Lo Statuto dei lavoratori, una legge storica, ora maltrattata

Andrea Pubusa

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Ho avuto tante fortune. Nel 1970 è stato approvato lo Statuto dei Lavoratori ed io sono diventato avvocato. Giusto mezzo secolo fa. Ho così vissuto lo Statuto dal vivo, nelle scontro di classe e nel processo. Poi di fortune ne ho avute altre concomitanti. A Cagliari il più autorevole giuslavorista era Nuto Pilurzu, figura storica del comunismo sardo, persona di straordinaria levatura morale. Lui non chiedeva mai una lira ai lavoratori, si ripagava dalle condanne alle spese dei padroni che infilzava immancabilmente in giudizio. Eravamo assieme al Manifesto di cui lui fu fondatore in Sardegna. La sua guida in quella meravigliosa stagione (anche giuridica) a noi giovani avvocati democratici dava dottrina e sicurezza. Qualche incertezza? Una telefonata o, nei casi più complessi, una visita a Nuto e tutto era risolto. La sua generosità era proverbiale, il suo studio era sempre aperto ai lavoratori e a noi avvocatucci alle prime armi. E Nuto ci dava anche sorrisi, allegria e umanità.
Bene, ma sto parlando di noi anziché dello Statuto. Parliamo della legge, basta il titolo: “Legge 20 maggio 1970, n. 300. “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e nell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento“. Libertà, dignità dei lavoratori, libertà sindacale, niente caporalato, parole che nella storia l’umanità sfruttata e dolente ha sempre sognato. Ecco è legge dello Repubblica, nata dalla Resistenza, è una proiezione della Costituzione nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro.
Fu un bel divertimento per noi. Era il tempo delle cattedrali nel deserto. Era un pullulare di padroncini, subappaltori di subappaltaori, spesso prestanome di dirigenti dei grandi stabilimenti che facevano avere a questi lestofanti commesse, salvo spartirsi poi i lauti guadagni. Questi padroncini, spesso erano ex caposquadra, che, stimolati dai dirigenti, si facevano un timbretto e, oplà!, diventavano imprenditori. Facevano il bello e il cattivo tempo. Assumevano e licenziavano verbalmente, ad nutum, come si diceva con parolina latina, che vuol dire pressapoco “con un cenno”. Si cacciava via il lavoratore, il sindacalista col cenno della manno “vai via! passa via!“.
Per noi fu un bel tirassegno. Lo Statuto prevedeva il licenziamento in forma scritta a pena di nullità, previa contestazione dell’addebito e termini a difesa per il dipendente. Trascorremmo i primi anni fiondando questi pseudo imprenditori, mercanti del lavoro e delle fatiche altrui, impugnando licenziamenti malfatti e immancabilmente ottenendo l’annullamento e la reintegrazione, nonché il risarcimento. Sì perché questo prevedeva l’art. 18.
Poco dopo, nel 1973, fu istituito il rito del lavoro, e a Cagliari la Sezione in Pretura era composta da un vecchio ottimo magistrato, Lavena, che la presiedeva, e da due giovani pretori, Mauro Mura e Michele Jacono, che facevano parte di quella folta leva di magistrati che portò la Costituzione nelle aule di giustizia, soppiantando le vecchie toghe, formatesi in epoca fascista, per le quali la Carta era niente più che un insieme di buone intenzioni, di esortazioni non vincolanti. Poi in periferia c’erano altri giovani magistrati di questa tempra.
Ricordo una volta alla Pretura di Sanluri, davanti al Dr. Pisotti, discutemmo il licenziamento di tre lavoratori da parte di due padroncini particolarmente arroganti, che manco a dirlo, avevano licenziato senza applicare la procedura prevista dallo Statuto. Erano difesi da un noto avvocato oristanese, stile fine Ottocento della variante “trombone”. Parlò per un’ora in un crescendo che faceva tremare le pareti e  sempre più gonfiare il petto ai suoi clienti e deprimeva ad ogni avverbio o aggettivo enfatico i miei poveri lavoratori, che si aspettavano un ineluttabile rigetto del ricorso e la condanna alle spese. Tanto più che io, ben conoscendo la finezza e la solidità giuridica del Pretore Pisotti, mi guardai bene dal fargli lo sgarbo di illustrargli la disciplina della Statuto (era stato assistente alla cattedra di Diritto del Lavoro prima di entrare in magistratura), mi limitai a replicare con poche parole solo sussurrate:  “chiedo che il licenziamento venga annullato perché adottato in violazione degli articoli 7 e seguenti e 18 della legge n. 300 del 1970“.  