La pubblica amministrazione, le parole, la riforma

Andrea Pubusa

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Ormai è diventato un mantra: tutti dicono che vogliono la riforma dell’amministrazione, molti addirittura che non vogliono la burocrazia e che non vogliono le regole. Salvini, ad esempio, dice che vanno abrogate le norme sulle gare d’appalto. Altri vogliono fare tabula rasa qui, altri là, non c’è campo che non sia investito da questa furia parolaia. Contemporaneamente, talora le stesse persone dicono che occorre tutelare questo o quell’interesse generale: chi l’ambiente, chi la produzione, chi altro ancora.
Che dire di questo fiume di parole?  Aria fritta. E mi spiego. La complessità delle procedure nasce certo da una tendenza al barocchismo amministrativo, ma ancor prima origina dalla complessità degli interessi in gioco. Nelle società del passato, oltre all’autoritarismo nelle decisioni, c’era normalmente una chiara distinzione tra gli interessi prevalenti e quelli sforniti di tutela. Non esisteva bilanciamento,, ma solo un criterio di prevalenza degl uni sugli altri, ch’era sancito nella legge. Ora non è più così. Basta leggere la Costituzione per renderci conto di quanti interessi sono costituzionalizzati e tutelati e si tratta di interessi non sempopre coincidenti, spesso in concreto  sono in contrasto fra loro. Prendete il diritto al lavoro e all’occupupazione e la tutela del paesaggio e dell’ambiente o della salute. Taranto docet. Oppure prendete il principio d’imparizalità dell’amministrazione che, ad esempio, impone procedure ben calibrate a garanzia dei concorrenti e la necessità di appaltare l’operas pubblica in tempi rapidi. Come si fa ad eliminare del tutto questa disciplina senza aprire il varco a odiosi favoritismi? E la garanzia giurisdizionale? E’ sacrosanta, la tutlela nei confronyi della Pubblica amministrazio0ne è una conquista dello Stato di diritto e della civiltà giuridica, ma talore blocca procedure importanti, spesso, a seguito dei annullamenti, impone un riavvio del procedimento, perdendo tutto il lavoro svolto dall’amministrazione. Per farla breve, la varietà degli interessi in gioco e le garanzie riversano sull’amminbistrazione una valutazione e un bilanciamento di interessi che una volta erano fatti una volta per tutte dal legislatore. Gli interessi pubblici poi hanno normalmente amministrazioni o organi diversi che se ne occupano e questo complica le procedure in quanto in esse devono esserne parte, pena l’illegittimità, osiia l’unutiità dell’intera attività.
In una società complessa e democratica, eliminare la complessità è impossibile e neppure auspicabile.
C’è poi, ad aggarvare la situazione, il fatto che un tempo l’azione amministrativa era affrancata da responsabilità, retaggio dei tempi bui in cui il potere era insindacabile e non regolato, ora, per fortuna, non è così, ma i funzionari prima di formulare un atto ci pensano due volte per paura di azioni di responsabilità erariali o nei confronti dei privati. L’abito mentale del funzionario è ormai a misura di evitare conseguenze. L’omissione prevale dunque sull’azione, la lungaggine sulla celerità, l’indecisione sulla decisione.
Come rimediare? Tutto è pensabile fuorché la bacchetta magica di tanti politici disinvolti. Si possono e si devono certo limitare al massimo gli eccessi di interventismo amministrativo, si devono certo disciplinare le procedure in modo da tutelare efficaceemente gli interessi in gioco ma senza barocchismi defatiganti, ciò che occorre però definire con rigore è la responsabilità degli amministratori in modo ch’essi si muovano in un quadro certo, sicuro. In questo un contributo importante deve venire dalla magistratura penale e contabile. Il danno erariale, ad esempio, per legge sussiste se il funzionario lo ha compiuto con dolo o colpa grave. Tradotto in linguaggio comune, vuol dire che un funzionario di normale diligenza non può mai incorrere in questo tipo di responsabailità. Invece, molto spesso le procure della Corte dei conti chiamano a giudizio amministratori e funzionari, che hanno operato in situazioni così complesse e magmatiche da escludere in radice la gravità della colpa. E’ vero che sovente il giudizio si chiude con un’assoluzione, ma il patema d’animo è tale da indurre i funzionari a scansarlo, limitando la loro azione.
Come si vede, la materia è complessa ed investe non solo l’amministrazione, ma anzhe il legislatore e la magistratura. Le parole scomposte di tanti politici però non aiutano, anzi vanno nella direzione opposta.

Fonte: Democrazia Oggi

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