Riapertura scuole e linee guida

Rosamaria Maggio

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Il Ministro ha emanato, con decreto n. 39 del 26.6.2020, le Linee guida per la riapertura dell’anno scolastico dopo l‘emergenza Covid-19.
Le decisioni da assumere sono molto impegnative da tutti punti di vista, sia perché  i pareri della Comitato Tecnico Scientifico invitano alla massima prudenza per il prossimo autunno per via di una possibile ripresa della epidemia, sia perché questo rende particolarmente rischiosa la riapertura delle scuole che coinvolgono milioni di persone, circa 9, tra studenti e personale, nonché le masse di genitori che quotidianamente accompagnano i figli, soprattutto i più piccoli, a scuola. Inoltre il personale scolastico e gli stessi studenti, tornando ogni giorno a casa, possono essere veicoli, ancorché asintomatici, della epidemia.
Vi è inoltre la necessità di affrontare il recupero degli apprendimenti dovuti al lungo lockdown scolastico e di garantire una riapertura in sicurezza sanitaria.
Le linee guida cercano di risolvere questi difficili problemi.
Il primo problema che le Linee affrontano, allo scopo di prevenire la diffusione dei contagi, è quello del distanziamento dei bambini e ragazzi in classe.
Riprendendo quanto stabilito dal CTS, le linee guida prevedono che sia assicurato il distanziamento di almeno “1 metro, fra le rime buccali dei ragazzi”. Al di là della scelta terminologica di “rime buccali” che non sembra essere una espressione comprensibile ai più, evidentemente da questa regola deriva l’esigenza di stabilire quante aule siano in condizioni di ospitare gli attuali gruppi classe per intero. E’ evidente quindi che l’accordo con la Conferenza Stato- Regioni che si è concluso con un aumento di risorse finanziarie in favore della scuola, (un altro miliardo), nasce dalla necessità di reperire nuovi locali per riorganizzare le classi in sicurezza ed assicurare un aumento del personale docente ed ATA, in previsione dell’aumento dei gruppi classe. Il nostro paese dispone di un vasto patrimonio immobiliare, anche scolastico, non utilizzato e dismesso negli ultimi anni, sia a causa del calo demografico ma anche e soprattutto della contrazione degli organici dovuti ai tagli della spesa scolastica che negli ultimi decenni è stato un continuum. (spesa pubblica per istruzione pari al 3,8% del PIL, al di sotto della media europea che è del 4,6%- dati 2017 Eurostat)
I punti dolenti iniziano quando strumentalmente si utilizza, con la pretesa di valorizzarla, il principio dell’autonomia scolastica, introdotta col Reg. 275/99, costituzionalizzato nella riforma del Tit. V della Costituzione, per riconfigurare il gruppo classe in gruppi di apprendimento, articolare moduli di alunni provenienti dalla stessa o da altre classi, prevedere una frequenza scolastica in turni differenziati, una didattica in presenza o a distanza, l’aggregazione di discipline in aeree e ambiti disciplinari ed una diversa modulazione settimanale del tempo scuola.
Inoltre si ipotizza un diverso frazionamento del tempo di insegnamento, più funzionale alla declinazione modulare del tempo scuola.
Il richiamo di due altri principi preoccupano non poco, laddove si fa riferimento agli EELL., alle istituzioni pubbliche e private operanti nel territorio, alle realtà del terzo settore ed alle scuole: la sussidiarietà e la corresponsabilità educativa. Questi soggetti possono stipulare Patti educativi di comunità fra loro.
Il coinvolgimento di questi attori, avviene attraverso conferenze di servizi chiamate a valutare le proposte di cooperazione e la loro realizzazione.
Il principio di sussidiarietà rimanda ad un principio amministrativo secondo il quale una autorità di livello superiore si sostituisce ad una di grado inferiore per svolgere compiti che questa non è in grado di compiere…alla faccia dell’Autonomia scolastica.
Ciò fa temere una sorta di sottintesa autorizzazione a sostituirsi alle scuole che non vogliano prendere decisioni in attuazione delle Linee guida.
