Una vittoria del SI al referendum favorirebbe la crisi del Governo Conte2?

Tonino Dessì

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Nei giorni scorsi Giuseppe Conte ha espresso la sua posizione (che è quella del Governo e quella della sua maggioranza) favorevole alla conferma referendaria del taglio della rappresentanza parlamentare.
Sabato, in alcuni eventi ai quali ha partecipato e di cui la stampa ha dato ampia notizia, si è pronunciato su tre questioni.
La prima riguarda la tenuta sua e del Governo in caso di sconfitta alle imminenti elezioni regionali contestuali allo svolgimento del referendum, per dire che lui anche in questo caso non cadrà.
Immagino significhi che non si sentirà obbligato alle dimissioni come fece Massimo D’Alema nel 2000.
Non so bene invece che cosa intenda per sconfitta.
A occhio, con PD e M5S divisi e contrapposti in cinque regioni su sei e con i sondaggi che danno il centrodestra vincente già ora in quattro regioni, la sconfitta sembra certa e quello che distinguerà una sconfitta da un disastro sarà il risultato della Toscana, cioè se il PD ne terrà la guida oppure la sua candidata sarà superata da quello del cdx.
La seconda cosa è che, non prevedendo l’apertura di una crisi, non prevede di conseguenza l’ingresso sulla scena di Mario Draghi, una “risorsa” che, rivela Conte, alcuni mesi fa gli avrebbe manifestato troppa stanchezza per poter accettare un prestigioso incarico nella Commissione Europea, forse addirittura la candidatura italiana per la Presidenza.
La terza cosa è l’auspicio per un secondo mandato di Mattarella alla Presidenza della Repubblica, proposta che non pare tuttavia godere di analogo auspicio da parte del diretto interessato.
In realtà l’equilibrio e la sopravvivenza stessa di questo Parlamento si reggono in piedi esclusivamente perché nessuno ha voluto nè vorrebbe affidare a nuove Camere l’elezione del Capo dello Stato dopo la cessazione di quello in carica.
La questione riguarda tanto i partiti della maggioranza quanto quelli di opposizione e nessuno dei rispettivi gruppi dirigenti attuali intende mollare la partita.
Singolare che questo aspetto venga ignorato da chi sostiene la revisione parlamentare “per mandare a casa” un bel pò di parlamentari: prima di cessare dal mandato in corso saranno gli attuali deputati e senatori e la prescritta, invariata quota di delegati regionali, a eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.
Così come saranno gli attuali parlamentari a discutere e ad approvare la nuova legge elettorale non, come si da ad intendere, quasi a ridosso del referendum, bensì solo a ridosso del prossimo scioglimento delle Camere, verosimilmente alla scadenza ordinaria.
Perciò il tema della permanenza in carica del Governo è legato a molti fattori.
Per come la vedo io, l’abbinata del risultato favorevole alla revisione referendaria (insomma, una vittoria del SI), con l’esito negativo ormai previsto delle elezioni regionali sarebbe lo scenario peggiore proprio per il Governo in carica.
Una vittoria del SI sarebbe una vittoria che tutti i partiti si intesteranno, mentre il risultato elettorale, che fra le altre cose registrerà il peso reale attuale del M5S, non consentirà a questo partito, principale promotore del taglio della rappresentanza, di incassare politicamente alcunchè.
Avrà reso un ottimo servizio alle oligarchie, dopodiché poco spazio ancora gli resterà se non per manovre di palazzo su cui giocare quella che è ancora la rappresentanza parlamentare ottenuta con le elezioni del 2018, già pessimamente giocata col Governo giallonero e a consuntivo malamente giocata con il Conte 2.
Il quale Esecutivo se andrà in crisi, in queste condizioni, semmai lo dovrà ad altro.
La mia impressione è che sia questo Governo, a essere “stanco”, ormai giunto a esaurimento di fase.
Il periodo più acutamente emergenziale della crisi pandemica può infatti considerarsi concluso.
Non perché siano spariti virus e rischi di contagio, ma perché non vi sono più le condizioni per una sospensione generalizzata delle attività economiche, sociali, civili e il problema di come garantire la sicurezza sanitaria in condizioni di ripristino del funzionamento del Paese è assai più complicato.
Nello stesso tempo non siamo in ristrettezze di gestione finanziaria.
Già oggi, se vi fossero idee chiare, potremmo spendere anticipando del nostro (intendo delle risorse del bilancio dello Stato), per rendicontare a rimborso sul Recovery Fund ed eventualmente sul MES.
Perciò, al netto della cronica inefficienza delle pubbliche amministrazioni e delle banche, il fatto che non si prospettino effetti importanti di rivitalizzazione del sistema è in realtà dovuto al fatto che non vi sono veri e propri programmi e progetti diversi dalla prospettiva di una spendita di risorse a pioggia, che finirà per accentuare anzichè attenuare le disparità anche territoriali (finora solo il Nord sembra aver beneficiato degli interventi finanziari approvati).
Sarà difficile che subito dopo il referendum questi nodi non vengano al pettine e che questi conti non vengano presentati.
E a fronte, contestualmente, di un esito referendario “antiparlamentare” e di una evidente, comune e collettiva difficoltà dei partiti a dare una scossa strutturale sui temi economico-sociali, la pressione per una soluzione politica imperniata su una personalità “forte” sarà difficile da contenere.
A quel punto sulla tenuta di questo Governo e di una base politico-parlamentare della maggioranza ancora ristretta a PD e M5S, per di più in difficoltà anche nelle rispettive relazioni a seguito del risultato elettorale, non scommetterei affatto.
Nel frattempo (“Chartago delenda”!), anche queste considerazioni mi confermano che sia meglio sganciare il voto referendario dalle imponderabilità della contingenza politica e votare NO, per non contribuire in modo irreparabile a una restrizione dei futuri spazi di cambiamento democratico della rappresentanza e della politica.

Fonte: Democrazia Oggi

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