Referendum: tre motivi per dire NO

Andrea Pubusa

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Si anima il dibattito in questa strana e stravagante campagna elettorale agostana e in piena ripresa del covid. Prese di posizione più che incontri e confronti dal vivo. Già questo è un elemento non positivo visto che il voto deciderà su una revisione costituzionale e quale revisione! Si tocca l’elemento centrale della democrazia liberale: il Parlamento.
Nonostante abbia sempre seguito senza pregiudizi i pentastellati e li abbia anche votati, questa volta dissento, un dissenso che nasce dalla ragione che mi porta ancora a ringraziare i musi gialli per il contributo decisivo dato nella battaglia contro la revisione Renzi, che incideva pervasivamente sulla nostra Carta, mutandone in peggio i connotati.
Certo, il taglio dei parlamentari non ha la valenza della trasformazione del senato in un dopolavoro per alcuni sindaci e presidenti di regione e la compressione delle autonomie è sempre una restrizione delle libertà collettive, tuttavia la revisione pentastellata è da respingere come quelle di Berlusconi del 2006 e di Renzi del 2016. A mio avviso per tre motivi. Anzitutto, perché è negativo che ogni nuova maggioranza o leadership pensi a modificare la Carta. L’idea che ci sta sotto e viene veicolata e che le difficoltà del paese e delle politica italiana siano da ricondurre alla Costituzione. E’ vero, invece, il contrario. Il nostro paese, poco aduso storicamente alla democrazia, ha avuto una impetuosa crescita democratica, economica e civile, grazie a questa nostra legge fondamentale. Molti mettono in luce gli eccessivi bilanciamenti, ma è proprio grazie a questi equilibri che in una fase dura di scontro politico e di classe, l’Italia è riuscita a sviluppare una dialettica sociale e politica che ha fatto crescere anche sulturalmente il paese. Masse poco scolarizzate, abbrutite dal fascismo e dallo sfruttamento hanno subito una trasformazione radicale, divenendo protagoniste della vita democratica del Paese. Anzi, è proprio agli anni Novanta del secolo scorso che, con le leggi elettorali non più proporzionali, rimonta l’involuzione della vita democratica e della politica, fino a giungere al degrado attuale.
Occorre riaffermare con forza che la Costituzione nel suo attuale testo non va modificata, ma seriamente attuata, superando anche il divario, sempre più accentuato, tra costituzione formale e materiale, a partire dalle intollerabili diseguaglianze.
La seconda ragione è connessa al fatto che quando si parla di democrazia la questione dei costi va trattata con molta accuratezza. La democrazia costa, costano le assemblee, costano le elezioni, ma i costi dei regimi autoritari sono ben più grandi. L’efficienza del fascismo ci ha regalato la distruzione del paese e dell’Europa e molti milioni di morti, senza debellare corruzione, sprechi e arricchimenti ingiustificati, che anzi sono aumentati.
La democrazia dev’essere parsimoniosa, nel senso che ne è componente ineliminabile l’occulatezza nella spesa pubblica. Niente di più e niente di meno. Nessun risparmio in danno dell’esercizio dei diritt e delle prerogative democratiche, nessuna spesa se non necessaria.
Infine, il taglio dei parlamentari priva interi territori della Repubblica di una rappresentanza istituzionale. Certo, anche il PCI e la Sinistra indipendente di Rodotà e Ferrara proposero la riduzione dei parlamentari, ma lo fecero in presenza di un sistema delle autonomie comunali e provinciali molto partecipato e mentre le regioni vivevano la loro promettente stagione costituente. Oggi le province sono commissariatre (hanno un podestà di nomina regionale), la vita comunale è asfittica, senza vere assemblee rappresentative, con sindaci-sceriffi dalla stella di cartone. L’Ogliastra, ad esempio, non ha più rappresentanza ed anche il Sulcis, privarle anche di un solo parlamentare significherebbe ridurre ulteriormente il collegamento fra comunità e istituzioni.
La riforma intellettuale e morale di cui abbiamo bisogno nasce da un rilancio del dibattito pubblico e dell’impegno sociale, a cui tornerebbe utile semmai una riforma elettorale in senso proporzionale.

Fonte: Democrazia Oggi

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