, mentre i vari Governi italiani balbettano sull’omicidio del ricercatore Regeni e sull’oscena persecuzione dello studente Zaki, l’Italia ha contribuito con la fornitura di alcune fregate (Finmeccanica-Fincantieri) all’ammodernamento della Marina militare egiziana e, nonostante abbiamo noi una Marina militare che potrebbe imbarcare mezza Libia, se dovessimo salvarne i profughi, abbiamo fornito alla “guardia costiera” del precario governo libico che appoggiamo, le motovedette che affondano i profughi africani e che sparano sui pescatori siciliani.

D.- Non possono perciò bastare spiegazioni “geopolitiche”...
R.- Esatto, qui come sempre c’è un forma mafiosa di intreccio fra politica ed economia, che travolge ogni aspetto formale.

Hai fatto bene, Tonino, a richiamare con desiderio di verità questo gelido calcolo che sta alla base della politica estera italiana. Altro che missione di pace e italiani brava gente! Guardate la vicenda dei pescatori indiani uccisi dai fucilatori italiani. Poco piu’ di un milione vale la vita dei due inermi lavoratori, in barba alla Costituzione che pone la persona, coi suoi diritti inviolabili, al centro del suo programna democratico. Cerchiamo ancora una volta di nascondere con parole roboanti cinici e maldestri interventi armati, come gregari di potenze ben più forti di noi. Anche il vertice NATO mi pare lo provi.

References

  1. ^un’analisi apparentemente spietata (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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