Caro Andrea, dopo il referendum, un “che fare?” assai problematico.

Tonino Dessì

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Caro Andrea,
nell’articolo scritto il 21[1] Settembre a spoglio referendario concluso e a risultato definitivamente assestato, hai sinteticamente tracciato un indirizzo di lavoro (impegnarsi prima una nuova legge elettorale proporzionale, quindi per l’attuazione dei punti programmatici più urgenti della Costituzione) proposto ai vari comitati locali che fanno riferimento a quello nazionale per la democrazia costituzionale, anche come prospettiva per ricomporre l’area democratico-progressista che si è divisa in occasione di questa consultazione.
Sinceramente apprezzando la consueta positività dell’indirizzo e sul piano dell’emozione reattiva sentendomi portato come sempre a condividerla, devo dire tuttavia che la ragione mi induce a prospettarmene le gravi difficoltà, oggettive e soggettive.
All’indomani del referendum del 2016 avevo auspicato il consolidamento del movimento costituzionale e addirittura pensato che l’immersione culturale nell’intenso dibattito sviluppatosi in quella campagna per respingere la revisione renziana potesse indurre uno fra i protagonisti decisivi, il M5S, a evolvere in “Partito della Costituzione”.
Così non è stato.
Nei quattro anni che sono poi trascorsi, proprio il M5S ha regredito su quel terreno e se da un lato, dopo il suo successo elettorale del 2018, le circostanze che portarono alla formazione del primo Governo di questa legislatura con la Lega di Salvini hanno segnato una delle fratture più significative con l’area democratica, quella conseguente alla condivisione delle leggi xenofobe, dall’altro le circostanze che hanno portato alla formazione del secondo Governo, quello col PD, hanno condizionato lo stesso Governo nel frenare la pur annunziata (dagli accordi di maggioranza) revisione di quella legislazione, mentre ha finito per concludere il suo iter la revisione costituzionale sulla riduzione della rappresentanza, che aveva preso avvio con l’unificazione di due disegni di legge della maggioranza precedente, uno a firma Calderoli (Lega per Salvini), l’altro a firma Patuanelli (M5S).
Conclusione che in nome della “ragion di governo” ha visto il PD e le sinistre parlamentari satelliti confluire sull’approvazione nell’ultima e conclusiva lettura alla Camera dei Deputati, dopo che avevano votato contro in tutte le altre letture in entrambi i rami del Parlamento.
La secca formulazione della revisione è penetrata come una lama acuminata dentro lo stesso movimento costituzionale del 2016, dividendolo e inducendo una parte dei costituzionalisti, come la professoressa Carlassare e il professor Zagrebelsky, a schierarsi per il SI per palesemente prevalenti motivazioni politiche, di difesa del quadro di governo, fino al punto di ritrattare opposte posizioni sul merito espresse nel 2016.
Il ferro aguzzo ha sfondato le maglie della difesa della Costituzione penetrandone il ventre molle, quello della rappresentanza.
È verosimile che anche nel voto degli elettori la parte democratica del NO del 2016 si sia divisa, benchè più di un indizio porti a ritenere che il SI del 2020 sia stato un voto assai decisamente caratterizzato a destra, rispetto a quello del 2016.
Le indagini degli analisti sono propense infatti a ritenere che un po’ più della metà degli elettori PD abbia votato, nonostante le indicazioni del partito, contro la revisione, mentre il modestissimo risultato conseguito dal M5S nelle contestuali elezioni regionali lascia intendere che anche l’apporto dei suoi elettori alla causa della revisione sia stato corrispondentemente modesto.
Conclusivamente, nella sua convulsione quasi premonitrice di un’agonia difficilmente reversibile, questo partito ha contribuito a dare un colpo durissimo alla Costituzione.
La quale, parliamoci chiaro, dal voto referendario non esce più uguale a prima, non solo come Costituzione formale, ma neppure come Costituzione materiale.
Una Camera e un Senato rispettivamente ridotti a 400 e a 200 componenti non saranno affatto più efficienti.
Basti pensare alla riduzione della capacità di analisi dello spettro di problemi di un Paese complesso, inevitabilmente derivante dalla riduzione del numero complessivo e della provenienza territoriale dei componenti delle due Assemblee e delle Commissioni parlamentari e, nella prospettiva, dall’accorpamento e dalla riduzione delle medesime Commissioni.
Saranno sicuramente, il Parlamento e le Commissioni parlamentari, organi meno rappresentativi: il taglio del trenta per cento solleva oggettivamente la soglia di accesso delle formazioni politiche al Parlamento e stabilire, anche in una legge elettorale proporzionale, un ulteriore sbarramento incrementerebbe la conseguenza fino a far prevedere che la rappresentanza parlamentare del Paese sarà in mano a forze politiche espressioni di una minoranza di elettori.
