L’incertezza della politica nel contrastare la pandemia

Gianfranco Sabattini

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In un recente articolo, dal titolo “La politica di fronte alla pandemia: opzioni e conflitti” (pubblicato sul n. 3/2020 de “Il Mulino”), Claus Offe svolge interessanti riflessioni sull’incertezza e sulle difficoltà che caratterizzano le scelte politiche adottate dai governi dei Paesi colpiti dal Covid-19.
Secondo l’autore, i modelli demografici ed epidemiologici che sono stati proposti dopo lo scoppio della pandemia, per stabilire le modalità con cui contenerne la diffusione, sono di dubbia utilità; ciò soprattutto perché la stima delle variabili considerate non può essere effettuata in modo valido, essendo le rilevazioni dei dati empirici basate su osservazioni desunte “da rapporti amministrativi obbligatori o compilati attraverso procedure di ricerca e test diagnostici con validità e specificità in parte poco chiare”. Inoltre, le difficoltà riscontrate nella fase di stima della variabili considerate sono state determinate anche dal fatto tale stima sia stata svincolata dalla considerazione della variabile “tempo”, che ha impedito che si tenesse nel debito il continuo cambiamento delle varabili durante il ciclo pandemico.
In presenza di queste difficoltà, le politiche di prevenzione e di repressione della pandemia sono state concentrate su specifici segmenti della popolazione residente, con l’adozione di misure (lockdown, uso delle mascherine, distanziamento sociale ed altro) valide per tutte le professioni, eccetto quelle essenziali. Nel clima di incertezza, le misure adottate sono state giustificate sulla base dell’argomentazione che esse servissero a “guadagnare” il tempo necessario “per costruire capacità di trattamento e cura aggiuntive, sviluppare cure farmacologiche e, prima di tutto, proteggere gli ospedali da un sovraccarico di casi che rendano necessario il triage”, ovvero la selezione dei soggetti colpiti dal virus, in base alla gravità dello stato di salute, del quadro clinico e di altri dati legati soprattutto all’età del paziente.
Il “guadagno” di tempo, però, ha un costo economico e sociale, oltre che umano, tale da impedire – sostiene Offe – che una società moderna possa aspettare in condizione di inattività e di “chiusura”, che la “pandemia abbia fatto il suo corso”; ciò perché “la chiusura dell’economia e della società è molto costosa in termini economici e non può essere sostenuta per un ‘lungo’ periodo”, e tanto meno i costi indotti dalla chiusura possono essere sopportati dai ceti meno abbienti, ai quali le condizioni economiche non permettono “di veder interrotta la loro vita normale”. E’ questa la ragione per cui - secondo Offe – i costi causati dalla chiusura sono insostenibili sul piano economico, sociale e psicologico, intollerabili dal punti di vista politico (distribuendosi essi in modo molto disomogeneo) ed infine poco rispettosi dei vincoli giuridici previsti dagli ordinamenti costituzionali democratici, che impediscono la sospensione dei diritti dei cittadini, pur in presenza di qualsivoglia stato di emergenza.
Se si considera l’assoluta superiorità normativa di questi ultimi vincoli, che privilegia la sopravvivenza dei cittadini, prescindendo dalle loro condizioni economiche e anagrafiche (quindi escludendo qualsiasi situazione di triade), le misure governative adottate (lockdown, mascherine, distanziamento sociale ed altro), pur in presenza di un potenziamento delle capacità ricettive delle strutture ospedaliere, saranno, a parere di Offe, sempre più difficile da conservare, perché “le stesse norme, applicate in modo uniforme a tutta la popolazione” peseranno in maniera disomogenea sui soggetti che la compongono. Infatti, mentre la garanzia della sopravvivenza, resa possibile attraverso il potenziamento delle strutture ospedaliere, andrà a beneficio di coloro che potranno essere curati, “l’onere dei costi e le dolorose rinunce dovute all’interruzione della vita normale [saranno] a carico della popolazione in generale e, in particolare, di coloro le cui condizioni socio-economiche [faranno] sì che possano meno di altri permettersi [di sopportare] i disagi” della chiusura dell’economia.
Questa situazione, creatasi dopo lo scoppio della pandemia, ha spinto alcuni studiosi a parlare di un “trade off” tra la “vita” di coloro che sono a rischio, ma senza risorse, e la “sopravvivenza” di coloro che, dotati di adeguate risorse, possono permettersi di “sopportare” i costi delle misure antipandemiche adottate dalla politica (health contro wealth). Anche se i termini di tale “trade off” non sono stati ancora ben articolati e resi chiari, le due classi di soggetti (i beneficiati e i penalizzati) hanno incominciato a polarizzarsi, sostenendo ragioni che, per quanto opposte, risultano tutte plausibili. Da un lato, si trovano coloro che, godendo di una sufficiente autonomia economica (perché, ad esempio, sono pensionati o perché godono della possibilità di poter lavorare da remoto), sostengono che le misure restrittive adottate sono al servizio di tutti, in quanto dirette a consentire il superamento della minaccia del Coronavirus; dall’atro lato, si contrappongono le ragioni di coloro che sostengono che la situazione economica, sociale e psicologica, sia delle famiglie che dei titolari di imprese (soprattutto se di piccola o media dimensione), è diventata insopportabile e che le misure governative adottate si sono trasformate in “un pericolo per la vita piuttosto che in [misure] di salute pubblica, alimentando violenza fisica e grave disagio psichico e depressione”.
