Fase 2. Al primo posto l’interesse generale e niente pasticci

Tonino DessìimageDopo un primo intervento[1] Tonino Dessì torna sul tema con una chiosa alle chiose, a cui, poiché l’argomento è caldo, segue immancabilmente un’altra chiosa… Se la finalità e il contesto culturale e politico che caratterizzeranno la preannunciata “fase 2” non saranno realmente ispirati a una visione corretta dell’interesse generale, le condizioni sociali complessive potrebbero persino peggiorare, anche rispetto a questa fase di costrizioni apparentemente generalizzate, ma che in realtà tali non sono, in quanto il fermo delle attività economiche e delle mobilità connesse coinvolge il 45 per delle stesse, mentre il 55 per cento delle attività non si è mai fermato.Se la logica sarà tutta ispirata alle esigenze dei soggetti economici, emergeranno ulteriori questioni, che coinvolgeranno svariate categorie (ragazzi a scuole chiuse, disoccupati precedenti e sopravvenienti, donne comunque costrette più di prima a convivenze forzate in condizioni di crisi della relazione matrimoniale e magari di violenza domestica, malati affetti da altre patologie, non solo fisiche, più in generale persone “non di sana e robusta costituzione” psicofisica e più in generale non indispensabili o potenzialmente di intralcio o suscettibili di creare sovraccarico al funzionamento della produzione, dei servizi, della mobilità).Tutto questo non si può gestire con un’ottica semplificatoria e superficiale. Piaccia o meno, anche certe modalità di controllo (e di servizi) andranno perfezionate e la situazione non dovrebbe restare quella che taluni agognano del ciascuno riprende a fare liberamente come faceva prima.Ancor più la problematica investe ormai il versante della legittimità e della legalità democratica. Urge ormai un intervento del Parlamento che, nell’ambito della Costituzione vigente e nel rispetto della sua impalcatura ordinamentale, definisca la cornice legale dell’esercizio dei poteri del Governo e di quelli delle Regioni, ne stabilisca obiettivi e limiti, garantisca i diritti fondamentali e fissi i doveri inderogabili, affidi al Governo e a sedi di coordinamento formali fra Stato e Regioni l’attuazione delle misure e la scansione dei tempi. Non si può andare avanti come si è fatto finora, perché più di prima arbitri, confusione, malumori, conflitti rischiano di aumentare.Chiosa di Andrea PubusaIn questa vicenda vedo tante follie.La prima. I governanti più stolti e destri fanno i più grandi disastri. Niente di nuovo sotto il cielo. E’ sempre stato così, e la ragione è molto semplice: per loro la persona non esiste, è un numero e un gregge. Da Donald Trump a Boris Jhonson e, giù giù, a Fontana, a Ciro e Zaia la pensano così. Lontani anni luce dall’ineffabile De Luca, che, simpaticamente, mostra una antica saggezza napoletana, frutto di plurimillenaria civiltà: prima di tutto la vita! Primum vivere, deinde philosophari, che nel caso nostro può essere parafrasata “primum vivere, deinde prophitare”, prima la vita poi i profitti.Chi spinge per la riapertura si rende conto che si tratta di un azzardo. Se, dio non voglia, si verifica una ricaduta che succede? Non basta a Fontana aver con le sue decisioni azzerato in molte valli lombarde l’intera generazione degli ultrasettantenni?! Quali disastri vuole combinare ancora?Secondo. Si vogliono riaprire spiagge, alberghi e chalet. Anche in Sardegna. Ma chi porta figli, nipoti e mogli in luoghi di dubbio distanziamento, se il virus è ancora in giro? Gli italiani, tutto sommato, stanno dando prova di un’accettabile disciplina. Chi di noi, dopo aver fatto lunghi giorni ai domiciliari, è disposto a mettere a repentaglio tutto e anzitutto se stesso e i familiari andando in albergo o sotto l’ombrellone se il virus non è stato debellato?E’ umanamente comprensibile che ogni operatore voglia che il suo settore riparta e lo vogliamo tutti in linea teorica, ma nella concretezza poi chi andrà in vacanza se non in totale sicurezza? La vacanza è anzitutto psicologica, è relax o tale dovrebbe essere. Che vacanza sarebbe con mascherine, millimetrici distanziamenti e paura dei soliti indisciplinati? E se, puta caso, si sparge la voce che a Chia o a Villasimius o in questo o talaltro albergo si è verificato un contagio, chi ci rimane? Sarà un fuggi fuggi generale. Interverrà comunque l’autorità sanitaria. Si realizzeranno profitti in tale non improbabile evenienza?Sulla ristorazione un vecchio operatore del settore ci dice[2] che la riduzione dei posti per il distanziamento sociale rende per la quasi totalità dei ristoranti non conveniente la riapertura condizionata. E basterebbe uno starnuto durante la cena a far andare a monte la serata!Altra follia: il campionato. Se si riparte e c’è qualche infezione, che si fa? Poniamo, dio non voglia, che Ronaldo o Lukaku o Immobile vengano infettati e debbano lasciare, si può dire che il campionato si è svolto regolarmente e che la classifica rispecchia i valori delle squadre? Certo, esistono anche in tempi normali gli infortuni, ma sono fatti di gioco, non di pandemia.Insomma, per farla breve, se non si tiene conto di ciò che pensa o farà il gregge, aprire tutto è una pura follia, priva anche di utilità economica, perché in fondo solo gli operai e i lavoratori possono essere precettati (a ben vedere, il virus dimostra che è sempre vero quanto diceva il vecchio barbone di Treviri sulla condizione dei lavoratori in fabbrica), ma chi è libero di decidere seguirà anzitutto il proprio istinto di salvarsi. Fontana, Ciro, Zaia & imprenditori vari farebbero bene a ricordarselo.

