Io, bambina, a Firenze occupata dai tedeschi e nei giorni della Liberazione

Già pubblicato il 29 Aprile 2020

Annamaria Pisano

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(La liberazione di Firenze)

25 Aprile 1945: quel giorno avevo poco più di otto anni e vivevo a Firenze dove sono nata. Non  ho un ricordo di quel giorno mentre ho vivissimo, anche se sono passati moltissimi anni, il ricordo della liberazione di Firenze il 4 agosto 1944. Ricordo i partigiani con i fazzoletti rossi al collo, nella via dove abitavamo. Erano venuti a portar via due signorine, nostre dirimpettaie, che frequentavano ufficiali tedeschi ed avevano denunciato una famiglia di ebrei - abitavano nel loro palazzo - della cui fine, peraltro immaginabile, non si seppe più niente. L’ arresto delle due signorine avvenne in un modo cui nostra mamma preferiva che noi bambini non assistessimo e si accingeva a chiudere le finestre ma uno degli uomini con il fazzoletto rosso gridò: ”Signora resti alla finestra con i bambini che devono vedere ad opera di  chi  hanno rischiato di restare senza padre”. Così vidi portare via le due giovani donne, rapate a zero, fatte oggetto di sputi e calci da parte della folla che si era radunata. Avevo molta paura, ma mi fu spiegato, come si poteva ad una bambina, che erano finite le tante paure che avevano caratterizzato la nostra vita precedente.
Avevo rischiato di perdere il mio amatissimo padre. Era medico alle ferrovie e lì c’era stata una retata di tedeschi che avevano caricato tutti, dipendenti e no, su un vagone certamente diretto ad un campo di sterminio. Le lacrime di mamma e le parole di disperazione che pronunciò mi fecero capire cosa era successo e mi rivedo gridare:”Voglio il mio babbino,voglio il mio babbino”.
Fummo fortunati: il convoglio che portava via tante persone, si fermò, in seguito ad un allarme, in aperta campagna nei pressi di Verona
I deportati furono fatti scendere e divisi in piccoli gruppi scortati, nel camm ino attraverso i boschi da soldati   con i mitra spianati. Mio padre si trovò d’improvviso con un solo italiano a fianco ed alle spalle un solo soldato. Dopo poco, girandosi, non videro più il tedesco. Mio  padre raccontava di non sapere  se si fosse perso o se volutamente avesse lasciato i due al loro destino. Sta di fatto che si diedero alla fuga ed attraverso villaggi dove alcuni li aiutarono  riuscirono a rientrare, stremati, a Firenze ed alle loro case. Naturalmente mio padre dovette nascondersi e lo fece nell’appartamento di due nostre coinquiline che ospitavano ebrei ed erano riuscite a creare un nascondiglio abbastanza sicuro  nel sottotetto.
Ci furono però altre paure e sofferenze tra la fine del ‘43 e l’agosto ‘44. La paura che i tedeschi entrassero in casa come fecero in un appartamento vicino al nostro e per fortuna vuoto che lasciarono  in condizioni terribili.
E la fame che costrinse nostro padre a portare cinque figli bambini in un una fattoria Oltrarno facendoci camminare su una passerella di legno che sostituiva i ponti che erano stati fatti saltare dai tedeschi. La passerella oscillava e sotto vedevamo le acque del fiume in piena mentre ci tenevamo stretti alle corde che sostituivano gli argini e mio padre gridava :”Guardate avanti!”. Terrorizzati arrivammo a destinazione e la ricompensa fu una “pattona“, polenta di farina di castagne che il fattore aveva preparato per noi.
Potrei raccontare tanti altri episodi di quegli anni: come lo scoppio di una bomba poco lontano da noi che correvamo verso un rifugio, la vista di un morto travolto dai peperoni e le patate che trasportava nel suo carretto, noi bambini in fila alla fontanella di quartiere per fare provvista d’acqua che in casa mancava, mia sorella che durante la fuga verso il rifugio, presa dal panico per lo scoppio di una bomba, si mise a girare su se stessa e riprese a correre quando mio padre le gridò di smetterla; o ancora l’altra mia sorella sfiorata da una scheggia che per poco non l’uccise e mio fratello, cinque anni, che chiedeva ancora un pezzettino di pane e mamma che gli dà il suo restando affamata (in quegli anni lei, che era stata sempre piuttosto in carne, diventò pelle ed ossa).
Ho raccontato delle paure di una bambina, poca cosa certo rispetto alle tragedie di quegli anni che ci raccontano i libri di storia, i film le opere di narrativa. Ma la mia vita di quegli anni incise sulla mia formazione e certo contribuì al formarsi della mie convinzioni e soprattutto al mio  rifiuto di ogni forma di sopraffazione, violenza e  privazione di libertà. Per questo invio queste righe che fanno parte di mie memorie più ampie scritte per i nipoti. Le invio  come un modesto contributo  per il 25 aprile : con la speranza che possa far riflettere i giovani su quanto non hanno vissuto e con l’augurio più sincero  che loro si adoperino per far  sì che  le tante atrocità di quegli anni non debbano ripetersi.

Fonte: Democrazia Oggi

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