Un cavallo troppo veloce…

Stefania Falzoi

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Poche settimane prima che iniziasse il confinamento ho deciso di coinvolgere un paio di amici e andare tutti insieme a una delle ultime manifestazioni del carnevale sardo.
Poco prima che si concludesse l’evento decidiamo di cambiare il nostro punto di osservazione così, ci avviamo verso la parte finale della corsa vorticosa dei cavalli, un punto strategico, una curva, pochi metri prima del punto di arrivo.
Ma ecco all’improvviso accadere la disgrazia, non riuscendo a calibrare la sua velocità e la sua forza,  uno dei cavalli slitta, perde il controllo del suo corpo e scivolando si imbatte contro lo steccato di legno installato per l’occasione a protezione degli spettatori.
L’epilogo è prevedibile cosi come, forse, l’indifferenza nelle parole dello speaker della manifestazione che, non menzionando l’incidente continua a commentare l’evento (anche deridendo la minaccia del Covid-19 in quel momento non ancora ben definita nel nostro paese) nonche’svelando una certa trepidazione di veder concludere rapidamente le pratiche di rimozione del povero animale (fino a pochi minuti prima oggetto del nostro ludibrio)
Quella caduta sembrava più un precipitare, un abbandono a tutta velocità della vita. Un momento che ho collegato in succesione ad eventi successivi ma anche a tanti eventi precedenti. Volendoci allontanare per un istante dalla realtà non possiamo resistere dall’accostarci a quelle percezioni indelebili nella nostra memoria di lettori vissute così prepotentemente da Anna Karenina quando il cavallo Frou-Frou dell’ufficiale Vrònskij “come un uccello ferito” cadde rompendosi la schiena.  Lo sconvolgimento della donna naturalmente si scatena dalla paura di perdere il suo amante/cavaliere ma nel romanzo l’episodio si impone come un punto di svolta della trama.
Ritorniamo adesso al nostro cavallo, in Sadegna, in Italia, in Europa, nel 2020. Cosa sarebbe necessario pensare in questo momento? Che senso dare alle nostre giornate in casa? Ripensiamo al significato del tempo, degli affetti, della solitudine della bellezza (quella vera).
Forse ripensiamo anche al significato della politica e della storia. In che congiuntura le persone della mia generazione si sono imbattute negli ultimi ultimi quindici anni? Non sarebbe forse più vantaggioso inserire le crisi economiche, l’emergenza climatica, le guerre, il terrorismo, l’ineguaglianza sociale, la rinascita delle destre, il finanzcapitalismo e l’attuale pandemia (utile in questo senso sarebbe approfondire i Sustainable Development Goals adottati delle Nazioni Unite nel 2015) in una rapporto di insieme che senza angoscia e rabbia ci aiutasse a decifrare il presente.
Come il corpo franato di quel puledro saremmo spinti dal vedere le nostre ambizioni agognare nel fango di un presente impossibile e di un futuro vuoto e freddo dove tutte le nostre competenze ci scaldano l’anima ma non si convertono in un riconoscimento lavorativo.
Generazioni di giovani e meno giovani disillusi che vorrebbero rifugiarsi negli ideali ma che dagli stessi rifuggono perchè nella quotidianità non c’è spazio per il grande respiro delle visioni di lungo periodo ma solo la frustrazione del senso di fallimento personale e collettivo.
Sarebbe bello far tornare indietro quell’animale che a perdifiato voleva portare il suo cavaliere al trionfo. Veder soffrire quel corpo immenso nella nuda terra prima fortissimo e scalpitante ci riporta al senso originario delle cose. Forse dovremmo accontentarci e diventare più “liquidi” secondo la fortunata formula di Bauman oppure dovremmo rileggere Latouche e ripensare seriamente allo nostro sviluppo economico.
Per il momento aspettiamo e ci ricostruiamo pronti ancora una volta a reinventarci in un mondo dove le identità diventano sfuggenti e i sogni all’occorrenza rimodulabili.

Fonte: Democrazia Oggi

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