Mamma li turchi! La Turchia alle porte di casa

Gianfranco Sabattini

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L’Italia, recita l’incipit dell’Editoriale di “Limes” n. 7/2020, è entrata nell’occhio del ciclone geopolitico che sta investendo il Mediterraneo, in conseguenza delle collisione sino-americana centrata sull’aspirazione della Cina a diventare superpotenza globale, attraverso la realizzazione del “Disegno delle Nuove Vie della Seta”, e sulla determinazione degli Stati Uniti a contrastarne le ambizioni, con il contrapposto “Disegno Indo-Pacifico”, volto a consentir loro di conservare il controllo delle acque e delle isole che punteggiano il crocevia insulare incastonato all’interno del Mar Cinese Meridionale (un mare che separa la Cina dal proiettarsi liberamente verso gli ampi spazi degli Oceani Indiano e Pacifico).
La contesa asiatica sino-americana si è ora estesa all’aera “Indo-Mediterranea”; dal Golfo di Aden al Mare di Alborán (la porzione più occidentale del Mar Mediterraneo, compresa fra la Spagna a Nord e il Marocco a Sud, e delimitata a ovest dallo Stretto di Gibilterra, che connette il Mediterraneo all’Oceano Atlantico), lungo la rotta degli Stretti di Bāb el-Mandeb, Suez, Canale di Sicilia e Gibilterra che legano l’Oceano Indiano all’Oceano Atlantico, è infatti in corso il prolungamento della controversia tra Cina e Stati Uniti, oltre i confini strettamente asiatici
Questa controversia, per quanto lontana dall’Europa, ha promosso nel Mar Mediterraneo le “ambizioni” di grandi e medie potenze di poco rilievo economico e, per questo, convinte di dover agire per sostenere il loro sviluppo. Tra queste potenze, due in particolare, Russia e Turchia, tendono ad assumere un ruolo dominante nello scacchiere mediterraneo; per quanto divise tra loro da molteplici punti di vista, entrambe sembrano giustificare il loro superattivismo nell’area mediterranea unicamente per ricostruire il loro antico retaggio di grandi potenze: la Russia, dotata di un superarsenale, tende, con la sua proiezione mediterranea, a riscattarsi dalla posizione declinante in cui attualmente versa, al fine di evitare il rischio d’essere declassata a potenza regionale; la Turchia, invece, protesa a ricuperare i domini imperiali perduti, è sbarcata alla “porta di casa nostra”, dov’era un secolo fa.
Dal punto di vista dell’Italia – osserva l’Editoriale di “Limes” – il prolungamento nel Mediterraneo della controversia asiatica tra Cina e Stati Uniti e la proiezione nello stesso mare di Russia e Turchia investono “i vicini adriatico-balcanici e levantino-nordafricani un tempo battezzati cuscinetti a protezione della Penisola”; il rischio che ciò che resta di tale protezione sia del tutto rimosso è cresciuto, dopo che nella guerra civile libica sono intervenuti, a sostegno delle fazioni opposte, sia la Russia (a favore di Khalifa Haftar) che la Turchia (a favore di Fayez al Serraj).
La fase più violenta dell’attuale guerra libica è iniziata lo scorso aprile, quando le milizie di Haftar hanno sferrato un’offensiva su Tripoli, città sede del governo di accordo nazionale appoggiato dall’ONU e guidato dal primo ministro Serraj. L’obiettivo di Haftar era quello di conquistare rapidamente la capitale, estendendo di fatto il controllo su tutta la Libia; le cose sono andate però diversamente, perché la resistenza di Tripoli, guidata da Serraj, è riuscita a bloccare l’avanzata delle forze di Haftar. Negli ultimi mesi, la guerra civile è stata caratterizzata dall’intervento di forze esterne: dalla parte di Haftar si sono schierati Egitto, Emirati Arabi Uniti, Russia e Francia; a fronte di tale situazione, anche il governo di Serraj ha fatto appello all’aiuto di forze esterne, concludendo un accordo di cooperazione e di assistenza economica e militare con la Turchia.
