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Una soluzione “comunista” (o radicalmente ambientalista, ma socialmente sostenibile) per la stagione balneare?

Tonino Dessì

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Nella previsione di nuove disposizioni sulla fruizione delle spiagge nella “fase 2”, sono forti le pressioni per ottenere, da parte degli stabilimenti balneari sardi, consistenti incrementi delle superfici di demanio marittimo in concessione per poter ottemperare alle disposizioni di sicurezza sanitaria, in primo luogo a quelle sul distanziamento, quali contenute nel Protocollo INAIL che dovrebbe entrare in vigore a partire dal prossimo 18 maggio, data a decorrere dalla quale il Governo ha stabilito che le Regioni godranno di ampia autonomia nella gestione della “ripresa”.
Nei fatti si preannuncia, insieme a un’ulteriore corsa alla privatizzazione delle spiagge, una selezione sociale su base economica nella possibilità di fruire di questi importanti beni pubblici naturali, considerato che non sarà invece più possibile goderne in forma libera negli spazi non occupati da strutture organizzate.
Penso che questa prospettiva vada decisamente contrastata.
Si è parlato tanto di nazionalizzazioni, nelle discussioni su Autostrade, Alitalia, ex ILVA e addirittura di statalizzazione del SSN e persino di requisizione delle strutture sanitarie private all’inizio della crisi pandemica.
Io proporrei una soluzione assai più motivata per la balneazione, partendo dal dato di fatto che i litorali sono demanio pubblico.
Una soluzione non dissimile da quanto ormai avviene nella gestione e fruizione dei beni culturali (musei, biblioteche e compendi archeologici) e dei parchi naturali pubblici, alla cui stregua andrebbe organizzato l’uso delle spiagge.
Tutti gli stabilimenti balneari esistenti, almeno per due o tre stagioni, vengano messi (dietro indennizzo) al servizio della balneazione pubblica e gestiti mediante regolamenti comunali che assicurino, a parte la loro messa e costante tenuta a norma secondo protocolli sanitari ragionevoli, l’accesso a prezzo sociale, mediante tariffe stabilite dai Comuni, che tengano conto di età, condizioni di salute, carico di figli minori, stato di disoccupazione, privilegiando nei prezzi (esenzioni comprese) e nell’assegnazione dei posti-ombrellone&lettini, magari comprensive del biglietto del trasporto pubblico o del parcheggio dove c’è, le categorie più disagiate.
Accessi alle spiagge da consentire solo attraverso quelle strutture e con ticket per fasce orarie: due, forse tre fasce orarie.
Organizzazione pubblica anche della parte restante, “libera”, degli arenili, sempre mediante gli appositi regolamenti, con possibilità di fruire di ombrelloni forniti da apposite strutture comunali in ulteriori varchi di accesso e naturalmente apprestamento di servizi igienici adeguati, di passerelle e e di bocchette per l’acqua, non tanto per la doccia, quanto per bere e per sciacquare piedi e gambe al fine di non portarsi via la sabbia e di restituirla alla spiaggia.
Dappertutto, per distanze individuali e divieti di assembramenti, di picknick e similari, regole analoghe a quelle della vita quotidiana ordinaria, senza necessità di mascherine.
Sorveglianze discrete ma rigorose per quanto riguarda l’osservanza di tutte le regole, a partire da quelle che non vengono mai osservate, benchè ci siano sempre state, durante le ordinarie stagioni balneari.
E per le app? Mah, se ci siamo acconciati a quella dei parcheggi urbani, potremmo accedere anche a questa, purché sia solo un servizio di prenotazione rapida del ticket da domicilio e comunque non sia un obbligo.
Alla fin fine in tutto questo nulla di gran che diverso di come normalmente si dovrebbe fare, salvo, per la durata dell’emergenza sanitaria (poi si vedrà) una gestione pubblica diretta o al massimo in concessione, ma arrestando ogni ulteriore tendenza alle privatizzazioni degli arenili anche per il futuro.
A me sembra un’impostazione ragionevole.
Differentemente prepariamoci a discriminazioni di fatto e di diritto ancora meno tollerabili e giustificabili delle restrizioni “egualitarie” della “fase 1”.

Fonte: Democrazia Oggi


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