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 Tonino Dessì

Più che per aggiungere chiosa a chiosa, quanto piuttosto per integrare il ragionamento sul rischio del caos giuridico che potrebbe ingenerarsi anche nella “fase due”, qualora proseguisse una gestione tutta amministrativa della situazione (caos cui la magistratura potrebbe sentirsi indotta a porre rimedio non necessariamente contemperando al meglio tutti gli interessi coinvolti), ritengo opportuno inserire un’altra riflessione.
Il Presidente del Tar Sardegna ha respinto ieri l’istanza cautelare proposta da un libraio contro l’ordinanza del Presidente della Regione n. 19 del 13 aprile 2020 (con la quale, più restrittivamente rispetto al DPCM del 10 aprile, in Sardegna è stata, fra le altre attività, esclusa la riapertura delle librerie).
La decisione definitiva è stata rimessa al Tribunale nella sua composizione collegiale, nell’udienza fissata per il 20 maggio.
Da quel che si apprende il Presidente del TAR avrebbe motivato la decisione richiamando la facoltà concessa alle Regioni dall’articolo 3 del decreto-legge n. 19/2020 di introdurre misure ulteriormente restrittive rispetto a quelle disposte dal Governo.
L’ordinanza del Presidente Solinas non è priva di contenuti discutibili sul piano sostanziale e su quello formale, così come, pur con tutto il rispetto, il provvedimento del Presidente del TAR Sardegna dà una certa impressione di sommarietà forse maggiore di quanto pure caratterizzi questa fase d’urgenza della trattazione del ricorso.
Già peraltro non pochi (io fra quelli) avevano espresso preoccupazioni sul potere concesso ai Presidenti delle Regioni di disporre restrizioni maggiori rispetto a quelle stabilite dallo Stato in ambiti che già fortemente comprimono i diritti individuali dei cittadini.
Da una ricognizione abbastanza puntuale che vado compiendo sulla giurisprudenza dei TAR relativa alle ordinanze governative, regionali e comunali emanate in questa emergenza pandemica, sto rilevando comunque un orientamento quasi totalmente prevalente di rigetto delle istanze cautelari aventi analoghe finalità sospensive di quella della quale si è avuta ieri notizia a Cagliari.
È peraltro anche abbastanza consolidata, da tempo, la prassi di preannunciare, nel provvedimento di rigetto dell’istanza cautelare, da parte dei giudici amministrativi, i principi cui si ispirerà il giudizio di merito.
Infine, il rinvio al giudizio di merito fa si che in queste particolari circostanze gli atti impugnati avranno esaurito la loro efficacia e saranno sostituiti da nuovi atti.
Non è il massimo della giustizia auspicabile, non tanto in punto di diritto quanto in termini di fatto, però è così.
Si tratterà anche di casi che prevalentemente, per queste ragioni, al Consiglio di Stato non arriveranno mai.
Mi permetto tuttavia di osservare che la tesi della carenza di motivazione dell’ordinanza regionale del 13 aprile è debole.
Lo è stata dall’inizio, perché servizi mediatici alla mano (e verosimilmente anche atti d’ufficio documentali allegati dalla difesa di parte), sarebbe facilmente dimostrabile che proprio in quei giorni l’allarme, anche derivante dalla condizione degli ospedali e delle case di riposo sarde, andava crescendo, tanto da indurre alcune Procure della Repubblica ad avviare indagini penali, in questi ultimi giorni addirittura piuttosto estese e la cui ampiezza è andata estendendosi dalla verifica di presunte responsabilità specifiche alla più vasta ricerca di responsabilità gestionali e amministrative, locali e persino regionali, dalle singole strutture all’ATS.
Per quanto il sottoscritto sia fra quelli che spesso hanno sostenuto l’opportunità di adire le vie legali contro i più discussi e discutibili dei provvedimenti d’emergenza, ho l’impressione che la trincea che pare emergere dalla primissima, ma ormai copiosa giurisprudenza amministrativa tenderà a resistere, per un riflesso d’ordine poggiato sul principio della prevalenza della tutela della salute pubblica sopra ogni altro interesse.
Quello che semmai andrebbe a questo punto sollevato con la forza di solide argomentazioni costituzionali e con la perizia nell’elaborazione di eventuali questioni incidentali di costituzionalità da sollevare in qualche giudizio mi pare sia il tema della legittimità del protrarsi indefinito nel tempo della gestione dell’emergenza mediante atti amministrativi, in assenza di una disciplina legislativa organica dell’esercizio dei poteri d’emergenza.

References

  1. ^ primo intervento (www.democraziaoggi.it)
  2. ^ ci dice (www.youtg.net)

Fonte: Democrazia Oggi

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