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Investiamo nella scuola: se non ora, quando?

Rosamaria Maggio

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Il problema del precariato è stato risolto temporaneamente col DECRETO SCUOLA, convertito in legge nello scorso fine settimana, a seguito di un compromesso tra le forze di maggioranza. I precari saranno in servizio da settembre, con un nuovo contratto a tempo determinato ed un successivo concorso straordinario con una prova scritta, a seguito del quale i vincitori potranno essere immessi in ruolo avendo il riconoscimento della retrodatazione del contratto al 1.9.2020.
La situazione del paese e’ tale che, anche se non abbiamo i dati precisi, la disoccupazione post Covid, potrebbe arrivare al 17%, secondo le stime della Goldman Sachs. È vero che, nell’immediato, potrebbe esserci addirittura una diminuzione della disoccupazione, come dice l’ISTAT, che passerà dall’8% al 6,3%, ma si tratta di una illusione ottica dovuta al fatto che il lockdown ha provocato la perdita della ricerca di posti di lavoro.
Nella scuola poi, sulla base delle previsioni fatte dal MIUR, i posti disponibili sono almeno 64.000.
I precari, con almeno 3 anni di servizio, sono circa 70.000.
Il primo settembre 2020 andranno in pensione 26 .000 docenti.
Dovremo quindi ragionevolmente parlare di 90.000 posti scoperti.
Quindi, anche assumendo i precari con 3 anni di servizio, non si riuscirà a coprire il fabbisogno ed occorrerà attingere ancora dalle graduatorie dei docenti con meno di 3 anni di servizio, destinati a fare il concorso ordinario.
La domanda è quindi questa. Un paese che sta vivendo un momento così difficile, che deve sostenere tanti disoccupati o comunque cittadini e famiglie rimaste senza reddito a seguito della pandemia e che quindi ricorre a cassa integrazione o a sussidi per persone che non lavorano, può permettersi di escludere dalla regolarizzazione 70 mila persone che lavorano da anni per la scuola e di cui hai bisogno, per il semplice fatto che non ha potuto, per cause di forza maggiore, bandire i concorsi?
Inoltre, questo Stato così in difficoltà, può rischiare 70 mila cause ed i relativi costi, per non aver dato esecuzione alla direttiva n. 70 del 1999 ed alla legge di attuazione, il Decreto legislativo 368/2001, che stabilisce la trasformazione dei contratti a tempo determinato, di durata di almeno 36 mesi, in contratti a tempo indeterminato sia nel pubblico impiego che nel privato?
Nel dibattito pubblico nazionale c’è una corrente possibilista rispetto alla eventualità di riprendere il ragionamento sulla stabilizzazione dei precari. A livello regionale abbiamo tanti rappresentanti di tutte le forze politiche. Mi chiedo, se avranno la forza, anche all’opposizione, di portare avanti questa battaglia per la scuola italiana. Non la vedo infatti come una soluzione per i singoli (ma anche, dato che 70 mila persone che lavorano da anni, hanno il diritto alla stabilizzazione non solo politicamente ma anche giuridicamente!), ma come una necessità per la scuola, di avere docenti giovani, che garantiscano continuità scolastica ai nostri studenti, che contribuiscano a svecchiare la classe docente di questo paese.
So che su questa partita ci sono diverse opposizioni, alcune vengono dallo stesso mondo della scuola (io ho fatto un concorso difficile: perché’ loro devono entrare senza concorso?); poi c’è l’annoso discorso della meritocrazia che mi fa venire l’orticaria anche quando se ne parla per gli studenti.
Alla prima eccezione rispondo personalizzando: sono entrata nella scuola senza un giorno di supplenza.  Sono incappata nel primo concorso dopo che per 20 anni non ne erano stati banditi. Ho avuto quindi la fortuna di fare il concorso, di vincerlo (20 posti in tutta la regione) e di entrare a fare il primo giorno di scuola dalla porta principale, da insegnante di ruolo.
