Quel grande palco vuoto

 Carlo Dore jr.

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L’immagine che meglio descrive la condizione dell’Italia alla vigilia del semi-lockdown imposto dal dpcm dello scorso 24 ottobre è quella di un grande palcoscenico vuoto, immerso nel silenzio squarciato solo dal rumore metallico delle luci che si spengono una dopo l’altra. I teatri chiusi per virus, i teatri chiusi per decreto: il Paese rinuncia alla sua musica, abbandonandosi alle tenebre dell’incertezza e della paura.
Aspettiamo in silenzio, come davanti a un palco vuoto.
Una decisione che colpisce i cantanti, già pregiudicati dalla scelta, assunta da alcuni teatri italiani, di non riproporre nella nuova stagione i titoli in programma nei giorni della prima fase della pandemia (con conseguente perdita dei relativi cachet), o di riallestire i titoli già in cartellone in un differente contesto e con nuovi cast, composti da artisti diversi da quelli ingaggiati per le rappresentazioni rimaste ineseguite.
Una decisione che colpisce il pubblico, privato della possibilità di trovare, nelle note di Otello o di Traviata, una temporanea via di fuga dalla girandola di curve in ascesa, contagi in crescita, mascherine e distanziamenti da cui è scandita la quotidianità di questa orrida stagione: la stagione di un virus subdolo capace di divorare, con velocità disarmante, vite, affetti, relazioni, emozioni. In una parola, umanità.
Una decisione necessaria, nel quadro del contenimento del contagio? Forse no, se si considera che i rigidissimi protocolli in essere fino ad oggi rendono i teatri luoghi di gran lunga più sicuri rispetto ai bar o ai mezzi di trasporto.
Una decisione inevitabile, alla luce dell’andamento dell’epidemia? Nemmeno, se nei mesi estivi fossero stati completati (o quantomeno avviati) quegli interventi strutturali – in materia di sanità, trasporti, servizi internet destinati a lavoratori e studenti – necessari per contenere la tanto temuta quanto annunciata seconda ondata dei contagi.
Una decisione assunta, tuttavia, nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica: con gli ospedali che esplodono, non possiamo preoccuparci dei teatri; parliamo di scuola, non di opera lirica. Indifferenza giustificabile, se ricondotta ad un’analisi superficiale della situazione contingente. Indifferenza, non a caso, figlia della falsa percezione che descrive il teatro d’opera come un microcosmo popolato da una ristretta nicchia di privilegiati, come un satellite lontano dal cuore pulsante e sofferente del sistema – Paese in affanno.
Ma il Teatro d’opera non si esaurisce nelle passerelle riservate alle dame ingioiellate che affollano le grandi prime, né si risolve nei sorrisi patinati e ritoccati proposti dalla diva di turno a beneficio del popolo di Instagram.
No, il Teatro d’opera è animato da una vasta platea di lavoratori (macchinisti, tecnici, costumisti, coreografi, amministrativi) che percepiscono la chiusura dei teatri come un’ipoteca destinata a gravare sul loro presente e sul loro futuro; è composto da una nutrita schiera di artisti che, a prescindere dai sussidi statali, trovano nel palco e nel gradimento del pubblico l’unico trampolino su cui costruire le loro chanche di carriera.
E soprattutto, quella falsa percezione induce a dimenticare come l’opera lirica abbia rappresentato la colonna sonora in grado di accompagnare – dal “Và Pensiero” al coro di Ernani, dal Viva Verdi al Requiem di Toscanini – i momenti centrali della storia di un Paese troppo spesso sull’orlo di un baratro senza ritorno, e che ha trovato proprio in quelle note la forza per risollevarsi.
Quella stessa forza che serve adesso, per avere la meglio sul virus affamato di umanità. Attenzione, allora, a spegnere troppo in fretta le luci dei teatri, attenzione a rintanarci nelle tenebre e nella paura. Si corre il rischio di non avere altre alternative che aspettare in silenzio il corso degli eventi.
Come davanti a un grande palco vuoto.

(pubblicato anche su www.operaclick.com)

Fonte: Democrazia Oggi

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