Caro Zagrebelsky, in un referendum costituzionale non c’è quorum: l’astensione non risolve i problemi di coscienza

Tonino Dessì

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Note sull’articolo di Gustavo Zagrebelsky, pubblicato su La Repubblica il 23 agosto 2020 e sul sito online Libertà e Giustizia*

Devo dire che di una posizione perplessa di Gustavo Zagrebelsky sul referendum di settembre avevo come il presentimento, avendo percepito le sue titubanze sulle tematiche della legittimità e dell’opportunità costituzionali della gestione della crisi pandemica mediante atti amministrativi dei poteri governativi (i DPCM e le ordinanze dei Presidenti delle Regioni), argomento su cui abbiamo polemizzato da diversi punti di vista fra tanti, nei mesi trascorsi.
Nell’articolo sul referendum il Professore elenca e mette sui due piatti della bilancia le molte buone ragioni che militerebbero a favore del Si e le altrettanto buone ragioni che militano a favore del NO e trova il piatto in perfetto equilibrio, cosa che non gli favorisce il prender parte per le une o per le altre.
A mio avviso nel ragionamento di Zagrebelsky, il quale si paragona all’asino di Buridano (che, combattuto fra le varie concorrenti abbondanze di roba da mangiare e da bere, non riesce a scegliere e finisce per morire di fame e di sete), secondo me si intuisce una più intima contraddizione di natura politica, che prelude all’astensione, se non dalla partecipazione al voto, da un pubblico impegno a favore del Si o del No.
Penso cioè che molte persone siano in realtà combattute fra la consapevolezza, per un verso, che il quadro governativo imperniato su PD e M5S, con Giuseppe Conte quale Presidente del Consiglio e punto irrinunciabile di equilibrio, sia il migliore oggi possibile e che perciò sia preferibile evitare qualunque incidente che ne provochi un indebolimento e la non minore consapevolezza, per l’altro verso, che il prezzo che rischiamo di pagare per il sostegno che, da interni o da esterni, gli stiamo dando su questioni decisive per la prospettiva economica, sociale, ora persino costituzionale, sia eccessivo.
Non condivido perciò la conclusione del Professore, che chiama in causa anche il precedente del 2016, secondo cui alla fin fine nel voto prevarranno strumentalità politiche derivanti proprio dal voler punire o penalizzare o indebolire questo o quello fra i partiti o fra gli schieramenti.
Non tutti, nemmeno la volta scorsa (vi ricordate le accuse di “ammucchiata”? E oggi cos’altro dovremmo dire dei partiti che sostengono la revisione?) abbiamo votato nel 2016 per mera antipatia nei confronti di Matteo Renzi e del suo governo.
Molti di noi erano perfettamente consapevoli del merito delle questioni in gioco, fra le quali anche allora la riduzione della rappresentanza parlamentare, che Zagrebelsky contribuì a spiegare alla più ampia pubblica opinione.
Io non so, se a seguito dell’eventuale (direi tutt’altro che improbabile) vittoria dei NO, il Governo cadrebbe e Conte verrebbe liquidato.
La darei come una possibilità al 50 per cento.
Dipenderà comunque da ben altro che dall’esito del referendum, che al massimo potrebbe essere l’occasione per un tagliando con rimpasto della maggioranza, oggi in evidente sofferenza politica e di sintonia con l’umore profondo del Paese e per un suo assestamento fino al rush finale, che avrà come scadenza l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica.
In ogni caso non mi sento di stare fra coloro che sono disponibili a pagare per la tenuta del quadro politico contingente prezzi esorbitanti e non più rimediabili sul tema costituzionale.
Sarò su questo argomento estremamente esplicito, per ragioni di trasparenza e di correttezza.
La Costituzione è molto delicata, ma nello stesso tempo ha funzionato e funziona, con tutte le complicazioni che su di essa ha dispiegato e dispiega la vita democratica di un Paese grande e complesso.
Le riforme costituzionali oggetto, fino al fallimento anche dell’ultima, del lavoro di apposite Commissioni bicamerali (la prima fu presieduta dal liberale on. Bozzi, la seconda da Nilde Iotti, la terza da Massimo D’Alema), cercarono di disegnare, sia pure in forma compromissoria tra le forze politiche di allora, di maggioranza e di opposizione, delle ipotesi di ristrutturazione complessiva dei poteri della Repubblica e delle relazioni fra i soggetti e fra gli organi, compresi i rispettivi equilibri.
Se nessuna delle ipotesi di sintesi formulate dalle rispettive Presidenze è mai andata in porto, la ragione sta proprio nel fatto che nessuno dei nuovi assetti prospettati apparve altrettanto equilibrato di quello vigente.
E se si esclude la revisione del Titolo V approvata a maggioranza nel 2001 dal solo centrosinistra, con le controverse conseguenze che sappiamo, nessuna revisione costituzionale che abbia pensato di modificare nel profondo questi assetti ha superato il vaglio referendario popolare.
Io mi son fatto da tempo una convinzione abbastanza radicale, ragionando su tutto questo processo.
Toccare la Costituzione, anche in punti specifici e apparentemente limitati, sulla spinta contingente di mode politiche o peggio di convenienze di partito, è destabilizzante per la democrazia e per lo stesso auspicabilmente normale funzionamento delle istituzioni.
Perciò a suo tempo (subito dopo il referendum del 2016) ho maturato l’idea che sia opportuna una lunga moratoria costituzionale.
Non ne tocchiamo più una virgola fino a che non saremo, tutti o in amplissima maggioranza in tutte le sedi nelle quali si forma la consapevolezza pubblica, sicuri e concordi circa le conseguenze, perché quasi sempre, quando lo si è fatto (pensiamo emblematicamente all’articolo 81), si è combinato un danno molto grave.
I partiti insomma si risolvano la loro crisi riformando se stessi, ma smettano di scaricarla sulle istituzioni.
Perciò anche astenersi, se è legittimo, non mi sembra un escamotage capace di liberarci dai problemi, neppure da quelli di coscienza, anche perché, ricordiamolo, il referendum costituzionale non prevede quorum partecipativo e, quanti che siano i partecipanti al voto, vincerà con effetti irrevocabili la posizione che avrà guadagnato anche un solo voto in più dell’altra.
Io perciò resto convinto nella mia decisione di votare NO.

Fonte: Democrazia Oggi

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