Il Ministro Speranza e le nostre differenti speranze

Tonino Dessì

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L’infelicissima affermazione televisiva del Ministro della salute Speranza, secondo cui il Governo si affiderebbe alle “segnalazioni dei cittadini” per controllare comportamenti privati, anche domiciliari, contrastanti con le nuove disposizioni di contenimento della pandemia, ha comprensibilmente suscitato diffusissime reazioni negative.
Intendiamoci, non è che tutti i comportamenti privati domiciliari siano sempre tollerabili: il più delle volte certi comportamenti godono di una rassegnata tolleranza, ma altre volte ingenerano conflitti interpersonali acutissimi con conseguenze non di rado piuttosto gravi (spesso contenziosi legali, occasionalmente invece anche drammatiche vie di fatto).
Si pensi, per fare un esempio che sarà di esperienza ampiamente condivisa (a me è capitato non più di una ventina di giorni fa) a un vicino di casa il quale organizzi una festa nel suo giardino con musica a livello acustico da discoteca, che duri fino alle tre di notte.
Si tratta di quei comportamenti privati che fuoriescono dalle strette mura domestiche per invadere la sfera esistenziale, psicofisica, altrettanto privata, di altre persone.
Nella fattispecie evocata dal Ministro però siamo in una sfera differente, perché il nocumento privato dell’altrui sfera privata derivante da un ritrovo domestico con un numero di persone superiore a quello stabilito dal nuovo DPCM è eventuale, non diretto, assai meno invasivo dei casi cui ho accennato in precedenza e il suo contrasto è relativo a misure amministrative di prevenzione sanitaria di un pubblico contagio.
Certamente si può affermare che entrano in campo in questa fattispecie l’inviolabilità costituzionalmente garantita del domicilio e il rispetto, ormai rigorosamente tutelato da norme di fonte europea e nazionale, della riservatezza personale.
Purtroppo non si può liquidare l’uscita del Ministro come uno scivolone.
È un’uscita che ne compromette seriamente tanto l’autorevolezza quanto la competenza.
Non c’è l’obbligo nei ministri di essere specialisti accademici o professionali nelle materie sulle quali debbono esercitare la gestione politica, ma l’obbligo di aver sensibilità e consapevolezza ordinamentale, in un regime costituzionale democratico, c’è ed è una questione che attiene proprio a competenza e a capacità.
La pandemia comunque sta evidenziando anche una questione non nuova, acutizzandola.
Viviamo, almeno dal secondo dopoguerra, in una società connotata da una sempre più pervasiva regolamentazione pubblica.
In precedenza le relazioni giuridiche negli Stati liberali erano affidate assai più prevalentemente ai rapporti fra privati e al comune diritto civile.
Successivamente diritto amministrativo e diritto penale, entrambi originati dal potere pubblico e pertanto entrambi dotati dello strumento sanzionatorio extraprivato, hanno preteso l’uno di regolamentare dettagliatamente la gran parte dei comportamenti, collettivi e individuali, non solo quelli direttamente attinenti al rapporto fra potere pubblico, amministrazione e cittadini, l’altro di contenere e di reprimere ogni possibile comportamento al quale sia attribuito un carattere di devianza, latamente sociale, particolarmente acuta.
Di questo tema, precedentemente alla pandemia, si è pure trattato, ma spesso più in riflessioni culturali, filosofiche, sociologiche, politologiche, che non nell’elaborazione politica concreta.
In realtà questo aspetto nemmeno il liberismo contemporaneo lo ha affrontato, se non nella sua pretesa di liberare le relazioni economiche e i connessi rapporti sociali da regolamentazioni legate a interessi pubblici collettivi, per rimetterli al gioco diretto -a forze ineguali- delle relazioni “di mercato” fra i soggetti coinvolti.
Le restanti invocazioni “libertarie” del neoliberismo non hanno affatto impedito agli Stati governati da forze liberiste di involvere politicamente in vistose manifestazioni di illiberalità.
Detto questo, si può certamente dire che ogni volta che norme pubblicistiche sanzionatorie di natura amministrativa o penale hanno preteso di invadere intimamente la sfera strettamente privata, la loro efficacia si è rivelata inversamente proporzionale alla pretesa stessa, la tendenza a eluderle è proporzionalmente aumentata, la loro tollerabilità sociale è stata diffusamente messa in discussione.
E la loro gestione, qualora il potere pubblico si appelli alla delazione, anziché a una corretta informazione e alla responsabilizzazione civica, introduce tuttora elementi odiosi di degenerazione nelle relazioni sociali.
C’è un limite oltre il quale il diritto prescrittivo-sanzionatorio non dovrebbe mai entrare.
E laddove non può e non deve entrare non c’è altra via che l’autorevolezza democratica, con l’attendibilità delle informazioni e con la più diffusa formazione del senso civico, anche mediante l’esempio più rigoroso ed emblematico.
Tutte cose che competono alla funzione politica, alla funzione intellettuale, alla funzione dell’informazione anche mediatica, pubblica e privata.
Altra strada non c’è.