Tra i governi che stanno seguendo con maggiore attenzione gli sviluppi della guerra libicica c’è quello italiano, che in Libia ha interessi soprattutto economici; da sempre sostenitore di Serraj, il governo italiano, pur continuando ad appoggiare formalmente il governo di Tripoli, ha però cominciato ad assumere posizioni sempre più ambigue, allineandosi su quelle di altri Paesi europei, in particolare della Francia. Per motivi storici, l’Italia è il Paese europeo che conosce meglio la situazione interna della Libia; tale vantaggio però è stato vanificato dal fatto che le forze di governo succedutesi dopo la fine della Prima Repubblica hanno smarrito l’univoca strategia politica che la diplomazia italiana, fin dal Diciannovesimo secolo, era riuscita lentamente a costruire nei confronti di tutti Paesi rivieraschi del Mediterraneo.
Partendo dai governi liberali fino ad arrivare a quelli del nuovo Stato repubblicano, l’Italia ha costantemente esercitato una politica attiva nei confronti del mondo arabo. Tuttavia, la Seconda Guerra Mondiale e la conseguente sconfitta hanno rappresentato un punto di rottura nella politica mediterranea dell’Italia; dopo la firma del trattato di pace del 1947, però, i governi repubblicani hanno ricuperato l’antica vocazione mediterranea, riservando ancora una volta una particolare attenzione ai rapporti con gli Stati arabi.
Infatti, fin dagli anni Cinquanta, la diplomazia italiana ha perseguito l’obiettivo di ricostruire con gli Stati arabi il sistema di relazioni economiche del periodo prebellico; essa è divenuta, così, uno strumento di sostegno all’iniziativa di gruppi imprenditoriali italiani (con in testa l’ENI di Enrico Mattei) per creare occasioni di espansione industriale e commerciale, e soprattutto stabilire fonti certe di approvvigionamento di risorse energetiche. Particolare è stato il rapporto che l’Italia ha intessuto, sempre per ragioni energetiche, con l’ex colonia, tapporto approfonditosi e consolidatosi nel corso degli anni Duemila con Mu’ammar Gheddafi.
Nel 2008, l’Italia e la “Guida Libica” hanno firmato un trattato di amicizia, a seguito del quale la Libia entrava nella sfera d’influenza italiana, con il riconoscimento dell’ENI come principale soggetto operante nel settore energetico libico e l’impegno delle autorità locali a gestire il flusso di migranti, al prezzo del versamento di 5 miliardi di euro (in conto riparazioni del passato coloniale), della costruzione di un’autostrada litoranea e del finanziamento di altri progetti d’interesse comune. Ciò ha portato Roma a qualificarsi – afferma Dario Fabbri in “Così l’Italia ha perso il suo estero vicino” (”Limes”, n. 7/2020) – come “protettrice di Tripoli” e massima beneficiaria del regime gheddafiano. Dopo il trattato, però, la politica mediterranea dell’Italia, in particolare quella attuata verso la Libia, ha solo provocato “una superiore reazione contraria”, in quanto priva della capacità di leggere “le ambizioni degli altri”, dotata solo dell’illusione di poter risolvere i conflitti di interesse con altri Paesi attraverso “impossibili concerti europei” e incline a pensare che fosse sempre decisivo il ricorso a negoziati economici.
In questo contesto, approfittando del fatto che, dopo il parziale disimpegno americano, nell’area mediterranea non esistessere meccanismi per la risoluzione delle controversie e al fine di evitare che tale situazione assumesse carattere strutturale, la Turchia ha messo in campo – sostiene Nebahat Tanriverdi Yaşar (ricercatrice presso la Middle East Technical University di Ankara e autrice di “In Libia prende forma la grande strategia mediterranea di Ankara”, “Limes”, n. 7/2020) – “una strategia tanto ambiziosa quanto rischiosa”; il suo intervento in Libia mirerebbe a raggiungere principalmente l’obiettivo di “fare pressione sul blocco regionale antiturco”, convincendo “gli Stati Uniti, i Paesi dell’Unione Europea e gli altri Stati della regione” a riconsiderare lo status quo esistente, soprattutto nell’area del Mediterraneo orientale. Ankara sarebbe stata quindi indotta ad intervenire nel Paese nordafricano nella prospettiva che la proiezione mediterranea dello scontro geopolitico asiatico sino-americano potesse spingere gli Stati Uniti ad abbandonare il loro parziale disinteresse per l’area mediterranea e portare la NATO, congiuntamente all’Unione Europea, ad assumere iniziative per favorire la realizzazione di un nuovo ordine per l’intera area del Mar Mediterraneo.
