Non è tutto Oro Colao! E molto altro ancora….

Rosamaria Maggio

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Il Piano Colao è stato elaborato da un Gruppo di esperti nominati dal Governo e comprende lo stesso Vittorio Colao, AD Vodafone, scelto per le sue capacità manageriali ed un gruppo di altri managers, docenti universitari, economisti ed una giornalista presidente WWF.
Ancora una volta però un piano per il rilancio dell’Italia e della Scuola, viene fatto da un gruppo di esperti, di grandi competenze, ma di altre competenze, che non hanno idea di che cosa sia la scuola.
Quello che viene fuori è un Piano, che partendo dagli obiettivi per arrivare agli strumenti, lancia un messaggio tranquillizzante, diretto al Governo, in quanto “non saranno necessarie grandi risorse”.
La premessa è fondata sui risultati non brillanti per i nostri studenti, emergenti dall’indagine internazionale OCSE- Pisa del 2018.
Forse il gruppo ignora che per fare un programma di riforma scolastica, se dobbiamo partire dai dati internazionali, bisognerebbe citare anche i risultati IEA-PIRLS e TIMSS che indagano rispettivamente sulla capacità di comprensione (lettura) e sugli apprendimenti in matematica e scienze, sia nella scuola primaria che in quella secondaria di I grado, tanto più che, quantomeno nella primaria, i risultati ottenuti dai nostri bambini nei test sia in literacy che in materie scientifiche, è sempre stata  più che dignitosa.
Precisamente in matematica, nell’ultima rilevazione del 2015, i bambini di quarta elementare si sono classificati al 30mo posto ed al terz’ultimo sopra la media OCSE (fissata a 500) ed in terza secondaria di I grado, i secondi sotto la media OCSE.  Per quanto riguarda la Literacy (comprensione del testo), gli ultimi dati risalgono al 2016. I nostri bambini si sono classificati al 17mo posto sopra la media OCSE, molto al di sopra di Germania, Francia e Spagna, solo per fare alcuni esempi, conseguendo in 4a elementare 548 punti. La media EU è stata 544 e quella OCSE 541.
A voler essere completi, avrebbero dovuto esaminare anche i risultati dell’indagine nazionale, fondata sui test censimentari INVALSI. C’è quindi anche un problema di metodo.
Di tutto questo non v’è traccia nel Piano, per quanto questi dati siano disponibili e siano pure reperibili online numerose ricerche portate avanti negli anni da docenti di scuola e da universitari. Forse ritenevano che per fare proposte innovative bastasse fidarsi dei dati OCSE- Pisa anche se riferiti agli studenti delle superiori.
In questa riflessione ci dedichiamo quindi unicamente al punto 5 del Piano e specificatamente a quanto indicato in relazione alla scuola.
Non per amor di polemica, bensì perché alcune idee cominciano a raccogliere l’entusiasmo ministeriale e sembrano prendere piede in viale Trastevere, in preparazione della riapertura delle scuole a settembre, pare necessario esprimere altri punti di vista.
Fra gli obiettivi enunciati per la scuola si parla di:
1) Forte contrasto alle diseguaglianze socio-economiche nell’accesso alla istruzione terziaria, accompagnato da maggiori tutele per le categorie vulnerabili e ad un deciso superamento degli squilibri di genere.
2) Deciso incremento della digitalizzazione della scuola e della università e adozione di tecnologie, modalità di orientamento e sistemi di insegnamento aggiornati, con sostanziale aggiornamento di programmi scolastici e della valutazione su scala nazionale delle scuole.
Trovo francamente offensivo nei confronti del mondo della scuola anche l’uso di un linguaggio vecchio e incompetente.
Nel bene e nel male la scuola ha “subìto” diverse riforme negli ultimi 20 anni, i programmi non esistono più da tanto e si parla ormai di didattica del curricolo; concludono con l’originalità di una proposta per una valutazione nazionale che esiste da anni. (INVALSI) Semmai potrebbe parlarsi della sua validità.
Ignorano altresì quanto negli ultimi anni il mondo della scuola abbia partecipato, sollecitato, protestato nei confronti dei politici di turno.
E trovo fortemente lesiva della professionalità docente, degli studenti e genitori che si sono battuti per anni per migliorare e modernizzare la scuola, che un gruppo di persone esperte sicuramente in altri campi, pensino di metter mano alla scuola senza neanche conoscere lo stato dell’arte.
Propongono quindi una serie di raccomandazioni.
La prima riguarda la modernizzazione dei sistemi di istruzione e di ricerca.
