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Pintor, dov’è volato il suo pensiero?

Andrea Pubusa

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L’altro giorno il Manifestosardo ha avuto il merito di mettere assieme[1] alcuni intellettuali autorevoli per ricordare il pensiero e l’opera di Luigi Pintor. Un pensiero non di un eretico, ché l’eresia presuppone una chiesa, ma di un comunista-libertario impenitente e conseguente. Peraltro,  come tutti i comunisti, Luigi era anche molto disciplinato, rispetto ad una scala di valori, che lui stesso si era costruito nel tempo, sotto diversi fortissimi influssi. Quello morale altissimo e assorbente del fratello Giaime con l’esempio del suo estremo sacrificio, l’amore per la libertà espresso nella lotta partigiana insieme ad altri giovani, di cui serbava forte la memoria, come il suo amico sardo Silvio Serra[2], scampato al plotone di esecuzione a Roma, ma spostatosi verso il centro/nord per combattere ancora e trovare la morte nella battaglia di Alfonsine, odi Francesco Curreli pastorello ad Austis, combattente nelle brigate internazionali in Spagna e gappista via Rasella a Roma (v. il post che segue), e poi Gramsci e il suo messaggio liberatorio del comunismo.
Questo patrimonio morale e politico a Luigi non veniva imposto da una discipina di partito, semmai era vero il contrario, e cioè che lui stava nel partito perché questo rispondeva in modo accettabile a quei principi.
Ricordo che una volta a cena, nel corso di una delle sue (per noi memorabili) coversazioni, ci confessò che lui fino a un certo punto era convinto che i compagni, salve le inclinazioni più o meno a sinistra, la pensassero in fondo più o meno tutti allo stesso modo e che avessero tutti la stessa tensione morale; poi - ci disse - “mi sono accorto pian piano che non è così, anzi ci sono, nello stesso partito, compagni, anche ai livelli dirigenti, che non hanno nulla in comune”. Lo disse con amarezza, ma come un dato non confutabile. Nel tempo, tenendo conto di quella rivelazione, ho potuto constatare che Luigi aveva ben ragione. Cosa c’era ad esempio in comune fra lui e, che so io?, Napolitano? Tanto era, ed è stato costui propenso all’adeguamento, passando indenne nelle diverse stagioni, ed anzi facendo tesoro della sua “versatilità-variabilità“, quanto Pintor è rimansto saldo nei suoi principi, pur declinandoli nelle diverse situazioni.
Da un punto di vista partitico, dunque, di Pintor non è rimasto nulla o, meglio, nessuno ne ha raccolto l’eredità; da un punto di vista ideale, invece, è rimasto molto, seppure senza l’organicità della sua visione.
Possiamo dire che il suo pensiero vive in ogni gruppo o movimento dove ci si batte per la democrazia, per i valori costituzional resistenziali, per l’uguaglianza e il lavoro. Lo ritroviamo anche nei singoli che, con modestia, nella loro quotidianità inverano questi principi. Qui vediamo spesso slanci, idealità, eticità, quali si trovavano in Luigi, mentre negli esponenti delle organizzazioni che si richiamano alla sinistra, non cogliamo nessuna traccia della sua affascinante personalità. Anzi pare di scorgere il contrario, la propensione alla trama, al tatticismo deteriore, alla ricerca senza prncipi del seggio. Lui, invece, pur conoscendo l’importanza del partito e il valore della disciplina come elemento essenziale per il cambiamento, non ha esitato a seguire altre strade, molto ardue e difficili, per mantenere ferma la sua dirittura.
La sua eredità non è andata perduta? Si e no. Non è svanita nei movimenti la sua tensione verso i valori dell’eguaglianza e della libertà sostanziale. Per lui, come Berlinguer e perfino Gramsci, oggi manca, invece, la cornice, il fine generale, la creazione di un ordinamento di liberi e uguali, ossia una società comunista o socialista. Le parola comunismo o socialismo sono state bandite dal lessico politico e anche letterario. E non è poco. Pintor senza queste finalità è pensabile.

References

  1. ^ mettere assieme (www.manifestosardo.org)
  2. ^ Silvio Serra (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi


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