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Carbonia. L’esperienza politica di Carbonia, negli anni dell’unità d’azione

Gianna Lai

 

Gente di Carbonia - Rassegna mobile

Puntuale il post domenicale sulla storia di Carbonia a partire dal primo settembre scorso[1].

Dice Ginsborg che ‘i partiti, numericamente assai deboli alla caduta del governo Mussolini, furono del tutto presi in contropiede dall’azione di Badoglio e del re il 25 luglio, garanzia di continuità dell’ordinamento tradizionale’, rispetto a ciò che avverrà di lì a poco. Rispetto, cioè, alla ‘costituzione di un grande esercito partigiano, dominato da un’ideologia di sinistra….una esplicita minaccia all’egemonia conservatrice’. Essendo anche ‘la strategia alleata, nei confronti della Resistenza, quella di minimizzarne il ruolo politico, per quanto possibile, e di non consentirle in alcun modo iniziative non controllabili’. Ed in effetti, ‘durante i quarantacinque giorni, i partiti furono costretti a svolgere un ruolo subordinato e solo dopo la fuga del re ‘ritornarono alla ribalta.  Formando a Roma, il 9 settembre, il Comitato di Liberazione Nazionale, CLN, a Nord, il Comitato di liberazione dell’Alta Italia. Così anche in Sardegna, come se il movimento partigiano e il suo fondamento unitario volesse riflettersi a determinare il nuovo assetto politico del Mezzogiorno liberato, acquistava significato la presenza delle sinistre nel Sulcis e l’impegno per la diffusione delle idee di libertà  e di uguaglianza tra le masse popolari e tra gli operai. La linea politica dei comunisti sardi si comincia a definire nel Convegno di Oristano, novembre 1943, con l’ elezione della prima segreteria regionale. E poi nel 1° Congresso dell’ 11 e 12 marzo 1944, ad Iglesias, alla vigilia della svolta di Salerno, quando si ricompatta il fronte antifascista e si crea un governo di Unità nazionale,  presieduto da Badoglio, con la partecipazione diretta  dei partiti di sinistra, tranne il Partito d’azione, fermo sulla pregiudiziale istituzionale. Togliatti è uno dei cinque ministri senza portafoglio, quando comincia a concretizzarsi la costituzione del PCI in Sardegna, a partire dal  ‘rinnovamento del gruppo dirigente, non solo generazionale ma anche politico’. E già in quelle prime iniziative di carattere sopratutto organizzativo, dice Giannarita Mele ‘la struttura provinciale di Cagliari risulta la più agguerrita e la più forte in Sardegna, come dimostra la presenza al Congresso di una folta rappresentanza dei delegati della zona  mineraria del Sulcis e dell’Iglesiente,….. in cui insiste, nonostante la crisi, la più alta concentrazione operaia della Sardegna’. Verso le miniere si orienta in particolare l’intervento dei comunisti e dei quadri dirigenti, in quegli  ‘anni di eccezionale mobilitazione popolare’,  quando tuttavia ‘l’azione del PCI, ritornato alla legalità nelle zone liberate, era ancora legata ai vecchi schemi e impregnata di remoti settarismi’, che non rendevano di facile realizzazione una vera ‘unità organizzativa’; a differenza della strategia comunista prevalente nella lotta partigiana, dove si sarebbe affermata  una linea ‘ricca di aspirazioni nuove, orientata verso l’azione rinnovatrice’.4)  Rotti i collegamenti con la Sardegna e con la Sicilia durante la clandestinità, ‘c’è una realtà siciliana,  c’è una realtà sarda, fatta di quasi assoluto isolamento quest’ultima’, dice Girolamo Sotgiu, citando Paolo Spriano,  già debole il partito fin dalla sua fondazione nel Mezzogiorno, per la mancanza di iniziative di massa durante i 45 giorni di Badoglio’, sarebbe stata, ad aprile, la svolta di Salerno a cambiare il quadro complessivo.  La partecipazione comunista al governo Bonomi di giugno, dopo la liberazione di Roma e dopo l’abdicazione del re, verso la costruzione di  un ordinamento provvisorio dello Stato, fino al 2 giugno 1946, attraversando il 2° governo Bonomi,  in carica durante la Liberazione.
Nell’isola, ‘a fianco ai vecchi militanti, Lay, Dore, Borghero, una schiera numerosa di giovani intellettuali, tra i quali sarebbe presto emerso Renzo Laconi’, appena eletto commissario della Federazione di Sassari ed espressione di  un nuovo gruppo dirigente regionale, impegnato nella costruzione di una ‘linea politica unitaria e di larghe alleanze sociali e politiche’ . Al momento, però, il PCI risente ancora  fortemente delle vecchie concezioni, ‘punta a configurasi come gruppo elitario e rifiuta un più largo contatto con le masse’, dice Girolamo Sotgiu nella sua opera ‘Movimento operaio e autonomismo’, pur mantenendosi aperto nei confronti del PSI e nei confronti del Psd’az.  E questo in una regione  dove sembrano mancare gli strumenti adeguati per resistere efficacemente alla politica di Badoglio, se pensiamo che da parte degli alleati, ‘per lungo tempo venne vietato a Emilio Lussu di rientrare in Sardegna’,7) essendo ‘fondata, la linea del governo, su un rigido centralismo politico’. E dove, sottolinea di nuovo Sotgiu, ‘come nel primo dopoguerra,  la mobilitazione e la lotta per stabilire un diverso rapporto Sardegna-Stato,  non parte dal movimento operaio e dai suoi partiti, ma dal Partito sardo d’azione, con la sua base di massa nelle campagne,  tra i contadini  e i pastori’.
