Dopo il Covid-19, un “nuovo schianto”?

Gianfranco Sabattini

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Adam Tooze, storico britannico e docente alla Columbia University, dopo l’analisi della Grande Recessione del 2007/2008 che egli ha compiuto in “Lo schianto”, oggi compie quella della crisi che il mondo sta vivendo a seguito dello scoppio della pandemia da Coronavirus. In “Onda d’urto” (Micromega, n. 5/2020), egli “mette a nudo”, le responsabilità che pesano sui tre grandi centri mondiali della produzione, delle attività finanziarie e di quelle societarie (ossia Stati Uniti, Cina e Unione Europea), per non aver provveduto, a causa delle loro debolezze, a coordinarsi in funzione di una risposta unitaria alle sfide del virus.
All’inizio del 2010, quando i responsabili del governo dei “tre grandi centri” hanno incominciato a preoccuparsi per le reali dimensioni della pandemia che stava dilagando nel mondo, le borse (cioè i mercati dei capitali), sono “colate a picco”. Non si è trattato di una crisi bancaria come quella del 2008; ma – secondo Tooze - se non fosse stato per l’intervento spettacolare delle Federal Riserve degli Stati Uniti e della Banca Centrale Europea, oggi ci troveremmo di fronte, oltre che alle devastazioni del Covid-19 e alle conseguenza sociali ed economiche disastrose del lockdown, anche al blocco del cuore stesso della finanza. Invece – continua Tooze -, a differenza di quanto accaduto nel 2008, il mondo sta soffrendo dell’”onda d’urto di una contrazione del credito”, a seguito della quale la produzione e l’occupazione hanno subito una drastica riduzione. Ciò perché gli interventi degli istituti bancari centrali (di Stati Uniti e Unione Europea) sono “stati messi in moto non per creare nuovi posti di lavoro”, ma per sostenere in terapia intensiva le economie ricadenti sotto il loro diretto controllo.
La risposta delle banche centrali è stata però solo di natura tecnica, mancando di considerare che quella pandemica era una crisi globale che colpiva tutte le comunità del pianeta; cosicché, tale risposta non ha tenuto conto del fatto Stati Uniti, Cina e Unione Europea sono collegati “da flussi commerciali, organizzati tramite complesse filiere di produzione e distribuzione che [riguardano] il mondo intero”. Pertanto, ognuno di questi centri irradia le aree limitrofe con gli effetti delle proprie attività economiche, grazie ad un “sistema finanziario e di produzione globale che usa il dollaro come moneta di scambio e credito”. L’influenza esercitata da tali centri risulta pure dalle debolezze strutturali proprie di ciascuno di essi: gli Stati Uniti, pur disponendo di istituzioni nazionali di politica economica funzionanti, devono render conto ad una società profondamente divisa nel giustificare le politiche attuate dalla destra conservatrice al potere; la Cina è impegnata a sostenere la sua crescita economica alimentata dal debito; l’Unione Europea si caratterizza per i limiti della sua eurozona e la mancanza di una capacità fiscale e di un bilancio comune.
L’intervento dei massimi organi bancari centrali di Stati Uniti e Unione Europea non è stata una novità, in quanto - come osserva Tooze – dal 2008 il “normale” andamento dell’economia mondiale si trova “a dipendere […] da stimoli governativi”; la novità consiste nel fatto che i loro interventi sono ora diventati “un servizio permanente ed effettivo per fornire [stimoli aggiuntivi] ogni volta che la crescita registra una flessione”. Dopo il 2008, la continua immissione di potere d’acquisto da parte delle banche centrali ha prodotto negli Stati Uniti e in Europa un miglioramento dei mercati finanziari, cui hanno fatto seguito più alti livelli di profitto e di redditi da lavoro, che hanno però aggravato le disuguaglianze sociali ed economiche. Nel complesso, quindi, nota Tooze, al principio del 2020 l’ottimismo “era di casa” presso i responsabili dell’andamento dell’economia mondiale.
E’ in questo contesto che “incomincia a trapelare la notizia di una nuova minaccia”: alla fine del 2019, la Cina comunica all’Organizzazione Mondiale della Sanità la comparsa di un nuovo virus, la cui carica letale e la trasmissione da uomo a uomo sono state subito confermate. Alla fine del mese di gennaio 2020, la leadership cinese inaugura un lockdown col quale viene creato un “cordone sanitario interno alla città di Wuhan (epicentro della comparsa del nuovo virus) nella provincia di Hubei, sede del “9% dell’industria automobilistica cinese”. Mentre gli esperti in questioni sanitarie, dopo i provvedimenti assunti dalla Cina, hanno cercato di indurre i governi occidentali a prendere sul serio la minaccia rappresentata dalla diffusione del virus, le industrie automobilistiche sparse per il mondo, non potendo ricevere “le componenti vitali dalla Cina, hanno rallentato la produzione. A questo punto, la principale preoccupazione è consistita nel valutare gli effetti della chiusura degli impianti industriali cinesi “sulla crescita economica globale, non alla diffusione del virus stesso”.
La prospettiva negativa circa il futuro dell’economia globale ha indotto gran parte degli establishment al potere nel mondo a riflessioni più responsabili; se si fosse trattato di vera pandemia, l’intera economia mondiale – si è pensato – sarebbe stata “sull’orlo del baratro”, a causa del blocco della produzione, dell’industria dei servizi e della rete di trasporti, avente a loro denominatore comune il consumo di energia. Con il crollo della produzione globale i principali produttori di petrolio (in particolare, Arabia Saudita e Russia) hanno discusso sul conveniente taglio da apportare alla produzione, ma all’inizio di marzo del 2020, al fine di evitare di favorire i produttori americani di “shale oil”, Mosca ha convinto Riyad a riprendere la produzione, con conseguente crollo del prezzo delle materie energetiche. E’ in corrispondenza di questa decisione, che – a parere di Tooze – la fiducia dei mercati finanziari globali ha finito “per cedere. Con lo storico calo del prezzo del petrolio, il mondo ha preso coscienza delle dimensioni colossali dello shock da Coronavirus”.
