La sovranità dello Stato compromessa dal debito

Gianfranco Sabattini

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Nel 2019, il Comitato Direttivo dell’Associazione “Il Mulino” ha dato vita a un “seminario aperto a tutti i soci” sul problema del “rapporto fra sistema economico e sistema politico”. Nel corso del seminario sono stati individuati tre temi di discussione, il primo dei quali è consistito nella questione del rapporto fra politica ed economia, caratterizzata “da una divergenza interpretativa fra chi pensa che la stessa democrazia (oltre che la sovranità) sia messa a rischio da una economia troppo esposta alle crisi e troppo incline a generare profonde disuguaglianze sociali” (un rischio che comporta per l’Italia il pericolo del venir meno del “quadro sistemico post-bellico” di riferimento, espresso dal regime politico socialdemocratico interno e dalla fedeltà agli obblighi atlantici a livello internazionale) e chi, invece, “vede nella politica, e non nell’economia, la principale causa dei problemi attuali”, in quanto la prima avrebbe disatteso i consigli degli economisti. Il secondo tema ha riguardato la discussione se l’euro, come moneta unica adottata a livello europeo, sia stato “un fattore di coesione o di tensioni all’interno dell’UE”. Il terzo tema infine ha avuto attinenza con le proposte che dovrebbero essere realizzate da un sistema politico europeo più efficiente di quello attuale, per riformare le strutture istituzionali e i meccanismi decisionali che, soprattutto dopo la Grande Recessione, si sono rivelati inidonei a governare i rapporti economici squilibrati consolidatisi tra tutti i Paesi membri dell’Unione; riforme che, per quanto riguarda l’Italia, dovrebbero investire in particolare la politica fiscale, la riforma della Pubblica amministrazione e la politica di bilancio.
Sui temi del seminario promosso da “Il Mulino”, Carlo Galli ha pubblicato sul n. 2/2020 della Rivista, un articolo dal titolo “Il debito e la sovranità”, nel quale, affrontando il primo tema (ovvero quello che concerne il rapporto fra politica ed economia), egli sostiene che per migliorarlo occorra innanzitutto politicizzarlo, tenendo conto che le decisioni da prendere non possono essere suggerite solo da ciò che deve essere riformato, in quanto le eventuali riforme da attuare devono essere decise con il coinvolgimento di tutti i soggetti (espressi dalla politica ai suoi vari livelli e dall’opinione pubblica) legittimati a “modificare il futuro come hanno modificato il passato”. In secondo luogo, occorre che la politica tenga conto delle implicazioni della sovranità dello Stato, del quale essa è espressione.
In linea di principio – afferma Galli – la qualità essenziale della sovranità è da rinvenirsi nel fatto che essa è “unitaria all’interno”, ma “libera all’esterno”; ciò significa che, mentre all’interno del territorio dello Stato la sua unicità presuppone che la politica possa assumere decisioni universali valide per tutti, all’esterno del territorio nazionale, invece, le decisioni politiche devono essere adattate al contesto internazionale, in funzione della tutela degli interessi che lo Stato considera come propri interessi strategici. In quest’ultimo caso - sottolinea Galli -, la sovranità è “la proiezione in forma articolata di una soggettività politica collettiva”, che implica l’esistenza all’esterno dello Stato di più soggetti sovrani; ciò comporta che, nella realtà storica, la sovranità fuori dal territorio nazionale sia “sempre relativa, condizionata dai vincoli imposti dalle circostanze e dai regimi internazionali a cui lo Stato aderisce”. Il modo in cui, dalla fine del secondo conflitto mondiale, l’Italia si è adattata alle circostanze internazionali ha caratterizzato il rapporto tra politica ed economia, adattando la prima all’evoluzione della seconda, attraverso forme che, alla luce della situazione in cui versa ora il Paese, non sono state le più appropriate.
Nel dopoguerra – ricorda Galli – è stato adottato in Occidente il regime economico prefigurato dagli accordi stabiliti nel 1944 alla Conferenza di Bretton Woods fra i Paesi alleati che stavano uscendo vincitori sul nazismo; tali accordi hanno consentito la ricostruzione del mercato internazionale sulla base del meccanismo monetario del “gold exchange standard”, fondato su rapporti fissi fra le monete dei vari Stati, ancorate a un cambio fisso del dollaro con l’oro. Le singole economie, “trainate dalle esigenze della ricostruzione post-bellica” e da politiche keynesiane orientate a combattere la disoccupazione, grazie a un sistema di sicurezza sociale universale, hanno sperimentato una fase di crescita e di sviluppo sostenuti nei trent’anni successivi al 1945, pur in presenza di una limitazione delle singole sovranità nazionali, per le alleanze che condizionavano l’azione a livello internazionale dei singoli Stati. Nel 1957, la nascita della Comunità Europea ha avuto, per i Paesi dell’Europa occidentale, “il significato funzionale di rilanciare le economie nazionali” che, nel contempo, “le sottraesse […] al rischio di essere utilizzate ancora una volta come fattore di potenza sovrana.
Due situazioni di crisi hanno determinato il crollo di questo contesto. La prima è stata la “stagflazione”; una situazione espressa dalla contemporanea ricorrenza nei sistemi economici di un aumento generale dei prezzi (inflazione), e di una mancata crescita dell’economia in termini reali (stagnazione economica) che, nella seconda metà degli anni Settanta, ha determinato un mutamento del regime economico che si era affermato in Occidente dopo la fine del secondo conflitto mondiale: un mutamento rafforzato dalla crisi del dollaro, causata dall’inflazione della moneta americana, dovuta alla guerra nel Vietman, all’aumento del costo del petrolio e di altre risorse strategiche, nonché ai problemi connessi al debito estero dei Paesi arretrati.
