Carbonia. Dopo l’8 Settembre, le miniere sotto controllo degli alleati

Gianna Lai
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Proseguiamo le pubblicazioni domenicali della storia di Carbonia avviate il 1° settembre[1]. Con questo post inizia il secondo capitolo.

Dopo l’8 settembre e  lo sbarco degli alleati nell’isola, confermato il comando militare,  per decisione degli alleati, al generale Basso, la Sardegna diviene ‘ territorio posto sotto la sovranità del Regno d’Italia’.  Non zona occupata tuttavia ma, nell’ambito del controllo alleato, il Comando militare delle forze armate alleate della Sardegna  assume i pieni poteri civili e militari,  fino al 20 gennaio del 1944, attraverso la Commissione alleata di controllo della Sardegna. L’isola  nel caos dei ‘quarantacinque giorni’, il paese diviso in due, senza ordini dagli alti comandi, l’esercito abbandonato ‘per una ignominiosa salvezza personale, scompare  negli scontri con l’alleato divenuto nemico, nelle deportazioni e nelle prigioni’. Privata l’Italia della sovranità nazionale, dal 1943 al 1947, anno del Trattato di pace, il governo  Badoglio a Brindisi, sotto il controllo alleato tutto il resto del Meridione, fino al febbraio del 1944, quando sarà trasferita a Salerno la capitale del cosidetto Regno del Sud,  comunque ancora sottoposto al potere della Commissione di controllo alleata’.
In Sardegna a partire dal 18 settembre, quando vengono trasferiti ‘i poteri civili alle autorità italiane, sia pure sotto il controllo alleato’, il generale Boulois è l’incaricato degli affari civili, in particolar modo per quanto riguarda ‘la stampa e le attività produttive e la produzione di carbone’, l’unica vera risorsa della regione  che può essere utile per l’esercito alleato di stanza nell’isola. L’interesse degli alleati  pressocchè esclusivo per le miniere, tutte le miniere naturalmente, e non solo il Sulcis, come rileva Maria Rosa Cardia, leggendo la documentazione della A.C.C. (Allied Control Commission), attraverso le parole del commissario regionale J.k.Dunlop:  ‘Il lavoro della Divisione miniere continua ad essere il più importante contributo che la Sardegna può dare allo sforzo bellico alleato’. Mentre il generale Magli, comandante delle  Forze armate della Sardegna che, d’intesa con le prefetture, manteneva il controllo sulle attività di interesse regionale, riferiva come, ‘in attesa del loro assetto definitivo’, le miniere  fossero finanziate dal Consorzio bancario ‘all’uopo costituito’ e dai fondi del Tesoro, per un importo complessivo di lire 26.915.214′ 4).  Uniche zone industrializzate nell’isola il cagliaritano e il sulcis-iglesiente-guspinese, di una condizione assai grave delle attività produttive si legge, alla fine del ‘44,  nella lettera dell’Alto Commissario generale Pinna, nominato in sostituzione del generale Bruno nel gennaio di quell’anno, che accompagna il bilancio presentato al governo sulla situazione delle imprese. ‘Tutte le industrie sono attualmente paralizzate a causa, essenzialmente, della mancanza di materie prime e di trasporti, ma anche perché le maestranze, insufficientemente pagate, mal nutrite, prive di calzature e di vestiario di lavoro, hanno una resa lavorativa assai bassa e tendono ad abbandonare l’industria. D’altra parte la più importante fra tutte, quella mineraria langue, nell’attesa di decisioni su quello che dovrà essere il suo orientamento per l’immediato futuro….Le miniere metallifere …. sono ridotte da un anno alla semplice manutenzione  e così pure, salvo rare eccezioni, gli stabilimenti metallurgici ad essa legati,…..drastica anche la riduzione delle disponibilità energetiche’. Dilagante, dapertutto nell’isola, la disoccupazione degli operai.