Questo campo di riflessioni mette in gioco tuttavia una dimensione ancora più complessa e di prospettiva.
Ci troviamo di fronte a una pandemia che, per quanto rientri tra i fenomeni preannunciati nella pubblicistica scientifica da almeno trent’anni, presenta caratteri inediti, per la contemporaneità, anche qui traguardando retrospettivamente almeno il secondo dopoguerra.
Ha fatto la sua comparsa nell’uomo un virus del quale, certo, molto si sta comprendendo quanto a funzionamento, abbastanza si è capito delle sindromi che può provocare, qualcosa si è appreso clinicamente in ordine alle terapie coadiuvanti nella cura della sintomatologia, ma il suo tempo di insorgenza non è stato ancora sufficiente per comprenderne appieno tutta la fenomenologia: basti pensare all’irrisolta problematica della capacità di contagio degli asintomatici o più ancora al processo di immunizzazione in assenza di vaccino.
A poco servono i bollettini quotidiani o gli esercizi statistici con tanto di tabelle.
I problemi restano quello della tollerabilità sociale di migliaia di morti, aggiuntivi a quelli del normale andamento epidemiologico precedente all’insorgere del virus e quello delle conseguenze che un certo numero di malati acuti provoca in termini di pressione diretta e indiretta sui servizi sanitari.
Certamente si debbono auspicare tutte le forme di diagnostica preventiva diffusa, così come ogni ampliamento delle disponibilità di servizi volto a separare il più possibile il percorso clinico del trattamento della Covid-19 dai percorsi clinici delle altre patologie, in difetto della quale separazione i servizi e le cure ordinarie stanno risentendo di un intollerabile rallentamento, quando non di una vera e propria sospensione.
Ma quanto ancora si può pensare di inseguire una irrefrenabile espansione della pandemia, quale quella che sta verificandosi in questa seconda ondata, tanto prevista nel suo avverarsi, quanto tuttavia clamorosamente sottovalutata in termini di intensità?
Quel che non sappiamo è questo.
E a meno di una spontanea e misteriosa regressione o di scoperte risolutive, al momento non realisticamente prevedibili, in campo terapeutico o vaccinale, la durata della pandemia, con la sua circolarità planetaria, sembra prospettarsi lunga.
Fra miglioramento generalizzato delle condizioni materiali di vita, diffusione dei vaccini e massiccio ricorso agli antibiotici, da almeno settant’anni in Occidente tanto poca esperienza abbiamo vissuto di pandemie da averne perso la memoria.
Abbiamo perso anche la memoria che poco più di settant’anni fa era invece ben presente nella quotidianità di massa proprio la consapevolezza dell’esistenza, non sempre acutamente epidemica, ma ricorrente ed endemica, dei contagi batterici, micobattetici, vibrionali, plasmodici, parassitari, virali, che mietevano vittime in ogni famiglia, rendendo normale che in ciascun nucleo famigliare si piangesse almeno un morto di tubercolosi, o di malaria, o di qualche zoonosi o che in ogni classe di scuola primaria si apprendesse di casi di poliomielite, mortale o gravemente invalidante.
E abbiamo perso la memoria del fatto che una certa austerità di comportamenti (persino certe freddezze nell’affettività fisica in famiglia, nei confronti soprattutto dei bambini, che troviamo raccontati anche nelle biografie e più in generale nella letteratura, interpretati come carenze affettive ed educazionali) in realtà era strettamente connessa al retaggio degli unici accorgimenti preventivi disponibili (l’igiene domestica, quella individuale e quella nei rapporti interpersonali), poche essendo le cure risolutive e scarsi i servizi sanitari, compresi quelli ospedalieri, sui quali fra l’altro vi era la cognizione esperienziale, gradatamente anch’essa poi andata persa, che gli ospedali sono fra i luoghi meno sterili in cui ci si possa imbattere nel corso della propria esistenza.
Quello che oggi definiamo come “negazionismo”, a parte le strumentalizzazioni politiche e a parte le pressioni degli interessi economici, alcuni giustificabili e legittimi, altri assai meno, è forse la difficoltà diffusa a prender atto di quanto il protrarsi della pandemia potrebbe incidere in profondità nei nostri comportamenti, laddove protezioni come le mascherine, precauzioni elementari come i lavaggi frequenti delle mani e relazioni fisiche ordinarie più protette (anche più distanti) restassero le sole misure efficaci per circoscrivere il contagio fino a ridurlo a una eventualità relativamente remota.
Ma, per concludere da dove sono partito, prima ci faremo una ragione a livello di massa della necessità di cambiare e di adattare le nostre abitudini, meno rischi correremo che vi sia la tentazione, per indurci forzosamente a cambiare le abitudini, di limitare intollerabilmente le nostre libertà.
Qualcuno ha coniato il concetto dell’esigenza e dell’opportunità di un “nuovo galateo”, da declinare anche come nuova educazione civica, sociale, laicamente etica, fondata su un rinnovato rispetto reciproco, con particolare attenzione al rispetto dei più fragili.
Ecco: questo funzionerebbe meglio di qualsiasi innovazione normativa e sanzionatoria.

Fonte: Democrazia Oggi

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