In quel momento i lavoratori si sentirono persi: il nostro difensore  - hanno pensato - non sa cosa replicare, è intimorito, lui sbarbatello, dall’oratoria trombonesca del principino del Foro di Oristano. Pisotti si ritira e poco dopo, in nome del popolo italiano reintegra i tre lavoratori maltrattati, ridà loro la dignità calpestata. Ecco questo era lo Statuto. Sovvertiva millenni di soprusi e prevaricazioni!
E quando i lavoratori, diventati esperti col loro lavoro, venivano adibiti di fatto a mansioni superiori e pagati col compenso previsto per quelle inferiori, dove erano fraudolentemente inquadrati? Ricorso, prova per testi delle mansioni effettivamente svolte e condanna all’inquadramento nella categoria superiore con corresponsione delle reltive retribuzioni contrattuali. E il tutto avveniva in prima udienza, con lettura del dispositivo alla fine della stessa. In sei mesi si faceva primo e secondo grado! Questo era il rito del lavoro!
E la condotta antisindacale? Ricordo che il silenzioso, ma tenace compagno Gigi Porqueddu di Senorbì, con un gruppetto di compagni nella sua aziendina di carpenteria metallica cercava di organizzare i lavoratori e di tenere riunioni sindacali, osteggiato in tutti i modi dal padroncino, che riteneva il cantiere l’orto di casa. Ricorso ai sensi dell’art. 28 dello Statuto superveloce e in pochi giorni l’ordine del giudice a cessare l’attività antisindacale e consentire la riunione, un diritto vero e proprio.
E la stabilizzazione dei lavoratori illegittimamente assunti a tempo determinato? Moltissime! E le stabilizzazioni presso le aziennde.madri di lavoratori fittiziamente assunti da imprese che facevano intermediazione di manodopera? Tantissime!
Questo è stato lo Statuto e questo è stato il rito del lavoro. Ora se ne è persa memoria, neanche i giudici lo sanno. Il diritto del lavoro è morto per la loro indifferenza, per l’ignoranza dello spirito della legge e per una legislazione che ha perfino modificato l’art. 18. La Repubblica ora è fondata su mercato, non sul lavoro. Del resto Renzi, nel manomettere l’art. 18, a suo modo, era coerente. Volendo distruggere la Costituzione, ha cominciato col distruggerne l’articolo che dava ai lavoratori lo strumento per inverarla nei luoghi di lavoro. E si è introdotta una disciplina che cozza anche col buon senso. Si licenzia senza giusta causa, ma non s’impone la reintegrazione. Manca l’effettività della tutela giurisdizionale, sancita nell’art. 24 e seguenti della Carta. Se tu vieni licenziato per una mancanza che l’imprenditore non riesce a provare in giudizio, a quale criterio di giustizia, morale e di buon senso risponde che il giudice, a domanda, non debba reintegrare il lavoratore incolpevole? Dove va a finire la tutela giurisdizionale dei diritti, assicurata dalla Costituzione? Art. 24:“tutti possono agire in giudizio a tutela dei propri diritti e interessi legittimi”, vuol dire non solo che tutti devono avere un giudice e un giusto processo per difendere i loro diritti, ma anche che, se il diritto è provato in giudizio, dev’essere soddisfatto in forma specifica, e cioè quando è possibile ripristinando la situazione violata. Se il ladro viene sorpreso e la refurtiva è ritrovata, i beni devono essere restituiti al legittimo proprietario, non lasciati al ladro, dandolgi la facoltà di pagare un risarcimento.
Grande è stata la conquista di civiltà e di giustizia con lo Statuto, ignomignoso per i gruppi dirigenti averlo manomesso e depotenziato, autolesionistico per la giurisdizione aver autolimitato il proprio potere di rendere giustizia. La dignità del lavoro e dei lavoratori è stata rimessa sotto i tacchi dei prepotenti e degli arroganti. Ma ci abbiamo rimesso tutti, salvo i padroni, i prilegiati e i prepotenti.

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Fonte: Democrazia Oggi

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