Lettera aperta alla Magnifica Rettora: l’Università dopo il covid

Andrea Pubusa

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Dopo quasi 50 anni di milizia nell’Ateneo calaritano, le cose universitarie mi interessano ancora, come cittadino preoccupato per le sorti del nostro Paese. Sento voci per nulla rassicuranti. Sento parlare di sistemi a distanza, di lavoro veloce e di tante altre cose, cui il covid ci ha costretto per non cessare attività formative essenziali. Sento di colleghi che vogliono rendere ordinarie le lezioni via web e di altre simili proposte. In particolare questo sistema consentirebbe ai tanti professori fuori sede di diradare i loro soggiorni nelle loro Facoltà, risparmiando fatica e, tempo e danaro.
Confesso, sono sconcertato. Mentre tutti coloro che vivono col pubblico, dai ristoratori ai baristi, dai barbieri agli artigiani, si prodigano per creare le condizioni di un ritorno alla normalità, all’accoglienza, al contatto diretto, nell’Università si afferma un moto contrario di respingimento degli studenti, di mantenimento delle distanze: ad esempio, per l’accesso ai dottorati si è abolita la prova scritta e si bada solo ai titoli e al colloquio, lo stesso dicasi per le lauree e per il ricevimento degli studenti.
Tutto questo, Magnifica Rettora, contraddice lo spirito e la funzione dell’Università. Come ben sai, universitas, come ricordava Setis in un bell’articolo l’altro giorno, vuol dire comunità, insieme di persone protese ad uno scopo: la ricerca e la trasmissione della cultura. Università degli studi non vuol dir nulla, anche se è la locuzione invalsa, l’universitas è quella studentorum, degli studenti intorno ai loro maestri. Nel Medioevo quando sono sorte, ragazzi di tutta Europa venivano a Bologna, Padova, Pavia e ancora a Salamanca o in altri luoghi dove il nome di rinomati maestri li richiamava. Lì si sono formati i ceti dirigenti europei, lì è nata l’idea stessa d’Europa. L’elemento centrale era il movimento diretto all’incontro, allo stare insieme, alla contaminazione fisica e culturale. Questa è l’Universitàs, l’ esatto contrario del distanziamento, dello star lontani, del respingimento dell’incontro e del contatto.
Anche per la mia generazione è stato così. Quale funzione centrale ha svolto la Casa dello Studente nella formazione dei gruppi dirigenti sardi. Li, nella mensa, nella sala televisione, nelle assemblee, si sono incontrati ed hanno svolto azione comune, non solo di studio, ma anche politica e di svago generazioni di giovani provenienti da tutta la Sardegna; li siamo accorsi, grazie anche alle borse di studio, giovani di tanti centri, come a Padova accorrevano i rampolli di tutte le grandi famiglie mitteleuropee. Ora, come si fa ad affossare tutto questo, come si può essere professori e studenti a distanza? I miei maestri mi hanno guidato nel dialogo informale, quotidiano, quasi familiare. Le lezioni per me son state la gioia più grande; quanti giovani ho visto trasformarsi di giorno in giorno in cittadini, in professionisti, in giuristi! Quanti stimoli ho tratto dal confronto con loro? Quanta umanità ed affetto reciproco! Oggi, svanite le altre cose, è l’unico grande bene che mi rimane (e spero rimanga ai miei ex studenti). Non nego che le nuove tecniche debbono essere usate e possono essere utili, ma solo a condizione che siano volte a moltiplicare il contatto, non a negarlo. La velocità è utile, ma è il contrario dello studio, che è lentezza, otium, la filosofia greca è nata da una grande perdita di tempo!
Perché, ad esempio, non fare lo scritto di ammissione al dottorato? I partecipanti non sono tantissimi, aule capienti per una prova a giusta distanza esistono, perché eliminarla? Lo scritto è l’unica prova anonima, mentre il colloquio agevola pratiche parziali. E poi il colloquio e i titoli agevola “gli attempati”, mentre il dottorato è per i neolaureati brillanti. E le lauree non sono solo un timbro per sancire burocraticamente, a distanza, la conclusione di un percorso, ma il momento in cui il confronto col giovane diventa pubblico e investe la intera comunità. Come sono pubblici e partecipati tanti altri momenti importanti della vita, dal battesimo, al matrimonio, alla proclamazione degli eletti alle assemblee elettive.
Magnifica Rettora, i rumors che mi giungono dalle tue stanze vanno in direzione opposta, vanno verso lo sfaldamento della Universitas. C’è aria di chiusura, di velocità superficiale, di rinuncia e di ritirata. Invito te e tutti i docenti ad un sussulto di orgoglio, ad uno scatto di dignità. La cultura, i giovani devono avere ancora buoni e generosi maestri.

Fonte: Democrazia Oggi

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