I pericoli del taglio dei parlamentari

Alfiero Grandi

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Nella discussione sul taglio del parlamento troppi sembrano dimenticare che ogni iniziativa dovrebbe dichiarare il proprio obiettivo. Il punto centrale per decidere come votare al referendum costituzionale del 20 e 21 settembre è stabilire se la riforma intende ristabilire il ruolo del parlamento, oggi purtroppo in crisi di credibilità, o se si intende contribuire al suo definitivo ridimensionamento.

La relazione che ha accompagnato il percorso parlamentare del taglio delle camere è stata centrata sui risparmi che si otterrebbero con il taglio. Secondo l’ex commissario alla revisione della spesa, Carlo Cottarelli, si tratta soltanto dello 0,007 per cento del bilancio pubblico. Poco più di 50 milioni l’anno. Guardando solo ai costi, chiudere la Camera, come fece il fascismo nel 1939, farebbe risparmiare ancora di più e addio democrazia.

Eppure il taglio dei costi è l’unico vero argomento su cui il Movimento 5 stelle ha impostato tutta la campagna, basti ricordare che Luigi Di Maio e gli altri leader dei Cinque stelle, dopo l’approvazione del taglio del parlamento, hanno organizzato una sceneggiata davanti a Montecitorio con forbici per tagliare finte poltrone di carta.

Ci sono stati altri tentativi in passato che non hanno raggiunto l’obiettivo. Oggi si cercano i quarti di nobiltà dell’attuale taglio del parlamento in iniziative precedenti, arruolando persone stimabili che non possono purtroppo smentire. Per fortuna il professor Gianni Ferrara, decano dei costituzionalisti italiani, ha chiarito che la proposta presentata 35 anni fa insieme a Stefano Rodotà, in un contesto ben diverso, aveva l’obiettivo centrale di rilanciare il parlamento, non certo di dare un colpo alla sua credibilità.

I limiti all’azione del governo
Perché rilanciare il parlamento? Perché è il luogo della rappresentanza degli elettori. I suoi componenti ricevono un mandato a legiferare e il governo dovrebbe operare entro le guide definite dalle leggi. Oggi non è più così. Il governo ha accresciuto i suoi poteri, impone i provvedimenti con decreti legge e voti di fiducia.

Il parlamento nella nostra Costituzione è fondamentale, ad esso sono attribuiti poteri decisivi come l’elezione del presidente della Repubblica (insieme alle regioni), di parte dell’organo di autogoverno della magistratura e della Corte costituzionale. Nella divisione dei poteri del nostro assetto democratico il parlamento svolge un ruolo insostituibile e centrale. Ogni intervento su di esso deve avvenire pensando alle conseguenze, perché la Costituzione è un edificio complesso e il parlamento ne è l’architrave.
Purtroppo il taglio del parlamento su cui si voterà il 20 e il 21 settembre non ha l’obiettivo di rafforzarlo, al contrario.

È un’iniziativa demagogica, populista che identifica la casta con il parlamento, confermando che il Movimento 5 stelle si è rapidamente inserito nei veri gangli di governo e di potere, ma di questi non si parla: si limita ad occuparne i posti.

Più efficienza?
C’è chi ritiene che con meno parlamentari il lavoro delle camere sarebbe migliore. In realtà il taglio non affronta il problema del funzionamento, che è affidato ad altri interventi, ad esempio la legge elettorale o i regolamenti parlamentari, la cui modifica finora ha richiesto tra i due e i tre anni. Vediamo alcuni aspetti.

Da troppo tempo la legge elettorale non consente agli elettori di scegliere direttamente deputati e senatori, stabilendo un rapporto di fiducia. Oggi deputati e senatori sono ignoti agli elettori. Vengono eletti sulla base delle scelte dei capi partito, che di fatto nominano dall’alto deputati e senatori.

Ancora con la legge Mattarellum si eleggevano i deputati in collegi di circa 100.000 abitanti, un quarto era eletto con il proporzionale, per i senatori i collegi erano grandi il doppio. Gli eletti erano conosciuti e votati dai cittadini. Con la legge nota come Porcellum si è creata una frattura profonda che ha portato gli eletti ad essere scelti per fedeltà, non per qualità.

Nel suo articolo per Domani, il professore Salvatore Vassallo descrive il lavoro del parlamentare esattamente come risultato di questa frattura: senza identità, senza qualità, senza neppure il coraggio di respingere il taglio delle camere di cui fa parte. È questo che va capovolto, cambiando la qualità degli eletti.

Può e deve tornare ad essere un parlamento di qualità, all’altezza delle aspettative dei cittadini. Questa svolta è urgente perché l’Italia deve uscire dalla crisi seguita alla pandemia e il governo ha bisogno di entrare in sintonia con il paese e solo il parlamento può reggere questo percorso. Certo ci sono le regioni, ma la pandemia ha dimostrato che un quadro unitario è indispensabile, altrimenti la tutela della salute non può essere garantita a tutti nello stesso modo, come prevede la Costituzione. Un parlamento forte è più che mai necessario per garantire un quadro nazionale unitario che superi il particolarismo regionale e per presentare in Europa le scelte nazionali.

Il taglio, previsto dall’attuale riforma, ricorda quello lineare delle peggiori leggi di bilancio, porterà una riduzione del 36,5 per cento che soprattutto per il senato renderà pressoché impossibile lavorare. Altro discorso sarebbe distinguere le funzioni dei due rami del parlamento, ma di questo nel taglio non c’è traccia.

Le promesse non mantenute
Il taglio è stato deciso dal governo formato dalla Lega e dal Movimento 5 stelle, ma in ultima lettura il testo è stato approvato anche dal Pd e da Leu, che hanno capovolto il precedente orientamento con la giustificazione della formazione del secondo governo Conte. In cambio, però c’era stato l’impegno di approvare alcuni riequilibri, tra i quali l’approvazione di una nuova legge elettorale e alcune modifiche ulteriori della Costituzione.

A un anno di distanza, questi cosiddetti riequilibri sono fermi e il taglio del parlamento deve essere giudicato per quello che è, le promesse sono tutte da verificare, mentre rimane in vigore la legge fatta approvare dalla Lega in occasione della terza lettura del taglio del parlamento al senato che perpetua l’attuale legge elettorale, rendendola applicabile anche con una riduzione del numero dei parlamentari. Qualcosa non torna.

La conclusione è che con il taglio delle camere l’Italia avrà un assetto costituzionale sbilenco proprio nel momento in cui dovrebbe produrre una sintesi nazionale forte.

Se vincerà il No, questo taglio andrà nel deposito rottami delle iniziative sbagliate, come altri tentativi precedenti, come quello del governo Berlusconi nel 2006 e di quello Renzi nel 2016. Così sarà possibile riaprire una discussione seria.

Il confronto con gli altri paesi europei non ci vede fuori media, mentre il taglio del parlamento potrebbe aprire la strada alle pulsioni della destra che oggi rilancia il presidenzialismo, sognando un presidente della Repubblica non più garante ma capo della fazione elettorale vincente, con conseguenze sul futuro del nostro paese.

Fonte: Democrazia Oggi

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