E non va meglio l’agricoltura, che già durante il ventennio aveva visto venir meno le culture specializzate a favore delle cerealicole, e che ora registra una caduta massiccia della produzione, mentre risulta ‘ridotta del 20% la consistenza del bestiame’ e  gravissima resta la condizione dei senza terra. Né poteva bastare la politica degli ammassi  e dei prezzi controllati, operata dal generale Pinna, a risolvere il  problema degli approvvigionamenti, col mercato isolano pressocché chiuso e l’impennata vertiginosa del costo della vita. Fino alla ripresa, nei mesi successivi, del trasporto locale e  delle ferrovie complementari, della SES e del cementificio, del porto di Cagliari e della città,  di nuovo capoluogo dell’isola, come risorta dalle macerie.
Ancora  il generale Pinna, Alto Commissario, durante l’insediamento della Consulta: la Sardegna è ‘una regione la cui economia ruota intorno a due attività fondamentali: quella agropastorale e quella mineraria’. E se pure il governo aveva messo a disposizione mezzi finanziari straordinari  stanziando, nel dicembre del 1944, 150 milioni per l’istituzione del Banco di Sardegna e un miliardo per lo sviluppo agricolo, quasi per niente si sarebbe attenuata l’emergenza nelle campagne, nonostante i decreti Gullo, sulle terre incolte, a favore dei contadini poveri.
Quei decreti, che ricollegano facilmente la condizione della Sardegna a quella dell’intero Meridione, sotto lo stesso governo Badoglio, e che erano stati firmati nel luglio del ‘44 dal ministro comunista dell’agricoltura Fausto Gullo, ‘per spezzare l’equilibrio esistente nei rapporti di classe del Meridione rurale’. Una riforma dei patti agrari, che comprendeva il permesso di occupazione dei terreni incolti, rilasciato alle cooperative agricole di produzione, e la proibizione, per legge, di ogni intermediario tra proprietari e contadini. E che, ‘imponendo ai contadini di organizzarsi in cooperative per poter usufruire dei benefici previsti,  costituì il più robusto incentivo a una loro azione collettiva’, tale da poter servire a combattere  nelle campagne ‘fatalismo e isolamento’, come dice bene lo storico Paul Ginsborg nella sua ‘Storia d’Italia dal dopoguerra a oggi .  Importanti  nell’evoluzione della storia del Mezzogiorno e della Sardegna,  come presa di coscienza collettiva di contadini e masse popolari, sopratutto durante le manifestazioni degli anni immediatamente successivi,  bisogna subito dire  che i decreti Gullo sulla distribuzione delle terre, nell’isola non poterono, al momento, produrre alcun beneficio, a causa ‘del vero e proprio sabotaggio messo in atto dalle commisioni provinciali istituite per la distribuzione delle terre, ostili i prefetti e i proprietari terrieri’, come rileva Girolamo Sotgiu, commentando quegli avvenimenti.  In perfetta continuità col fascismo.
Riavviare lo Stato e costruire  la democrazia,  contro la pesante disgregazione sociale ereditata dal fascismo, diventa sempre più difficile: la rinascita dei partiti, l’Alto Commissario e poi la Consulta, per dare l’avvio al processo di defascistizzazione. Pur tra i gravi ostacoli opposti da Badoglio e dagli alleati, come dimostra ‘il fatto stesso che non vennero mutati i prefetti e che  rimase in carica, nei primi mesi dopo l’armistizio, l’Alto commissario Bruno’, per volere del governo e del Comando militare.
La ricostituzione dei partiti politici nell’isola avvenne durante ‘i primi incontri fra coloro che avevano resistito al fascismo’, il Pci nei tre capoluoghi di provincia, a partire dal Convegno di Oristano, alla fine del 1943,  l’11 marzo 1944  il primo Congresso. I sardisti, col Psd’Az, l’11 dicembre del 1943, nello stesso mese  i socialisti col PSI, e poi i cattolici, con la Democrazia Cristiana, il 28 maggio del 1944.  Il loro punto di incontro nei Comitati di Concentrazione Antifascista, sul modello dei Comitati di Liberazione nazionale, istituiti a livello comunale e provinciale e responsabili dell’elezione di una giunta regionale nel Congresso del 24 ottobre 1943. I quali fortemente vollero la nomina del generale Pietro Pinna alla carica di Alto Commissario, il 27 gennaio del 1944,  che Badoglio cercò di impedire fino all’ultimo, per evitare poteri intermedi, ‘pur essendo il generale Pinna, uomo legato alla monarchia e……fedele esecutore delle direttive  di Badoglio’, tale da assicurare  al governo, in quegli anni, ‘un rigido controllo della vita politica,  economica e sociale dell’isola’.  Un organismo regionale  temporaneo, l’Alto Commissario, di transizione, ‘con il compito di sovraintendere e dirigere tutte le amministrazioni statali, civili e militari e, in caso di necessità, esercitare tutte le attribuzioni del governo centrale’.   Cui sarebbe seguita, subito dopo,  l’istituzione di una Giunta consultiva di sei membri, in rappresentanza dei partiti appena ricostituiti, per giungere all’istituzione, il 28 dicembre del 1944, di ‘una Consulta regionale di 18 membri, nominata dal Presidente del consiglio dei ministri su proposta dell’Alto Commissario, e composta  in modo paritetico dai rappresentanti dei partiti presenti nel Comitato di liberazione nazionale’. Verso la stesura dello Statuto di autonomia, verso l’elezione del primo Consiglio regionale, del maggio 1949, ‘per i partiti politici antifascisti il principio della realizzazione della invocata amministrazione regionale dell’isola’.
