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Tutti keynesiani quando c’è da far sganciare soldi allo Stato

Antonello Murgia

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Gianfranco Sabattini nel suo interessante articolo dal titolo “Dopo il Covid-19 niente potrà essere come prima[1]”, descrive l’inversione teorica a 180° compiuta nell’editoriale del Financial Times del 3 aprile scorso “Il virus mette a nudo la fragilità del contratto sociale” sulla ormai plurisecolare diatriba su chi debba governare l’economia fra lo Stato ed il Mercato. Sono assolutamente d’accordo con le considerazioni sviluppate nell’articolo rispetto alla necessità che nel post-Covid nulla sia come prima da tutti i punti di vista e in particolare da quelli economico e sanitario.
Sono però molto meno sicuro che il Financial Times voglia davvero sostenere un’inversione di rotta così netta rispetto alle sue precedenti posizioni neoliberiste e che abbia le stesse convinzioni di Paolo Vineis e di Gustavo Zagrebelsky sulla necessità di potenziamento della sanità pubblica e in particolare della prevenzione, da attuare anche con quel rispetto dell’ambiente che il mondo dell’impresa, punto di riferimento del Financial Times, ha sempre visto come fumo negli occhi. E’ accettato da tutti, a destra, al centro e a sinistra, che nei periodi di crisi il privato non possa sostenere l’enorme sforzo necessario per far ripartire l’economia e che esso debba essere affrontato dagli Stati, anche attraverso un massiccio ricorso all’indebitamento. E già si delineano le misure che l’Unione Europea, oltre ai singoli Stati, sta approntando a tale scopo (recovery fund, etc.). Il problema è che anche il più incallito egoista ed il più fedele sacerdote della religione che rifiuta l’intervento dello Stato nell’economia, in frangenti come questo non solo accettano, ma sollecitano l’intervento pubblico. E non sarebbe neanche conveniente, per loro, professare fede contraria nel momento in cui c’è da spartire una massa ingente di denaro: è molto più accattivante professarsi a favore del bene dell’umanità e dei più deboli in particolare, chiedendo contestualmente agli organismi nazionali e sovranazionali d’essere loro i destinatari di tali somme così da poter soddisfare l’improvviso impeto morale.
Dico questo anche perché 9 giorni prima di quell’editoriale, lo stesso Financial Times aveva ospitato un articolo di Mario Draghi, ex Governatore della BCE e che ora è pronto ad immolarsi per nuovi prestigiosi incarichi dopo aver cosparso il suo cammino di ricette neoliberiste come il fiscal compact, lo strozzamento con le sue mani della Grecia che si era permessa di indire un referendum contro le ingiuste imposizioni della UE, etc., etc., etc. In quell’articolo dal titolo “Siamo di fronte a una guerra contro il coronavirus e dobbiamo mobilitarci di conseguenza[2]” anche lui (probabilmente il Covid-19 tra i suoi effetti importanti ha quello di trasformare gli ultraliberisti in marxisti-leninisti di stretta osservanza) si sbracciava per spiegare che la guerra doveva essere condotta aumentando anche considerevolmente il debito pubblico. Marco Revelli analizzandone il discorso nell’articolo “Draghi, lupi, faine e sciacalli[3]”, nota: “Banca (privata) – Impresa (privata) – Mercato del lavoro e delle merci (privati entrambi): questo sembra, nel New Deal draghiano, il circuito privilegiato, anzi esclusivo, della regolazione sociale. Al Pubblico – cioè allo Stato – il compito di prestatore di ultima istanza. Anzi: di finanziatore finale di un dispositivo che rimane monopolisticamente privato. E che campeggia come unico mediatore con la Società. Nulla lascia intendere – in questo ordine del discorso – che ci sia una sia pur minima possibilità per l’apertura di canali di erogazione diretta di risorse dalle finanze pubbliche al sociale. O per l’ipotesi – sia pur estrema – di una qualche riappropriazione di risorse finanziarie, organizzative, operative da parte del settore pubblico in forma di nazionalizzazione o di partecipazione societaria”. Insomma, il nuovo corso del Financial Times e di Supermario Draghi non sembra tanto richiamare il new deal rooseveltiano quanto organizzare un riposizionamento tattico volto a mantenere intatte le strutture del potere economico. E così Marco Revelli conclude che “il vecchio motto proprietario -privatizzare i benefici nei tempi di vacche grasse e socializzare le perdite in tempi difficili- finisce per rivelarsi – pur nella metamorfosi del linguaggio – tutto sommato intatto”.

Fonte: Democrazia Oggi

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