Bonafede, i giudici di sorveglianza, la rieducazione e i mafiosi

Andrea Pubusa

 Il gangster e l'eroe: l'ultima notte di Al Capone[1]

 

Niente di nuovo sotto il cielo! La destra,solitamente severa nei confonti dei poveracci, vuole essere garantista nei confronti dei mafiosi e, quindi, spara a palle incatenate contro il Guardasigilli. E l’impeto dell’attacco è così forte che dimentica una verità solare. Le misure nei confronti dei carcerati sono adottate dai giudici di sorveglianza, che vivvadio!, fanno parte di un ordine autonomo e indipendente e sono indipendenti anche fra di loro. Il mite Bonafede quindi nelle scarcerazioni dei mafiosi non c’entra nulla e i giudici neanche applicano regole ispirate da lui in quanto quando la normazione di riferimento fu adottata quando l’attuale ministro seguiva Grillo nei suoi tours a suon di vaffa…
Certo, ad ogni persona di buon senso e di normale umanità, essere pietosi nei confronti di chi ha sciolto nell’acido un bel bambino di 10 anni fa impressione. E così anche quell’accolita di mafiosi che hanno insaguinato la Sicilia e non solo nei decenni scorsi. Leggetevi l’elenco di Libera sulle vittime innocenti della mafia e giardate le brevi note du ognuna di esse.
Lo spirito dell’ordinamento barbaricino che vive in ciascuno di noi sardi ci porterebbe a pronunciare la fatidica frase “per questi, fine pena mai!” e a pensare anche peggio. Ma abbiamo studiato, letto, amato senza riserve la nostra Carta e i suoi valori di civiltà e a questi rimaniamo ancorati. Tuttavia, possono nutrirsi molti dubbi sul fatto che la Costituzione giustifichi tout court il buonismo verso i deliquenti più crudeli. E’ più probabile che non pochi magistrati, come spesso accade, non abbiano contezza della situazione su cui sono chiamati a giudicare, e non abbiano chiara neanche la discipina giuridica di riferimento.
La funzione rieducativa della pena con le decisioni di questi magistrati non c’entra una mazza. La Carta è mite - come diceva il buon Gustavo Zagrebelsky in un bel libro di tanti anni fa - ma non è ingiusta. La funzione rieducativa della pena? Sicuramente trova il suo riconoscimento nella Costituzione. Articolo 27: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.
Cosa significa?  Certamente umanizzazione della pena e del trattamento penitenziario. La legge di riforma dell’ordinamento penitenziario n° 354/75 e con il successivo intervento del 2007  ha provveduto: permessi, licenze ed ulteriori agevolazioni; in particolare, è stata abrogata la pena di morte anche in tempo di guerra, la quale solo in 101 stati è stata eliminata completamente.
La tensione dello Stato verso la rieducazione si traduce in misure volte a creare le condizioni perché il detenuto possa reinserirsi dignitosamente nella società. Semmai c’è da chiedersi se questo obiettivo è stato raggiunto, ossia se il principio abbia una vigenza effettiva. L’Associazione Antigone, per esempio, nei suoi rapporti annuali denuncia il sovraffollamento carcerario, con sistemazioni impropabili. Ci sono solo alcune esperienze di carceri minorili che garantiscono studio, socializzazione, attività sportive e formazione professionale in attività quali sartoria, falegnameria, pasticceria e  simili.
Ora, è chiaro che queste attività sono più difficili se non impossibili per chi sconta la pena col regime dell’art. 41-bis, “di carcere duro” . Tale norma ha attribuito al Ministro di grazia e giustizia il potere di sospendere l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti e degli internati previste dalla stessa legge, in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di ordine e di sicurezza pubblica nei confronti di detenuti internati per reati quali la criminalità organizzata, il terrorismo e l’eversione dell’ordine democratico. Prevale il rafforzamento delle misure di sicurezza per prevenire contatti con l’organizzazione criminale di appartenenza, restrizioni nel numero e nella modalità di svolgimento dei colloqui, limitazione della permanenza all’aperto e la censura della corrispondenza. Su queste restrizioni sono state sollevate diverse  questioni di legittimità costituzionale, tutte rigettate dalla Corte Costituzionale con quattro sentenze interpretative (93/349, 93/410, 96/351 e 97/376). Dunque, riamangono le garanzie dei diritti fondamentali della persona.
Delineato il quadro c’è da dire che la tensione dell’ordinamento verso la rieducazione necessita, per raggiungere l’obiettivo, della partecipazione attiva del detenuto. E se questa non c’è? La rieducazione comprende anche la scarcerazione senza alcun ravvedimento? Ravvedimento che non implica divenire collaboratori di giustizia, vuol dire sofferenza, travaglio, rielaborazione interna. Ci sono stati grandi peccatori che sono diventati grandi santi. La loro trasformazione si è manifestata anche in assenza di restrizioni, è stata apprezzata da tutti pur essendo stata silenziosa, senza proclami, perché il ravvedimento è più vero e profondo se non è ostentato, come la carità si fa in silenzio. Ecco, la rieducazione è un fatto del detenuto.
Si può dire che i mafiosi scarcerati nei giorni scorsi ci abbiano fatto percepire tutto questo? Ci abbiano condotto a pensare: “questa è un altra persona“, non ha più nulla di quel malfattore che sciolse nell’acido il bambino o fece esplodere l’auto di Borsellino e di Falcone. O fece ammazzare Dalla Chiesa e la giovane moglie?
Fintanto che il magistrato non è convinto di questo, perché questo è il giudizio comune, le scarcerazioni non si danno. In questi casi la risocializzazione è ingiust e pericolosa, non va favorita, va impedita.
E l’umanità del trattamento? Verrebbe da dire che dev’essere  proporzionale a quello che questi signori hanno riservato alle loro vittime. Ma la Costituzione pensa all’umanità dell’ordinamento, ossia della comunità elevata ad organizzazione statale, non insegue i pur legittimi sentimenti dei congiunti delle vittime, ed è giusto, ma l’umanità induce ad aver cura del mafioso detenuto, a trattarlo col rispetto che si deve alla persona, non è nel suo senso di umanità ridargli il calore della famiglia. Questo beneficio richiede reciprocità, non si dona se il destinatario non ha creato col suo ravvedimento le condizioni per riceverlo. La questione è complessa e, in tutta franchezza, i provvedimenti di alcuni giudici di sorveglianza mostrano di non capirne i risvolti profondi. Trattano il capo-mafia come invece va trattato il detenuto individuale, che spesso è meritevole delle misure che l’ordinamento appresta in applicazione della nostra Carta fonfamentale. Talvolta anzi con questi manifestano una severità che è ingiustificata quanto lo è la benevolenza per i mafiosi.

References

  1. ^   (www.google.com)

Fonte: Democrazia Oggi

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