Sembrerebbe di capire che questo potrebbe essere un obiettivo da raggiungere attraverso il miglioramento delle competenze dei docenti (digitali-e STEM…..Avviso ai colleghi di aree scientifiche) con l’ausilio delle Università e del privato.
Una seconda area riguarda il miglioramento della capacità d’inclusione attraverso fondi destinati all’orientamento nell’istruzione superiore e l’introduzione di cambiamenti per favorire l’inclusione dei disabili.
Il terzo gruppo di proposte è diretto al superamento del mismatch (mancata corrispondenza), fra l’offerta di competenze fornite dal sistema istruzione e la domanda di professionalità derivante dal sistema socio-economici attraverso il rafforzamento dei percorsi di istruzione superiore professionalizzante e la realizzazione di una piattaforma di formazione lavoro digitale.
Ancora una volta gli insegnanti possono essere aggiornati dall’Università e dai privati, mai da insegnanti di scuola con esperienza. Cosa altrettanto grave è che l’idea di scuola che viene espressa è quella di una scuola funzionale al lavoro e non diretta a formare la persona.
Nella scheda XVII vengono esplicitati alcuni percorsi per la modernizzazione dell’istruzione.
Al punto 78, si parla di lanciare un programma didattico sperimentale per colmare il gap di competenze tutto improntato su competenze digitali scientifiche e finanziarie, e ancora formazione digitale per gli insegnanti, monitoraggio dell’offerta didattica con l’utilizzo di test standardizzati.
Al punto 79, si propone di predisporre un progetto di iniziative di upsckilling (co-finanziate da pubblico e privato) e partendo dall’analisi del contesto, cioè la scarsità di risorse destinate all’istruzione ed al diritto allo studio, e alla ridotta disponibilità di fondi che può essere colmata con la solidarietà, il Piano lancia una campagna di volontariato che affianchi le strutture pubbliche, attraverso 3 iniziative:
“Adotta una classe”, “Impara dai migliori” in cui i docenti 20 sabati all’anno fanno corsi di aggiornamento su temi innovativi tenuti da Università aziende tecnologiche enti di ricerca; ed infine “Gara dei talenti” in cui aziende e donatori organizzano concorsi per studenti delle superiori su temi di grande rilievo. Francamente l’elemosiniere apostolico avrebbe avuto idee più dignitose.
Al punto 80 propone di creare un Fondo speciale per il “Diritto alle competenze” che si fonda principalmente sul sostegno economico alle famiglie.
Al punto 81, dopo una analisi sulla inadeguatezza delle pratiche di orientamento, il Piano propone azioni di Orientamento alle scelte professionali (Career education) precoci (scuola primaria e scuole medie… non sanno che si chiamano secondarie di primo grado), perché’ inefficaci se tardive, così recita; consulenza di carriera e di vita professionale nella scuola superiore con insegnanti e genitori.
L’attivazione di Life design lab (università) per la sperimentazione di transizioni professionali.
Interventi di Awareness/activation/Participation per docenti, famiglie studenti aziende, mondo del lavoro e policy makers per la costruzione di buone visioni del futuro.
Per le disabilità, in considerazione della forte penalizzazione durante la chiusura delle scuole:
propone di rafforzare il gruppo di lavoro ministeriale anche con rappresentanti delle associazioni delle persone con disabilità. A seguire una serie di idee su standard minimi, sulle prove d’esame finali basate sul lavoro fatto a scuola ed altre amenità che solo chi non conosce la scuola italiana può suggerire in un settore in cui siamo sempre stati all’avanguardia.
Infine al punto 83, l’Istruzione terziaria professionalizzante.
Esordisce dicendo che l’Italia è l’unico paese europeo in cui sono assenti percorsi professionalizzanti a ciclo breve.
Cita solo gli ITS che non riescono ad attrarre una vasta platea di studenti. Ignora l’esperienza regionale della Formazione professionale, in alcuni casi di eccellenza ed anche le competenze specifiche regionali in materia.
Al punto 84, ipotizza il lancio di una piattaforma, Education to employement, addirittura prevedendo corsi di formazione gratuiti o a pagamento, per ottenere certificazioni e favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.
Da queste proposte si evince che il Gruppo ha una idea di scuola affidata a docenti non aggiornati dal punto di vista delle nuove tecnologie; emerge l’idea che questa mancanza di competenze debba essere colmata attraverso il ricorso ai privati (ad es. aziende informatiche), che la scuola manchi di competitività ed addirittura che l’orientamento al lavoro non debba essere tardivo e quindi viene anticipato addirittura alla scuola primaria….come dire un destino segnato dalla culla!
