Post-referendum: quale legge elettorale?

Andrea Pubusa

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Dopo il referendum si rimescolano le carte nell’area che alle consultazioni del 2006 e del 2016 avevano votano convintamente No. Negli uni e negli altri s’impone una fatto incontestabile: il sì ha vinto con ampia maggioranza, segno che il corpo elettorale italiano non ha visto nel taglio un pericolo per la dem0crazia italiana. Lo si è considerato  un emendamento alla moda delle modifiche della Costituzione negli States, non una revisione pervasiva coe quelle di Berlusconi e Renzi; per di più proposte analoghe erano già state avanzate negli anni Ottanta sia del gruppo parlamentare comunista sia da eminenti giuristi della Sinistra indipendente, come il compianto Sefano Rodotà e Gianni Ferrara (che pure al referendum di settembre ha votato NO).
Ora si tratterà di vedere l’impatto di questa revisione, sopratutto nella rappresentanza dei territori, che almeno dal punto di osservazione sardo pare privare alcune comunità locali storiche di propri rappresentanti nel Parlamento nazionale.
Detto questo, è fuor di dubbio che la pressione dell’area democratiche è concentrata sulla legge elettorale. Niente più storture di sistemi complicati e deformanti, niente più Camere composte da “nominati”. S’invoca una legge proporzionale, che poi è nello spirito della nostra Carta, e discute di liste di candidati fra i quali far scegliere agli elettori.
Ore sulle liste di tratta di decidere se lunghe o corte, perché queste ultime si traducono in una forma nascosta di imposizione dall’alto. Io dirigenza propongo pochi candidati, tutti fidelizzati e allineati, e la scelta dell’elettore è un puro artifizio formale. Meglio liste lunghe dunque con procedure di formazione seriamente partecipate.
E la c.d. governabilità, in nome della quale, senza inverarla, si è fatto strame della rappresentatività in Italia e non solo? Gira, gira i tedeschi mostrano in questo una saggezza, da noi spesso criticata, ma in fondo meno devastante o più accettabile di altre soluzioni: sbarramento corposo, al 5%. Questo correttivo al proporzionale è sempre stato avversato dalle forze minoritarie: in questo modo - si dice non senza qualche ragione - si priva il Parlamento di forze di avanguardia, proprio per questo senza seguito di massa, ma con tante idee innovative e stimolanti. Ora su questo punto bisogna essere rigorosi: non esistono sistemi proporzionali puri. I meno giovani ricordano la fine del Psiup: ebbe circa 700 mila voti alla Camera (al Senato era alleato col PCI), ma non elesse neanche un deputato. La ragione? Semplice, la legge elettorale di allora,  sicuramente proporzionale, poneva però un requisito minimo per l’accesso alla ripartizione dei resti: bisognava avere almeno un quoziente pieno, e il Psiup, nonostante i molti voti su tutto il territorio nazionale, non lo ebbe. Anche a livello regionale valeva quella regola e forze battagliere e significative rimasero negli anni ‘70 e ‘80 fuori dall’Assemblea sarda. Bisogna anche ammettere che l’eccessiva frammentazione è un fenomeno negativo che, induce per reazione, a soluzioni maggioritarie. E allora? Allora, le piccole formazioni devono capire che già mettere in campo temi, programmi, mobilitazioni è di per sé una funzione democratica molto importante. Insomma, bisogna acquisire tutti una duplice propensione: all’unione delle forze affini in unica lista e chi ritiene di non esserlo puntare alle campagne popolari e di massa su obbiettivi di grande interesse generale iin modo da costringere le forze maggiori a inserirle nell’agenda parlamantare.
Con i dovuti approfondimenti, questa sembra la proposta  su cui lavorare ora, ritrovando nell’area democratica l’unità spezzata dal quesito del recente referendum sul taglio dei parlamentari.

References

  1. ^Carbonia. Non si placano in città le polemiche fra gli opposti schieramenti, le sinistre costruiscono argini contro i provocatori (www.democraziaoggi.it)
  2. ^Nessun commento (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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