Dal punto di vista turco, per Nebahat Tanriverdi Yaşar, la ragione dell’intervento in Libia sarebbe riconducibile al fatto che le dinamiche intervenute nella parte orientale del Mediterraneo avrebbero contribuito fortemente a destabilizzare l’inera area marittima, condannando all’isolamento il Paese. L’intervento in Libia sarebbe dunque la conseguenza della decisione presa dalla Turchia di evitare che la crisi dell’ex colonia italiana comportasse una molteplicità di altre controversie regionali, peggiorando l’attuale precario equilibrio del Mediterraneo orientale. Sempre secondo Nebahat Tanriverdi Yaşar, per la Turchia, le questioni sorte in tale area non “ruotano” più solo “intorno alla crisi di Cipro e agli equilibri tra Ankara ed Atene e i due governi dell’Isola. Il teatro del contendere è stato esteso all’intero Mediterraneo allargato”; si sono infatti formati “blocchi regionali” di più ampia portata, che hanno saldato il “Mare Nostrum” con il Nord Africa, il Medio Oriente e il conflitto asiatico degli stretti tra Cina e Stati Uniti, rendendo sempre più precari al suo interno gli equilibri e le condizioni di pace tra i vari Paesi da esso bagnati.
La formazione dei blocchi contrapposti è stata la conseguenza del fatto che, dopo la destituzione di Gheddafi, non sia sia neanche tentato di evitare che la divisione del territorio libico tra le fazioni con sede a Tobruk e a Tripoli degenerasse in guerra civile e le spingesse ad allinearsi alle antitetiche coalizioni regionali già esistenti. Quindi, per uscire dalla situazione di accerchiamento in cui sarebbe venuta a trovarsi, la Turchia non avrebbe avuto altra scelta che ricorrere all’uso della forza militare, anche perché il margine di manovra della diplomazia internazionale veniva percepito da Ankara essersi fortemente indebolito. Gli strateghi turchi, perciò, si sarebbero convinti che il loro Paese non avrebbe potuto difendere i propri interessi, limitandosi a proiettare solo la propria influenza politica sugli Stati del quadrante mediterraneo orientale; ragione, questa, per cui sarebbe stato privilegiato l’approccio geopolitico dell’intervento in Libia, considerando l’ex colonia italiana uno dei teatri principali della competizione con i Paesi regionali rivali.
A questo punto viene spontaneo porsi una domanda che riguarda molto da vicino l’Italia: fin dove vuole spingersi la Turchia? Nell’immediato il nostro Paese potrà sentirsi al sicuro, sulla base della considerazione che la Turchia si è spinta oltre le sue reali capacità offensive, trascurando – come osserva l’Editoriale di “Limes” - che un abisso separa la sua volontà di potenza dalla forza di cui effettivamente dispone. Le limitate capacità di proiettarsi sull’estero non si trasformeranno però automaticamente nella difesa degli interessi italiani, già fortemente lesi nel 2011, allorché la Francia ha distrutto la leadership italiana in Libia, ponendo il nostro Paese di fronte al fatto compiuto ed evidenziandone l’incapacità di difendere il regime libico cui era molto vicino.
Inoltre, una possibile minaccia turca sarà sventata per via del fatto che la crisi mediterranea, essendo un prolungamento di quella asiatica, determinerà prima o poi l’intervento della superpotenza americana, che varrà a ridimensionare la decisione turca d’essersi eretta a potenza regionale. Anche in questo caso, tuttavia, l’”estero vicino” dell’Italia continuerà a dipendere dall’intervento di soggetti esterni che, per difendere i loro interessi non esiteranno a fare ricorso all’uso della forza militare, al cui impiego il nostro Paese, per obbligo costituzionale, ha invece rinunciato.
A disposizione dell’Italia, per la cura dei propri interessi, risulterà così la propensione, da un lato, a continuare a considerare le relazioni economiche come strumento di pace nelle relazioni con l’estero e, dall’altro lato, a riporre fiducia nella solidarietà dei Paesi membri della “famiglia europea”, dimenticando che lo spazio comunitario è solo un foro, come viene osservato, in cui siedono nazioni che sono portatrici di interessi concorrenti.

Fonte: Democrazia Oggi

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