Le proteste di quest’ultima categoria di cittadini contro la limitazione della libertà (di accesso al mercato del lavoro, del diritto di riunione ed altro) sono diventate sempre più insistenti, mentre giuristi, economisti e molti uomini politici “cercano di convincere il pubblico che il diritto alla vita e all’accesso alle strutture mediche salvavita non meritano la priorità assoluta su tutti gli altri diritti”. Questo discorso viene condotto in modo da evidenziare vari tipi di danni connessi alla chiusura e diffondere “dubbi sui suoi benefici universali”. Decine di migliaia di persone, si sostiene, muoiono ogni anno, a causa di una comune influenza, senza che i responsabili politici abbiano motivo di intervenire.
Questa ragione, nota Offe, non lascia molti validi argomenti per contrastare le conclusioni di quegli esperti “che ritengono che salvare vite umane a scapito di tutte le altre conseguenze non debba essere una priorità assoluta”. Per i sostenitori di questo punto di vista è eticamente discutibile, anche se giuridicamente difficile da giustificare e politicamente impopolare, che il diritto alla vita debba per tutti avere la precedenza sugli altri diritti umani e civili; tra l’altro, questo punto di vista è tanto più sostenibile – essi affermano - se si considera che quello opposto, può portare, com’è accaduto in alcuni Paesi europei, all’instaurazione irreversibile di regimi autoritari.
Coloro che si oppongono a questo punto di vista, sostengono, al contrario, che la minaccia espressa dal virus non giustifica l’allentamento delle misure di chiusura adottate e che la possibilità d’essere contagiati si applica a tutti, non solo alla categoria di coloro che sono più esposti al pericolo del contagio. Essi aggiungono anche che, in termini normativi, lo Stato non ha il diritto di violare il principio del “diritto alla vita”, non introducendo, consapevolmente le misure preventive e le strutture mediche necessarie a difesa dei cittadini.
Si tratta di un conflitto tra ragioni che – come sostiene Offe – rende in ogni caso difficile “per i responsabili delle politiche governative allontanarsi dalle severe misure precauzionali contro la pandemia”, una volta che queste ultime siano state adottate. I governi – continua Offe – “hanno ottime ragioni per temere la perdita di legittimità e di sostegno, e anche di reputazione internazionale, qualora venissero indicati come incapaci di far fronte alle funzioni più elementari che ogni governo è tenuto a svolgere: quella di fornire protezione al proprio popolo”. Una volta che il pericolo cui è esposta la comunità è stato accertato, il governo è tenuto ad intervenire con azioni restrittive, sino a quando non viene resa praticabile una risposta efficace alla diffusione del pericolo. L’esperienza sinora vissuta nella lotta al virus sembra suggerire la necessità di sostituire le norme generali di chiusura sin qui adottate con norme specifiche e differenziate, secondo l’idea di “dedicare a categorie di persone, attività e luoghi ad alto rischio misure restrittive, mentre a tutti gli altri sarà consentito di tornare a modelli ‘normali’ di mobilità e attività”. Misure così differenziate, però, sono valide solo se si dispone di informazioni corrette sul livello di rischio al quale sono esposte le varie categorie di attività e di persone e sui tempi necessari di applicazione delle misure. In ogni caso, anche il grado di conformità alle norme specifiche adottate dipenderà – osserva Offe – “in larga misura da una disciplina autoimposta […], non da un’azione formale di polizia”.
Inoltre, le disposizioni restrittive differenziate, se prolungate nel tempo, sono esposte alla probabilità di non essere rispettate, in quanto percepite come arbitrarie ed inique sul piano distributivo dei costi economici, sociali e psicologici causati dalla pandemia, per via della nuova stratificazione sociale che origina dalle modalità di erogazione dei finanziamenti di emergenza per sussidi, prestiti e trasferimenti, erogati per far fronte agli esiti distruttici del Covid-19. Quanto più si diffonderà la percezione nell’opinione pubblica del consolidarsi della nuova stratificazione sociale, tanto più diverrà difficile credere che le misure adottate dalle istituzioni governative siano conformi a un qualche principio di solidarietà, in virtù del quale tutti siano chiamati a pagare per i benefici dei quali tutti si avvantaggiano.
Più le pandemie sono destinate a diventare una costante gravante sullo stato di salute delle popolazioni delle società complesse contemporanee, più esse cessano di rappresentare un fatto esogeno naturale, per diventare un fatto interno alle società stesse; ciò richiede che i danni da esse provocati siano contrastati da una attività politica, non solo rivolta ad introdurre misure destinate a reprimere le pandemie o ad evitare la diffusione dei loro effetti, ma anche a garantire l’adozione di misure economiche rispondenti a criteri generali di equità.
Questa esigenza, conclude Offe, potrebbe essere facilmente soddisfatta, se l’erogazione dei sussidi per far fronte agli esiti distruttici delle pandemie avvenisse secondo la logica di un sistema di reddito di base, col quale realizzare una rete di sicurezza economica universale. Sinora invece le politiche pubbliche hanno risposto alla crisi pandemica in modo del tutto casuale, generando una nuova stratificazione sociale che ne riduce drasticamente l’efficacia.

Fonte: Democrazia Oggi

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