A questo punto, avanzare delle previsioni è diventato “poco più che tirare a indovinare”; il virus si è trasformato in “un test brutale della capacità di elaborare, progettare e attuare una risposta [globale] coerente con la crisi”. Ad affrontare rapidamente gli effetti della pandemia – rileva Tooze – sono stati i Paesi asiatici (Cina, Corea del Sud, Hong Kong, Taiwan e Singapore), che hanno fatto segnare un rallentamento dell’espansione virale, iniziando anche un ritorno alla normalità. Ciò che è accaduto in Occidente è stato assai diverso
Negli Stati Uniti, ad esempio, la reazione alla pandemia è stata caratterizzata dal profondo divario tra “la competenza della macchina governativa americana” nel gestire l’economia globale e la debolezza delle misure antipandemiche adottate, smentendo l’dea che in presenza di calamità impreviste e globali la politica economica debba avere, come sempre ha avuto, la priorità assoluta nell’attività di governo. A differenza di quanto è accaduto nei Paesi asiatici, dove la priorità della salute della popolazione è stata ritenuta la migliore opzione per tornare alla normalità nel governo dell’economia, negli Stati Uniti è accaduto l’opposto; per cui il governo americano non è stato in grado di affrontare in modo adeguato gli effetti del virus. Infatti, nella prospettiva d‘azione privilegiata dal governo americano, “l’economia [è apparsa] non tanto [come] un super io capace di dettare la legge, ma [come] un impulso irrefrenabile che [ha insistito] perché le sue esigenze [fossero] soddisfatte a qualunque costo”; un impulso, che Tooze giudica non di realismo, ma di irrazionalità.
Gli Stati Uniti quindi, hanno mancato di una leadership all’altezza della gravità degli effetti della dilagante pandemia, delegando il compito di contrastarli ai singoli Stati federati (così come è accaduto in Europa, dove il contrasto della pandemia è stato lasciato ai singoli Stati membri dell’Unione), la cui dotazione di servizi sanitari era sottodimensionata rispetto alla gravità della situazione. Un conseguenza di tutto ciò, la società statunitense è stata colpita da milioni di contagi e da migliaia di morti.
Anche l’Unione Europea, come gli Stati Uniti, di fronte alla crisi pandemica ha mancato, come si è detto, di una leadership centrale. Tuttavia, il timore che la crisi dei Paesi più colpiti dal virus (Italia, Francia, Spagna e Portogallo) potesse portare allo scoperto le profonde debolezze dell’architettura istituzionale dell’eurozona ha indotto la Geermania, in quanto Paese leader europeo, ad attivarsi perché fosse adottato un Recovery Fund, da finanziarsi con l’emissione di bond europei e le cui risorse fossero destinate prevalentemente ai Paesi più colpiti, oltre che sul piano della salute pubblica, anche su quello dell’economia.
Le divisioni preesistenti tra i Paesi membri, però, si sono palesate immediatamente, con l’Olanda ed altri Paesi del Nord dell’Europa che hanno opposto una dura resistenza alla costituzione del “Fondo”, in quanto i loro rappresentanti hanno fatto pesare la convinzione di non poter chiedere ulteriori sacrifici al proprio elettorato, a favore dei “Paesi poco virtuosi” nella gestione delle loro economie. I Paesi del Nord europeo, anche in tempi in cui la pandemia dilagava senza rispettare confini, sono stati spinti dai loro pregiudizi a continuare ad “aggrapparsi – sottolinea Tooze – alle idee di rischi e indebitamenti nazionali”. Dal punto di vista dell’Europa, l’opposizione dei Paesi del Nord esprime solo uno “stallo scoraggiante” sulla via della realizzazione del progetto europeo, mentre, dal punto di vista del mondo, dato il “peso” esercitato dal Vecchio Continente sull’economia globale, è stato importante che l’Europa non abbia scatenato una crisi del debito sovrano, che avrebbe reso più difficile la ripresa, posto che sia possibile, di una normale attività produttiva postpandemica.
Ciò potrà avvenire, se l’accordo sul “Fondo” porterà l’Europa a dotarsi di una unità di bilancio con cui indirizzare le risorse comuni verso progetti che non siano solo un sostegno ai Paesi in difficoltà, ma comprendano anche piani per riforme strutturali nella gestione delle loro finanze, che facciano convergere tali Paesi verso le posizioni di quelli cosiddetti “virtuosi”, togliendo a questi ogni possibilità di opporsi a priori contro le iniziative di solidarietà comunitaria.
In ogni caso, quando la crisi pandemica sarà portata sotto controllo, come sarà possibile – si chiede Tooze - a conclusione della sua analisi, immaginare la ripartenza? Sicuramente sarà più difficile che nel passato superare lo stallo; ciò perché la pandemia avrà azzerato la possibilità di ricorrere alle classiche soluzioni tecniche offerte dalla “cassetta degli arnesi” degli economisti. Pertanto, allo stato attuale, tale domanda appare prematura, in quanto a livello globale il “peggio” sarebbe solo iniziato; c’è solo da augurarsi, di fronte a questa conclusione, che il pessimismo di Tooze possa essere smentito dai fatti.

Fonte: Democrazia Oggi

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