E intanto  l’annuncio di Togliatti, ‘la politica dei comunisti italiani è una politica di unità nazionale, nella lotta di liberazione dal nazifascismo e nella ricostruzione del paese’, e da Napoli il Consiglio nazionale del PCI, 30 marzo 1944,  ‘il problema istituzionale verrà risolto liberamente da tutta la nazione, attraverso un’assemblea nazionale costituente, eletta a suffragio universale diretto e segreto, subito dopo la fine della guerra’.
Verso la costruzione di un grande partito, ‘presente ovunque si lavori col braccio o con la mente, perché capace di farsi carico della soluzione di tutti quei problemi che la classe dirigente italiana era stata incapace storicamenete di risolvere’. In cui si realizzi ‘una collocazione nuova delle masse popolari protagoniste, con la parte più avanzata della borghesia, un nuovo processo di unificazione nazionale’. Dice  Togliatti nel Congresso dei quadri dell’11 aprile 1944, ‘un grande partito, un partito di massa il quale attinga dalla classe operaia le sue forze decisive,  al quale si accostino le classi contadine  e gli elementi migliori dell’intellettualità,  nella lotta per liberare e costruire l’Italia’. Con, a fianco, ‘gli amici e i fratelli socialisti’, allargando lo sguardo ai cattolici, perché ‘il problema dell’ unità… ha un aspetto di carattere non soltanto proletario ma popolare….Come partito comunista alleato del partito socialista,  siamo disposti a stringere con la Democrazia cristiana un patto di azione comune,  nella lotta per un programma comune di rigenerazione economica, politica e sociale’. Così in Girolamo  Sotgiu, Movimento operaio e autonomismo, l’intervento di Palmiro Togliatti, del 9 luglio 1944 al Brancaccio.
Il carattere nazionale della politica togliattiana per un comune accordo di tutti i partiti. Unità nazionale nella lotta armata,  sotto la direzione del governo democratico, in accordo con la direzione dell’esercito e coi comandi degli eserciti alleati. Unità nazionale nella lotta politica, per la liberazione e la ricostruzione, per una nuova strategia  del movimento operaio. Il suo nome è democrazia progressiva, che guarda al futuro e che non dà tregua al fascismo,  che distruggerà i regimi feudali e darà la terra a chi la lavora.  A partire dal ‘blocco storico’ di forze sociali, come teorizzato da Gramsci nei Quaderni dal carcere, le fondamenta della nuova linea.
In Sardegna, all’azione immediata dei comunisti, sarebbe presto seguito l’intervento dei cattolici, nella formazione di un partito che tutti li rappresentava. Una democrazia cristiana sarda con un programma ‘di caute innovazioni, in un contesto sostanzialmente conservatore’, l’estrazione sociale dei dirigenti a spiegarne ‘l’integralismo’. E sempre in contrasto con i ’socialcomunisti’ e, inizialmente, con il Partito sardo d’azione, diretto da Emilio. E poi i sardisti, fin dagli ‘incontri tra quei dirigenti del vecchio partito, che non avevano aderito al fascismo’,  Lussu in prima persona favorevole alla unificazione col Partito d’Azione, di cui era uno dei massimi dirigenti a livello nazionale. A prevalere sarebbe stato però ‘il richiamo al vecchio combattentismo, dal quale il partito aveva tratto origine’, rimanendo ancora i nuovi dirigenti ‘prigionieri di un forte localismo, che li rendeva diffidenti e spesso ostili alle istanze di trasformazione della società’. E poi il Partito socialista che, fortemente ‘vincolato e condizionato dal patto di unità d’azione con il Partito comunista, rapidamente perse a favore dei comunisti anche le posizioni che aveva avuto  nelle zone minerarie, conservando una sua autonoma influenza quasi esclusivamente nei ceti cittadini’. Come ancora nota Girolamo Sotgiu nella sua ‘Storia della Sardegna durante il fascismo’. Di minor peso, infine, liberali e repubblicani.
Su tali premesse la nascita dei partiti a Carbonia,  i rapporti nuovi tra le forze politiche dinanzi ai gravi  problemi della città, le tendenze unitarie nella sinistra e le tensioni fra gli schieramenti opposti, fino ai contrasti nel modo stesso di intendere i problemi della miniera e le relazioni con le truppe d’occupazione. E sono i comunisti, per primi, ad aprire le  sezioni e ad animare  il dibattito, attraverso organismi già esistenti durante la clandestinità, come le cellule di partito, e subito dopo,  i sindacati e la CGIL con le leghe, organizzate in città e nel territorio. .

References

  1. ^ settembre scorso (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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