Carbonia. Nasce il Sindacato libero, insieme alla politica di Unità nazionale lanciata da Togliatti con la svolta di Salerno.

Gianna Lai

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Continua la storia di Carbonia a puntate domenicali. La prima il 1° settembre 2019.[1]

Alla ine del 1943 le leghe di Carbonia, in via di formazione, non erano ancora in grado di tenersi in contatto diretto con l’organizzazione nazionale del Sindacato. E neppure nel 1944, quando i partiti antifascisti costituiscono il Vertice Nazionale Confederale e,  prima della Liberazione, i Comitati Sindacali Provvisori, composti dai rappresentanti dei diversi partiti, anch’essi nominati dall’alto. Nel mentre si predisponeva  l’organizzazione delle Camere del lavoro, per coordinare le azioni politiche del momento di transizione.
A Carbonia la folta presenza di ‘continentali’ impegnati politicamente in miniera e in città, è senz’altro determinante per dare impulso alla nascita dei nuovi organismi, molti provengono dalle esperienze dell’antifascismo e della clandestinità ed anzi, come ancora traspare dai verbali, erano anche  informati sugli avvenimenti della Resistenza partigiana in atto nell’Italia del Nord. E resteranno difficili i rapporti con la penisola fino a tutto il 1945 ed oltre, assicurando nel mentre la stampa regionale l’informazione sulla guerra e  sul Mezzogiorno liberato, col quale pure, tuttavia, il blocco dei trasporti avrebbe reso del tutto sporadici i contatti, in termini sia economici che politici.
E così, come  per la nascita del PCI, anche la vicenda e l’azione sindacale si avviarono con grande difficoltà nel territorio sulcitano, viaggiando, si può dire, le due esperienze insieme e nella stessa direzione, forte tuttavia  l’isolamento di cui parlano i dirigenti, nei loro tentativi di riaggregare i minatori. Mentre già nel Sud, proprio in quei mesi, si costituivano le organizzazioni sindacali ‘all’aperto, di mano in mano che il governo militare alleato estendeva a tutta l’Italia meridionale l’ordine di scioglimento dei sindacati fascisti e il diritto di costituire nuove organizzazioni, nel 1943 e nella prima metà del ‘44, parallelamente all’avanzata degli alleati’. Così lo stesso Badoglio:  ‘durante i quarantacinque giorni…. preoccupato dell’ondata di disordini e scioperi, il capo del governo aveva ritenuto  opportuno abbandonare una politica puramente repressiva’ e deciso ‘di autorizzare la rinascita sindacale’.
Avendo cercato nelle  regioni meridionali l’autorità militare, ‘in un primo tempo, di vietare ogni attività sindacale ed affidare  la determinazione dei salari a organi amministrativi’, e dovendo poi cambiare opinione a  causa de ‘la pressione dei lavoratori, sollecitata anche dalla inflazione vertiginosa portata dalle truppe d’occupazione’: ciò che  ‘portò alla creazione di sindacati riconosciuti verso la fine del 1943′, come  spiega bene Vittorio Foa. (Vedi V. Foa, Sindacati e Lotte operaie 1943-1973, Loscher Torino. 1975, pagg. 27-28. )
A Carbonia, in parte sul modello di quelle affermatesi agli inizi del secolo in tutto l’Iglesiente,  nacquero le leghe dei minatori, dietro la spinta dei dirigenti del Partito comunista, e poi la Confederazione Generale del Lavoro, mentre si andava potenziando dapertutto l’intervento delle cellule comuniste, che avrebbero operato nelle miniere fino agli anni Sessanta, esprimendo i quadri migliori del movimento operaio  e sindacale sulcitano.
Già il 1^ Congresso del PCI in Sardegna, definisce libero nella sua ‘assoluta apoliticità’, il sindacato  che avrebbe sostituito  quello fascista, imposto dal regime e controllato dai prefetti, mentre impegna i dirigenti  comunisti ‘perchè continuino nella loro opera,  promuovendo la costituzione delle Commissioni interne, e interessandole sempre più all’attività sindacale’.  E ancora invita ‘tutti i partiti di massa a concertare insieme al PCI  le linee di una fattiva collaborazione nell’opera di ricostruzione sindacale unitaria’,  che vede già l’adesione anche dei socialisti.
Al Congresso del PCI partecipa un folto gruppo di rappresentanti dei minatori di Carbonia, che informeranno  in città i nuovi dirigenti antifascisti sul programma di intervento ‘contro i sindacati di Stato,  verso la  libera  elezione delle Commissioni interne, verso il sindacato  libero, espressione diretta della classe operaia’. Assolutamente  necessario, mentre ancora dura ‘la guerra per la liberazione dai tedeschi  e dal fascismo, che  tutte le forze siano dedicate alla ricostituzione nazionale’, ponendo al centro del loro  primo Congresso in Sardegna, i comunisti, la condizione degli operai, così insostenibile a causa dei salari di fame, ormai bloccati da cinque anni.  I prezzi senza controllo, irrisori i miglioramenti di fronte all’imperversare del mercato nero, vera battaglia da fare  la costituzione, in tutti i paesi, di commissioni annonarie, liberamente elette da operai e contadini, i quali però devono, al più presto, organizzarsi in sindacato.
Ma, più precisamente, il 1 Congresso regionale  del Partito comunista  approva quella mozione sul sindacato che darà il via all’organizzazione in Sardegna, a partire dall’adesione  all’accordo intersindacale di Bari.