Per quanto sia vero che in una precedente fase della storia repubblicana (quella della rigogliosa crescita delle forme istituzionali, anche regionali e locali, delle forme organizzate della politica come i partiti di massa e delle forme organizzate dei movimenti sociali, anche sindacali e civili, che innervarono la partecipazione di massa alla politica) una parte della sinistra prospettò fiduciosamente tanto una riduzione del numero dei parlamentari, quanto addirittura il superamento del bicameralismo a favore di un’unica Assemblea Nazionale eletta col sistema elettorale integralmente proporzionale, è pur vero che nella regressione istituzionale, sociale, culturale e soprattutto politica in corso da almeno trent’anni quelle proposte hanno perso di attualità.
Ma è anche opportuno ricordare che quelle proposte erano accompagnate da un bilanciamento intrinseco, ossia dalla proposta contestuale di un irrigidimento ulteriore delle procedure di revisione, mediante l’eliminazione dall’articolo 138 della Carta della possibilità di un’approvazione a maggioranza, ancorchè assoluta.
Questo non è stato previsto nella riforma approvata e se pure sarebbe certamente il primo obiettivo da indicare, nulla induce a prevedere che alcuna forza politica intenda assumerne l’iniziativa, men che meno che una maggioranza parlamentare qualificata ai sensi dell’articolo 138 vigente si coaguli per approvare una tale proposta.
Anzi, suonano abbastanza inquietanti gli annunci di apertura di una “nuova stagione di riforme”.
La Costituzione perciò è diventata assai più fragile proprio per il fatto che già oggi si è sperimentata una modalità politica per modificarla agevolmente e che sarà possibile nel prossimo Parlamento modificarla da parte di maggioranze le quali, ancorchè qualificate, saranno pur sempre formate nell’ambito di forze politiche espressioni nel loro complesso di una minoranza del corpo elettorale.
Già domani, peraltro, cosa potremmo fare, se venisse approvata la proposta di legge costituzionale firmata dai parlamentari di LeU e il cui esame è stato già incardinato nella competente Commissione Affari costituzionali del Senato, volta al superamento della elezione dei senatori su base regionale?
Certo, si tratta di un’ulteriore revisione dall’approvazione non scontata, benchè rientri negli accordi di maggioranza.
Dipenderà dall’evoluzione della vicenda residuale dell’ex sinistra radicale italiana, la quale da qui alla fine della legislatura potrebbe invece conclusivamente confluire nel PD, complice la possibile concomitante non ottemperanza agli accordi del M5S, che alla luce dell’esito delle elezioni regionali preferirebbe magari non trovarsi altre forze “minori” concorrenti.
Se invece passasse ci avvieremmo alla definitiva cancellazione dai rami “alti” dell’ordinamento di un riferimento alla rappresentanza su base circoscrizionale regionale, preludio alla creazione di collegi pluriregionali, analoghi a quelli per l’elezione del Parlamento Europeo, non solo per la Camera, ma anche per il Senato.
L’effetto su una Regione come quella sarda, che già vedrà ridotta la sua rappresentanza nel Parlamento italiano di oltre il 36 per cento, è intuitivo, visto che l’esperienza della collocazione in un collegio europeo “Isole” con la Sicilia, la facciamo da tempo.
In questa prospettiva direi che anche una possibile evoluzione del bicameralismo paritario perfetto in un bicameralismo specializzato di tipo federale (che, detto per inciso, è stata la linea ufficiale, in Sardegna, dell’ultimo PCI nel 1989, del PDS sardo e financo dei DS-Sinistra federalista sarda, fino al suo scioglimento nel PD) è destinata a sfumare definitivamente.
Va peraltro notato che intanto i processi di disaffezione e di astensione per sfiducia e per difetto dell’offerta politica proprio in Sardegna hanno finito per connotare sia le elezioni senatoriali suppletive di Sassari sia il referendum.
Se a livello nazionale il risultato referendario è infatti più che legittimato da un’affluenza largamente superiore al cinquanta per cento degli aventi diritto, in Sardegna l’affluenza si è rivelata considerevolmente più bassa.
L’elezione a Sassari, pur in un contesto di “sciopero del voto” degli elettori di poco differente da quello che caratterizzò le suppletive cagliaritane per la Camera del 2019, ha segnato un successo della destra e nel contempo ha confermato la presumibile connotazione a destra anche del voto referendario locale e poco consola che la percentuale regionale dei NO sia stata lievemente superiore a quella di molte altre Regioni.
Insomma, non ho motivo per essere particolarmente ottimista, per la prospettiva e la riflessione sul “che fare?” mi pare urgente, ma problematica e non agevolmente risolvibile con la ripresa di un attivismo volontaristico.
Saluti cordiali.

References

  1. ^articolo scritto il 21 (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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