Questo è il Piano per la scuola…ometto quanto previsto per l’Università.
La banalità e pochezza del piano mi imbarazza, perché’ denota da un lato la mancanza di una reale conoscenza della scuola italiana sia nei punti di forza che in quelli di debolezza, ma nel contempo è un piano privo di visione, sia con riferimento ai principi costituzionali ed anche ai diritti fondamentali dell’uomo in materia di istruzione, ma anche con una povertà di prospettiva rispetto alla complessità delle sfide che ci aspettano.
L’audizione alla Camera dei Deputati del prof. Bianchi poi, responsabile della Task-force nominata dal Ministro non può non preoccupare chi ha a cuore il futuro della scuola italiana e dei nostri studenti.
La solita premessa (fu così anche nella riforma Moratti e Gelmini) che richiama i principi costituzionali nonché’ l’autonomia scolastica, non crea nessun affidamento poiché’ leggendo il report dell’audizione che anticipa la relazione finale, si capisce chiaramente che nessun nesso di causalità esiste tra premesse e proposte.
Mi soffermo su due aspetti, quelli a mio avviso più significativi e gravi.
Le necessità del distanziamento sociale come giusta misura preventiva anti Covid -19, trova una soluzione nell’adattamento del numero degli alunni per classe. Il che significa predisporre un numero maggiore di classi con minori studenti. E fin qui tutti d’accordo. Dopo la cura dimagrante imposta dal duo Gelmini- Tremonti, questa sarebbe una bella svolta. Se non che, la Task-force pensa ad un nuovo orario annuale obbligatorio determinato attraverso la rimodulazione dell’unità oraria e la innovazione didattica e valorizzazione degli attori educativi.
Non viene abbandonata la DAD in quanto si parla di lezioni in presenza e blended. Ma si prospettano attività formali ed informali sulla base di Patti educativi di comunità in cui coinvolgere realtà locali, istituzionali produttive e sociali.
La rimodulazione oraria di cui sono state fatte anticipazioni sulla stampa, riguarda la riduzione della unità didattica da 60 minuti a 40 minuti.
Il che consente di portare il lavoro di ogni docente a 24 unità didattiche settimanali nella scuola secondaria di primo e secondo grado e a 30 unità didattiche nella primaria e infanzia.
Ciò allo scopo di svolgere due turni scolastici da concludersi entro le 16 per la secondaria e permettere di mantenere l’organico invariato pur raddoppiando le classi.
Questo determinerebbe una ulteriore riduzione del tempo scuola per i nostri studenti rispetto a quanto già ridotto dalla Gelmini, mantenendo invariata la spesa del personale.
Da quanto tra l’altro evidenziano anche le ricerche internazionali sono proprio gli studenti delle superiori ad avere debolezze nelle loro competenze, quindi hanno bisogno di più scuola e non di meno scuola.
Anzi, proprio riflettendo sui risultati internazionali, dovremmo mantenere così come sono sia la scuola dell’infanzia (semmai rendendola obbligatoria dato che i bambini che hanno frequentato la scuola dell’infanzia hanno migliori risultati scolastici), che la primaria, sia nell’organizzazione che nelle indicazioni nazionali per il curricolo attualmente in vigore. Naturalmente riducendo il numero di bambini per classe ed aumentando il personale, concentrandoci su nuovi modelli organizzativi e didattici per le superiori.
A noi che ci occupiamo di scuola da sempre e che le abbiamo dedicato gli anni della nostra attività lavorativa e nell’associazionismo, le idee non mancano. Se qualcuno avesse avuto l’umiltà di chiederci un parere.
È successo solo col Ministro Tullio De Mauro…altre stagioni!
Ma tornando al piano della Task-force, pensare di ridurre il tempo scuola ai ragazzi delle superiori, proprio per quelle debolezze in competenze evidenziate in parte anche dal Piano Colao, sembra una contraddizione in termine.
Sul piano organizzativo a nostro avviso occorre ridurre il numero di studenti per classe, prevedere un tempo lungo, comprensivo di mense scolastiche ed unità orarie di almeno 60 minuti.
L’organico deve essere raddoppiato, riaperte tutte le scuole che sono state chiuse in questi anni con un grande piano di investimenti in edilizia scolastica, apertura delle mense, investimenti nella rete, aumento degli strumenti tecnologici nelle scuole.
Da tempo nelle scuole si fa uso di tecnologia e non solo negli istituti tecnologici, la didattica si è arricchita degli strumenti della modernità perché se vuoi catturare l’attenzione degli studenti, devi giocare nel loro campo, senza abbandonare l’epistemologia della disciplina che ciascun docente insegna.