Ci si chiede chi potrebbe esercitare questa ipotizzata sussidiarietà. Non certo  gli USR nei confronti delle scuole, visto che l’art. 118 della Cost., lo prevede nel rapporto tra Comuni, Province, Citta’ Metropolitane, Regioni.
Ma a dubitare non si fa male…In ogni caso le istituzioni scolastiche sono soggetti autonomi.
Ciò che appare chiaro ad una attenta lettura che ancora una volta si confonde tra educazione, istruzione e formazione.
Sul piano formale non è superfluo ricordare, per tranquillizzare Dirigenti e docenti, che le linee guida non possono introdurre alcuna sussidiarietà nell’istruzione (l’art. 118 della Costituzione è riferito ai rapporti tra Stato ed EELL), né possono dare contenuti all’autonomia scolastica in deroga alle Indicazioni nazionali ed alle norme contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei docenti. Mi riferisco al citato “diverso frazionamento del tempo dell’insegnamento”. Il monte ore dei singoli docenti è stabilito per contratto ed è riferito a classi di concorso per aree disciplinari, con riferimento poi ai quadri orari indicati nelle Linee guida relative alle rispettive indicazioni nazionali per ciascun ordine di scuola.
Le chiacchiere di pseudo esperti e giornalisti che hanno parlato di proposte demenziali come quelle di ridurre l’unità didattica a 40 minuti, consentendo così di ridurre il tempo scuola degli studenti e di aumentare il carico lavorativo dei docenti, introduce un cottimo nell’insegnamento, modificando sul piano contrattuale l’impegno dell’attività di docenza che da 18 unità didattiche di 60 minuti, si trasformerebbero in 30 unità didattiche di 40 minuti ciascuna; non si sta parlando dell’ orario di lavoro che comprende la docenza e tutte le attività connesse, sia collegiali, consigli di classe, collegi docenti, o individuali come i colloqui, o il lavoro a casa, come la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, le attività di aggiornamento in presenza o online. Qui si intravede invece un vulnus nell’impianto contrattuale, unilaterale, diretto a far aumentare la produttività oraria, introducendo un vero e proprio cottimo dell’insegnamento, senza alcuna riflessione sulle conseguenze pedagogiche e didattiche di tale modifica.
Quanto ai Patti educativi di comunità, essi rimandano ad accordi tra pari, titolari di una responsabilità educativa.
Gli articoli 33 e 34 della Costituzione stabiliscono rispettivamente che è la Repubblica ad essere titolare della funzione dell’Istruzione dei cittadini ed è anche titolare dell’obbligo di dettarne le norme generali (obbligo che assolve attraverso la emanazione di quelle che oggi sono le Indicazioni nazionali per ogni ordine e grado di scuola) ed aggiunge che istituisce le scuole per ogni ordine e grado. Ammettono la possibilità della istituzione di scuole private, ma aggiunge senza oneri per lo Stato. Poi sappiamo com’è andata. L’art.34 stabilisce che la scuola è aperta a tutti e che l’obbligatorietà della frequenza e’ stabilita per almeno 8 anni.
Istruzione, educazione e formazione non sono sinonimi e la utilizzazione confusa delle linee guida non possono essere ingenue.
L’istruzione rinvia ai saperi disciplinari, ai paradigmi disciplinari che consentono ai bambini ed agli studenti di acquisire quegli strumenti scientifici per decodificare la complessità della realtà contemporanea (Comenio). L’educazione invece attiene ai valori sociali e familiari di una certa comunita’ che vengono trasferiti ai bambini e ragazzi dalla famiglia e dalla società’ di riferimento. Rispetto a questi valori il singolo puo’ anche fare scelte diverse. La scienza è invece oggettiva, e passa attraverso l’istruzione formale. Confondere i piani è una operazione politica, che tende a portare i ragazzi verso una acquisizione passiva di saperi informali o non formali, ma con una rinuncia aprioristica ad una istruzione consapevole e critica.
Il legislatore costituente ha fatto scelte diverse ed è bene non dimenticarsene.