Ciò non mi impedisce di capire che in situazioni eccezionali si possano dare risposte eccezionali. Dopo la riforma degli anni 70’, importante riforma democratica che portò a scuola i ragazzi fino alla terza media, occorrevano tanti insegnanti e si fecero i corsi abilitanti ed assunzioni in massa.
Inoltre ricordo la spada di Damocle della direttiva europea. L’unica cosa che ho condiviso della famosa l. 107/15 del Governo Renzi, la cosiddetta Buona scuola che di buono aveva ben poco, fu la stabilizzazione dei precari di allora, con 3 anni di servizio. E se continuiamo così il problema ce lo porteremo dietro.
Sulla questione della meritocrazia poi, si è erroneamente attribuito a Michael Young l’elogio della meritocrazia, nel suo pamphlet del 1958. La sua era una satira sociale che aveva la meritocrazia come bersaglio (Nicola da Neckir “Contro la meritocrazia”, ed. la meridiana). In realtà, come ci spiega anche Mauro Boarelli nel suo “Contro l’ideologia del merito”, pubblicato da Laterza, quella del merito è una trappola ideologica che mette a rischio il principio di uguaglianza sociale. Ha come suo presupposto l’evoluzione di un ragionamento che porta principalmente a considerare l’istruzione, come funzionale al sistema economico e che piega la scuola a logiche aziendali. C’è una idea di sapere utilitaristico e non si concepisce la possibilità di un sapere “inutile” e di un percorso scolastico che non sia funzionale ad uno sbocco professionale. All’interno di questa logica, anche la selezione deve essere funzionale a questo risultato economicistico.
Con ciò non si vuole escludere la necessità di una valutazione dei docenti, ma valutare non è solo misurare.  Si tratta anche di definire che cosa valutare e come. Il docente, non solo dovrà conoscere le discipline che è chiamato ad insegnare, ma dovrà avere capacità didattiche e pedagogiche, capacità organizzative, di relazione con studenti, colleghi e famiglie, capacità di ricerca e di innovazione. Ora evidentemente valutare tutto ciò non è facile, le nuove modalità concorsuali cercano di arrivare a valutare alcune di queste capacità e competenze dei candidati. Ma sicuramente questa valutazione più adeguata non è contenuta né nella selezione per test, prevista prima dell’approvazione del Decreto scuola, ne’ nella nuova formulazione che prevede la valutazione di docenti, che a fine anno sc. 2020/2021 avranno come minimo 4 anni de servizio, attraverso un test con domande a risposta aperta. Mi sembra una farsa, decisa per tacitare gli “ideologici del merito”. Contro ogni ragionevolezza!
Una azione di governo efficace non può prescindere, tanto più in questa situazione, dal farsi carico del futuro della scuola. Garantire dai primi di settembre la presenza di docenti, preferibilmente in continuità didattica, è il minimo cui si debba tendere per recuperare le difficoltà accumulate in questi mesi di chiusura della scuola. Gli studenti hanno bisogno di tornare a scuola, che siano bambini o ragazzi, di riprendere le relazioni fra compagni e con gli insegnanti, di recuperare quanto perso con la Didattica a distanza ed anche con la “non didattica”. Molti i casi in cui i ragazzi o per mancanza di strumenti tecnologici, o di una famiglia presente, o a causa dei problemi che la pandemia ha creato in vari contesti sociali e familiari, non hanno potuto beneficiare anche di quanto più o meno adeguatamente è stato fatto con la DAD.
In fondo, proprio quest’anno, il discorso della mancanza di risorse non dovrebbe essere un problema. L’Unione Europea ha messo in campo una serie di misure destinate specificatamente a sanità o ad ammortizzatori sociali, risorse a tassi di interesse molto bassi. Sta altresì destinando ai paesi europei colpiti dalla pandemia anche risorse a fondo perduto (Recovery found), che potranno essere utilizzate per investimenti anche nella scuola, settore già fortemente penalizzato dalle politiche dei “tagli di spesa pubblica” ed ora anche dalla pandemia.
Se non ora quando?

Fonte: Democrazia Oggi

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