La fine del cambio fisso tra dollaro e oro ha comportato la diffusione di una generalizzata instabilità monetaria in tutte le economie di mercato dell’Occidente. La reazione a tale stato di cose è stata la propensione, sorretta dall’affermazione dell’ideologia del neoliberismo, a sostituire il regime economico esistente con un regime alternativo, la cui logica di funzionamento comportasse la possibilità di attuare politiche economiche volte a contenere l’inflazione e a considerare il mercato come un sistema affrancato dagli interventi pubblici, in quanto dotato della capacità di autoregolarsi.
Oltre alla delegittimazione dell’intervento dello Stato in economia, il cambio del regime economico – come rileva Galli – ha avuto diversi altri esiti: la riduzione del ruolo “dei partiti e dei sindacati, e della loro capacità di interpretare la società ed i suoi processi attraverso lenti sistemiche collettive; l’atomizzazione della società e l’interpretazione del soggetto come un imprenditore razionale in concorrenza con gli altri; la valutazione positiva della disuguaglianza (crescente); la riduzione dei diritti del lavoro, la segmentazione e la rarefazione di questo; l’esposizione di ogni ambito della società alle dinamiche e alle esigenze del mercato”.
La seconda crisi del regime economico post-bellico è stata determinata dalla globalizzazione delle economie nazionali, che ha accelerato e aggravato la capacità dei singoli Paesi a finanziare i crescenti livelli di welfare realizzati nei primi trent’anni post-bellici. La globalizzazione, però, soprattutto dopo il crollo del Muro di Berlino, ha dato luogo a “tumultuose dinamiche” che hanno condotto l’economia mondiale ad essere sovrastata dalla presenza dei capitalismi delle grandi potenze (Stati Uniti, Cina e Russia, in particolare), il cui esercizio delle sovranità non è stato regolato – osserva Galli -, né dal diritto internazionale, né da alcuna “lex mercatoria”, né da una morale cosmopolitica condivisa.
Di fronte a questa nuova situazione, nei primi anni Novanta, la Comunità Europea si è trasformata in Unione Europea, nella prospettiva di poter meglio resistere allo strapotere dei nuovi capitalismi, dotandosi anche di una moneta unica; quest’ultima, però, in presenza del paradigma ordoliberista (traduzione a livello europeo dell’ideologia neoliberista) imposto dalla Germania, ha generato, in assenza di un’integrazione politica dell’Unione, divisioni fra gli Stati aderenti, in quanto, a causa dei rigidi vincoli introdotti a salvaguardia della sua stabilità, ha penalizzato la capacità di alcuni di essi (tra i quali l’Italia) di svolgere in piena autonomia il tradizionale “ruolo sociale”. Tutto ciò ha provocato la reazione dei cittadini, che hanno così orientato le loro preferenze elettorali verso movimenti politici ostili all’Unione.
La rinuncia degli Stati alla sovranità monetaria è valsa a trasformare il loro impegno sociale in debito pubblico, la cui crescita si è risolta “in un’incombente minaccia, gravante sulla politica” degli Stati debitori; ciò perché essi sono stati costretti a cercare sui mercati finanziari internazionali i capitali di cui avevano bisogno per finanziare la spesa pubblica necessaria a far fronte alle prestazioni richieste dal loro assetto politico-economico interno. Una minaccia “resa ancora più aspra” dai vincoli che la moneta unica imponeva per i Paesi che si indebitavano.
Inoltre, la debolezza dell’Unione Europea è stata ulteriormente aggravata, secondo Galli, dal “tramonto dell’impianto duale del mondo”, in quanto ha fatto rinascere nel Vecchio Continente la propensione degli Stati a farsi scudo delle “vecchie” sovranità nazionali; gli Stati europei, infatti, pur muovendosi all’interno della struttura istituzionale dell’Unione, hanno “frenato l’affermarsi del metodo comunitario rispetto al metodo intergovernativo”, per “ritagliarsi ogni vantaggio possibile dalla costruzione europea”. In questo contesto, la sovranità federale dell’Unione “appare oggi – sostiene Galli – un castello di carte giuridico dietro il quale si muovono potenti interessi economico-politici particolari”, che hanno dato origine per alcuni Stati, fra i quali l’Italia, a una situazione non più sostenibile.
Per uscire da questa posizione di debolezza, gli Stati debitori hanno bisogno o di “meno Europa”, per restaurare la loro capacità “di esercitare maggior peso politico nella gestione dell’economia”, oppure, in alternativa, di “più Europa”, per una “politicizzazione reale della UE”, attraverso la realizzazione di una sovranità federale. Si tratta, però, a parere di Galli, di ipotesi contrapposte poco realistiche, in quanto lo status quo tende a prevalere sulla volontà effettiva di riformare l’attuale assetto comunitario, congiuntamente alle modalità del suo funzionamento.
Stando così le cose, osserva Galli, l’Italia per sottrarsi dalla situazione attuale non può insistere nelle polemiche anti-sovraniste, ma deve ricuperare almeno una parte della sua sovranità, al fine di potenziare la propria capacità politica di governare il superamento del suo attuale immobilismo; ciò è reso tanto più urgente, se si considera che un ricupero di sovranità è richiesto, al suo interno, da larghi strati sociali e che, al suo esterno, l’uso della sovranità è largamente praticato dagli altri Stati dell’Unione.
Il parziale ricupero della sovranità è reso inevitabile anche dalla natura politica del problema del debito pubblico consolidato, non risolvibile mediante il ricorso a tecnicismi finanziari di varia natura; per cui, se la sua soluzione non avverrà attraverso la politica, a rischio – conclude giustamente Galli – non saranno “solo i conti pubblici, ma anche la democrazia”.

Fonte: Democrazia Oggi

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