Una scuola a misura di apprendimento

Caterina Gammaldi 

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Le  Linee guida per il rientro a scuola recentemente emanate, pur riconoscendo alle istituzioni scolastiche autonomia nella scelta dei modelli organizzativi, sembrano scegliere questa prospettiva, a garanzia del diritto all’istruzione sancito dalla Costituzione.

Così non è come cercherò di dimostrare in questa riflessione.

Io sono evidentemente pe la centralità della scuola sul tema del curricolo e stento a capire il curricolo fuori dall’aula.  La scuola è, per dirla con Calamandrei, organismo costituzionale. I soggetti terzi, se pure si ispirano all’art 3 comma 2 della Costituzione, possono svolgere esclusivamente, nel loro spazio, azioni di supporto, mai in sostituzione.

Una prospettiva quella che avanza che  lascia inevase molte domande che provo a formulare, avendo a riferimento il principio della democrazia dell’istruzione.

1) Cosa intendiamo per apprendere a scuola,  nel gruppo dei pari guidati da un maestro?

2) Ha ancora un senso ritenere il processo di insegnamento - apprendimento centrale per osservare i contesti educativi e i soggetti destinatari del cosa e del come?

3) Siamo stati davvero in grado di osservare i processi di apprendimento nelle attività che abbiamo proposto in remoto?

….

L’ esperienza del conoscere e del fare insieme è tutta interna alla dimensione attiva dell’apprendere; centrale è il soggetto che apprende;centrale è l’azione educativa intenzionale.

 Lo ricordo a chi ritiene che si possa  rinunciare a questa impostazione, delegandola a soggetti e situazioni  estranei alla quotidianità del “fare scuola” . Un  spazio-tempo dell’apprendimento di cui non neghiamo il valore, ma che evidentemente ha il carattere dell’informalita.

Non ci sembra esistano al momento  tesi di studiosi dell’apprendimento scolastico che ritengano superati i principi socio - psico - pedagogici su cui si regge il processo di insegnamento /apprendimento, in cui si alimentano reciprocamente le strutture linguistiche e cognitive e la dimensione affettivo- relazionale e della motivazione ad apprendere.

Negli ultimi mesi, forse anche a causa di una enfasi eccessiva sulla didattica  a distanza, abbiamo visto precipitare l’attenzione verso i contesti, sugli strumenti dell’osservazione a vantaggio dei voti, che come è noto privilegiano i prodotti.

Costretti dall’urgenza del proporre nuove e accattivanti  argomenti in video-lezione, dopo una prima fase prudente destinata al rinforzo di esperienze realizzate in presenza, ha prevalso la logica del programma, non quella del curricolo.

Il ritorno al programma ha mostrato un affanno senza precedenti quasi a voler dimostrare che, nella situazione data, non si potessero rimodulare le proposte culturali. Per questa via abbiamo visto fiorire nuovi acronimi lontani dalla prospettiva delineata dalle Indicazioni nazionali, fra obiettivi di apprendimento e competenze.

Ora che siamo tornati  a consumare e a produrre e la scuola è ancora chiusa per evidenti difficoltà di natura politica e culturale, abbiamo l’obbligo di leggere con attenzione i documenti proposti da soggetti diversi su quel che ci si aspetta dalla scuola. Rischiano di rappresentare un’idea di equità in tema di istruzione per tutti, in cui la scuola è subalterna al privato.

Eppure le scelte in materia di istruzione si faranno nonostante… la scuola, nonostante il Paese.

Difficile dire se ci lasceremo alle spalle questa fase della nostra vita complessa, vissuta in emergenza, se produrrà regressione o sviluppo.

Non siamo convinti che il “fare scuola” possa governare i pensieri della comunità professionale e del territorio anche in questa fase. Saranno importanti  le scelte politiche e culturali capaci di leggere il contesto.

A memoria personale la scuola  è stata, come la sanità, sempre terreno di scontro fra maggioranza e opposizione, in cui hanno prevalso le tesi del mercato, degli imprenditori, degli economisti.

Oggi la posta in gioco è altissima, ma se a finanziare l’istruzione  sarà ancora una volta  l’Europa, temiamo che le scelte non potranno  sottrarsi alle tesi neoliberiste, , alla modernizzazione, a una idea di competenza schiava della competizione.

Sono  fra quelli che si pongono domande da sempre sui temi della povertà educativa e delle diseguaglianze non risolte a scuola, ma diffido sull’appalto all’esterno della funzione educativa e soprattutto in materia di istruzione.

C’è un mondo che cambia, ma chi governa i processi educativi  propone solo risposte organizzative e tecnologiche. In che modo si pensa di garantire alla sapere della scuola, la funzione che le è propria, ovvero costruire il proprio stare al mondo nel rapporto con la scienza, la storia, la letteratura, il diritto, l’economia…?

Mi sembra di poter dire che l’analisi pre e post Covid rafforzi un’idea di conoscenza addestrativa non situata, senza una prospettiva, oggi più che mai ineludibile.

Non  so quanto la politica potrà/saprà fare nei mesi a venire, come risponderà ai bisogni dei cittadini, più o meno giovani, in materia di salute, di lavoro, di istruzione. So per esperienza quanto sia difficile  “sortirne insieme” soprattutto se prevale la parzialità di un punto di vista e la tesi antica che sottrae agli aventi diritto occasioni per una reale ripartenza fondata sull’esperienza conoscitiva, su un fare e un pensare mai scissi. L’esperienza recente in cui siamo stati tutti  un po’ più rispettosi delle regole, in cui abbiamo accettato con senso di responsabilità quanto ci veniva proposto ci segnalano tutte  le nostre fragilità e le nostre  paure in tema del diritto alla  vita personale e dei nostri cari. Nei comportamenti sociali ha prevalso l’estraniamento, altro che il distanziamento sociale e fisico, con una perdita irreparabile  della dimensione collettiva.

Motivo più che sufficiente per accettare la sfida e chiedere ancora una volta più equità, più sapere per tutti in classe.

Viviamo un momento in cui è  in crisi l’intellettuale collettivo e lo stesso concetto di rappresentanza democratica, in cui si sono ridotte le tutele per il lavoro cambiato nei fatti, mentre incombono nuove forme di precariato e aumenta la disoccupazione. Non possiamo ignorare che riguarda anche la scuola e i suoi lavoratori.

E allora  ripartiamo  dai fondamentali, dai diritti  e lavoriamo tutti perché si possa davvero  “sortirne insieme”

Fonte: Democrazia Oggi

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