Immaginare una unità didattica di 40 minuti, facendo il conto della serva, 18 ore diviso 40 minuti uguale 24 unità didattiche, significa non sapere nulla di che cosa significa” insegnare, (spesso) a chi non vuole imparare” parafrasando il titolo di un bel libro che consiglierei alle 2 Task-force, Colao e Bianchi (Bagni, Conserva, ed. L’asino d’oro).
L’unità oraria/ didattica non può essere moltiplicata o divisa per il numero degli studenti. Anche i 60 minuti per 25 studenti erano pochi, tanto più che il monte orario disciplinare da Gelmini in poi si è ridotto di tanto.
Come faceva un docente vedendo per 2 ore alla settimana 25 studenti a fare un lavoro proficuo, a conoscere bene ognuno, a seguire individualmente ciascuno? Proviamo ad immaginare di ridurre questo monte ore a 80 minuti la settimana ancorché per 12 o 13 studenti, magari parte in presenza e parte a distanza, blended come si usa dire oggi?
Entrare in una classe ancorché di 13 ragazzi significa, dopo aver svolto le incombenze burocratiche, (ad es. l’appello),  guardare negli occhi ciascuno, capire se tutto va bene, se si può presentare l’argomento che avevamo preparato per il giorno, lasciare il tempo per le domande, provocare reazioni, porre questioni dando il tempo di ragionarci e trovare delle soluzioni, girando fra i banchi, chiedendo di esporre magari graficamente in un una LIM, interrompersi per richiamare quello distratto magari da pensieri preoccupanti, e potrei continuare all’infinito, ma la campana suona sempre troppo presto anche dopo 60 minuti…
L’apprendimento ha bisogno di tempi lunghi e lenti…noi siamo stati, siamo e saremo gli insegnanti di quelli che da soli non ce la fanno…le eccellenze non hanno bisogno di insegnanti o quasi, (Hobsbawm E.J. The New Threat to History,  “The New York Review of Books, vol 40, n21 . dic.93, pp 62-64, ricordando che cosa gli disse un suo insegnante quando iniziò ad insegnare: Le persone per le quali sei qui non sono gli studenti bravi come te. Sono gli studenti di medio livello, con una mente poco brillante, che ottengono risultati poco interessanti…. Gli studenti di primo livello sanno badare a se stessi…)
Quanto al secondo punto del Piano della Task-force al quale voglio dedicarmi sono i cosiddetti Patti di Comunità.
Dice Simonetta Fasoli dell’MCE, che teme che la pandemia abbia accelerato il processo di privatizzazione della scuola e parafrasando una definizione del Prof. Franco Frabboni, dice che il territorio può essere una aula didattica decentrata, ma la sua connotazione consiste nell’attività di mediazione didattica di cui la scuola e gli insegnanti restano esclusivi titolari e responsabili. Se salta questo paradigma salta il senso della scuola secondo Costituzione. La scuola ha sempre collaborato col territorio ma nell’ambito della sua programmazione didattica.
Quale insegnante di arte non ha accompagnato i propri studenti a visitare Musei che raccontavano con le opere in essi custodite, pezzi di percorsi didattici svolti a scuola?
Quale insegnante di storia o scienze non ha condotto i propri studenti a scoprire citta storiche o parchi naturalistici?
Ciò che non deve succedere è che questi soggetti pubblici o privati, decidano come e quando prendersi i ragazzi per fare cose anche utili, ma che non rientrano in un percorso di crescita personale e culturale elaborata all’ interno di una progettazione scolastica.
Il tema non è che fare con i ragazzi in quelle ore, e fare delle aggiunte scoordinate e sconnesse, ma seguire il bambino ed il ragazzo nei suoi progressi, predisporre esperienze anche in aule informali, all’aperto, nel territorio, che siano in armonia con quanto predisposto sulla base di una conoscenza diretta e continua di quei ragazzi.
Proprio in questo momento in cui si parla di finanziamenti europei a fondo perduto per fare le riforme strutturali (Recovery fund- 80 miliardi all’Italia…), perché’ non stabilire di destinare una parte significativa di questi fondi per aumentare il personale scolastico, al fine di ridurre il numero di studenti per classe ed aumentare il tempo scuola, un tempo disteso e fare della scuola un luogo del tempo dei giovani?
IL Governo Sanchez lo ha già fatto prima anche del varo dei Recovery Fund.
E Noi, che cosa aspettiamo?

Fonte: Democrazia Oggi

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