Perché poco prima, contro ‘i residui del sindacato fascista,  con i commissari delle unioni provinciali nominati dai prefetti’, il primo congresso  dei Comitati di Liberazione Nazionale dell’Italia liberata, a Bari il 28 e il 29 gennaio 1944 e,  nello stesso giorno, il convegno con Oreste Lizzadri, avevano definito  ‘la  ricostituzione della CGIL, sulla base dell’unità con i cattolici’. I partiti rappresentati nel CLN, ‘i soli legittimati a ricostituire il sindacato libero, unitario e autonomo, strumento di trasmissione della linea antifascista e popolare e, contemporaneamente, di riaggregazione  del consenso dei lavoratori in sostegno delle battaglie governative’
In Sardegna, secondo  Giannarita  Mele,  ‘una spinta alla ricostituzione del sindacato proviene, in particolare, dalla zona industriale del Sulcis che, per quanto decimata dalle vicissitudini del fascismo e della guerra, fa sentire di nuovo la voce operaia proprio nello sforzo di ricostruire le Commissioni Interne in ogni fabbrica, secondo l’accordo Bruno Buozzi della CGIL e Giuseppe Mazzini, presidente industriali, del 2 settembre 1943′. Alla costituzione delle Commissioni interne, che non sono strutture sindacali nei luoghi di lavoro, ma  espressione della rappresentanza diretta di tutti i lavoratori, si dedicano in particolare quegli operai che trovano un punto di riferimento nei dirgenti e nei quadri del Partito comunista che, proprio nelle zone minerarie sta ritessendo le fila di una presenza clandestina, mai scomparsa durante la dittatura fascista’.  Emblematico, da questo punto di vista, prosegue l’autrice,  l’accordo per la costituzione delle Commissioni interne a Carbonia, firmato da due militanti comunisti, Luigi Piga, in rappresentanza degli operai di Carbonia e  Giuseppe Frongia, commissario dell’Unione provinciale dei lavoratori dell’industria. Ed egualmente significativa l’elezione di Renato Mistroni, operaio di Bacu Abis, dirigente comunista di Carbonia, a presidente di una supercommissione di 7 membri, eletti dai rappresentanti delle Commissioni interne, per coordinare il lavoro delle stesse  e riconosciuta anche dalla direzione della Carbosarda.
Fino al Patto di Roma, firmato da  Di Vittorio, Grandi e Lizzadri, il 9 giugno 1944, l’unità sindacale che fa nascere la Confederazione Generale del Lavoro con il nome di CGIL. ‘Il ritorno del sindacato libero in un paese spaccato in due, con il Nord sotto occupazione nazista, ma percorso dai grandi scioperi operai e teatro della Resistenza,  nei giorni della liberazione di  Roma e dello sbarco angloamericano in Normandia, esalta il valore della raggiunta unità mai conquistata in passato’. Perché ‘un’ampia democrazia interna, massima libertà di espressione per tutti gli aderenti,  rispetto reciproco di ogni opinione politica e fede religiosa’, avrebbe  informato di sè tutta la storia successiva. Su questa base la costituzione delle leghe e delle Commissioni interne  nel bacino minerario, fino alla costituzione della Camera Confederale del lavoro provinciale di Cagliari,  aderente alla CGIL, il 25 luglio del 1944 ad Iglesias, ‘col compito di provvedere  l’istituzione di comitati locali provvisori, per organizzare le leghe dei lavoratori e convocare il congresso provinciale,  per l’elezione delle cariche direttive’. Un patto unitario che la Democrazia Cristiana accetta solo dopo la creazione delle ACLI, ‘associazione laterale della corrente cristiana  in campo sindacale’, ancora incertezze sull’adesione del Psd’az, nonostante l’instancabile interessamento di Lussu, del tutto favorevole all’unità sindacale.
Il valore dell’unità era stato posto al centro, in particolare dall’intervento di Giuseppe  Di Vittorio nel convegno delle organizzazioni sindacali nell’Italia liberata, settembre del 1944,  verso una ‘rapida democratizzazione del movimento, attraverso le elezioni a sistema proporzionale, dirette e segrete, degli organismi sindacali, a tutti i livelli, da parte dei lavoratori, come base per avviare l’autonomia dalle forze politiche che hanno fondato la CGIL’. Democratizzazione di  tutta la CGIL, dai singoli sindacati locali al centro confederale,  formazione delle federazioni nazionali di categoria  e indipendenza del movimento da qualsiasi partito politico e dallo Stato,  costituiscono le tre direttive  della CGIL.
E si fonda sulle direttive della CGIL di Di Vittorio il Congresso di Iglesias, nell’ottobre del 1944, la ricostituzione  della Camera confederale del lavoro provinciale di Cagliari, in  base ad un accordo fra i delegati dei partiti democristiano socialista comunista, psd’az, ‘l’unità sindacale secondo il Patto di Roma, fuori da qualsiasi influenza dei partiti politici’. Aderiscono alla Camera del lavoro, i lavoratori dell’industria, dell’agricoltura, del commercio e del credito, ‘visto il decreto di liquidazione delle strutture sindacali fasciste’, nei giorni immediatamente precedenti.

References

  1. ^ 1° settembre 2019. (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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