Trovo che l’operazione sia manipolatoria, destinata ad una platea di operatori, nella migliore delle ipotesi ingenua. Non escludo una volonta’ politica di ridurre la scuola a educazione e formazione.
Tutto cio’fa il paio con l’introduzione nel curricolo di una ora settimanale della educazione civica, accolta con plauso trasversale e della quale ci riserviamo di parlare in un altro intervento.
Se si riduce la funzione della scuola a quella di centro per l’educazione come la  famiglia, la società’ le associazioni, gli istituti religiosi ecc.,  a che serve la scuola? Perche’ il legislatore costituzionale avrebbe scelto di attribuire alla scuola la funzione di istruire i cittadini della Repubblica. E’ vero che la funzione educativa riguarda tutti. Ma l’istruzione riguarda la scuola. Cio’ non toglie che l’istruzione intesa come funzione per acquisire saperi formali non possa  prescindere dalla quotidianità, dove si acquisiscono saperi informali e non formali. Ma e’ la scuola che insegna la decodificazione e la strutturazione dei saperi.
Spiega Giuseppe Bagni, pres. naz. CIDI, che ad esempio il concetto di fratello, che il bambino a volte sperimenta nella sua famiglia, richiede una acquisizione strutturata del concetto che, prescinde dalla esperenzialita’.
Ad esempio, posso non avere fratelli ma devo imparare che esiste una relazione biologica e giuridica che qualifica alcune persone. Possono essere parte o meno della nostra vita esperenziale, ma rappresentano realta’ oggettive. Queste realta’ le posso apprendere attraverso i saperi formali.
Che fare?
In primo luogo le scuole, consapevoli del valore Costituzionale dell’autonomia, attraverso il loro fondamentale spazio di democrazia scolastica, devono nel luogo preposto alla programmazione curricolare, riprendere in mano la loro autonomia progettuale e nell’osservanza delle regole di prevenzione anti epidemica, prevedere una organizzazione scolastica che tenga conto dei distanziamenti obbligatori.
E’ necessario che le scuole mantengano la titolarità della programmazione individuale, collegiale nei consigli di classe e nei collegi docenti, entro i limiti delle Indicazioni nazionali per curricoli di ogni ordine di scuola.
Le scuole devono invitare gli enti locali competenti, comuni province e regioni, a mettere a disposizione delle singole scuole i locali resi necessari dalle nuove indicazioni del CTS.
Devono altresì riproporre il quadro orario previsto nelle Linee Guida delle indicazioni nazionali perché è il minimo piano orario che puo’ garantire il Livello Essenziale delle prestazioni agli studenti.
Prevedere uno scaglionamento nelle entrate che impedisca gli assembramenti. Tale forma organizzativa non richiede nuove risorse.
Dovranno evidentemente essere richieste nuove risorse umane per ricoprire i nuovi posti di lavoro che dovessero e che sicuramente si creeranno, a seguito dello sdoppiamento di quelle classi che non potrebbero avere la garanzia del distanziamento.
Il maggior numero di docenti potra’ essere ricoperto in parte da docenti messi a disposizione o impegnati in altri incarichi, riducendo il ricorso a nuove nomine entro i limiti delle disponibilita’ economiche dell’amministrazione fino a che il paese non potra’ avere a disposizione i fondi del Recovery found per l’assunzione di nuovi insegnanti. Diciamo quindi che le attuali risorse aggiuntive, potranno essere utilizzate in questo primo anno, ma occorre un impegno del Governo a mettere a disposizione della scuola tutto cio’ di cui necessita  e di cui non ha mai avuto disponibilita’ negli anni scorsi.
Credo debba essere richiesto un incontro col Presidente Conte da parte delle associazioni e dei sindacati che in queste posizioni si riconoscono.
Il terzo settore, le istituzioni private, potranno occuparsi di educazione nell’ambito di progetti proposti dalle scuole, all’interno del curricolo delineato dalle scuole.
La funzione Istruzione appartiene per mandato Costituzionale alle scuole.

Fonte: Democrazia Oggi

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