Perché c’era  da tener conto, in Sardegna, della debolezza delle forze antifasciste dopo 20 anni di regime, come ancora sottolinea Girolamo Sotgiu, secondo il quale, nel dopoguerra, ‘del fascismo si cancellarono gli aspetti esteriori, ma rimase pressoché immutato il sistema che era stato costruito nel corso del ventennio’.  E prosegue, ‘questa l’impressione di coloro che rientravano in Sardegna dall’esilio, come Emilio Lussu e Velio Spano’. Il primo nelle piazze affollatissime lanciava la sua denuncia, ‘i grossi affaristi dell’impero continuano indisturbati i loro affari, facendoli prosperare con anima democratica, così come li avevano fatti prosperare,  con anima romana, fino all’anno scorso…Una turba di postulanti, grandi piccoli e infimi, si riversa ogni giorno perfino ai comandi alleati, per nostra generale vergogna! Queste sono le mie prime impressioni al contatto con l’isola!’. Ed anche il secondo, ‘Nessun elemento è venuto in Sardegna a spezzare il clima politico del fascismo, a segnare, in forme capaci di incidere fortemente sulla coscienza popolare, il trapasso dal fascismo alla democrazia, ….così che nelle provincie sarde l’atmosfera reazionaria del fascismo è puramente e semplicemente rimasta….Le cricche restano al potere con i loro sindaci, i loro prefetti, i loro innumerevoli funzionari avvinghiati alle innumerevoli cariche, create e inventate dal fascismo’.  Così Giuseppe Dessì, sottolinendo la continuità col regime dei ceti dirigenti isolani, ‘la classe borghese, la sola che in Sardegna prende parte attiva alla vita politica fu, pur con molte lodevoli eccezioni, fascista come in tutte le altre parti d’Italia’. E se ne vedeva l’esito in quei ‘tentativi di ricostituzione del partito fascista’, uno dei quali capeggiato da ‘ex gerachi e da giovani intellettuali, provenienti dal Guf, come Francesco Pigliaru, Gavino Pinna, Giuseppe Cardi Giua’.
Anche  se importanti segnali di rinnovamento vi furono nel contesto politico generale, dovremmo riconoscerli almeno nella riapertura de L’Unione Sarda, giornale fascista ai tempi del fascio, la cui direzione fu affidata,  dal Comitato di Concentrazione Antifascista, a un comunista, a un liberale, un democristiano, un azionista e a due socialisti.
E la stampa libera avrebbe ripreso a garantire informazione, soffermandosi pure sulle vicende della classe operaia sarda, con Il Lavoratore, settimanale del Partito comunista isolano, fino alla ‘pagina della Sardegna’ sull’Unità, organo anch’esso del Partito comunista italiano. E poi Il Solco, sardista, e Riscossa, settimanale antifascista, fino al Corriere di Sardegna, democristiano. Ed una radio libera, Radio Sardegna, ‘la prima voce dell’Italia libera dopo l’8  settembre 1943′, che  ‘il 7 maggio 1945 è la prima radio al mondo a dare la notizia della resa dei tedeschi e della fine della Seconda Guerra Mondiale’.

References

  1. ^ avviate il 1° settembre (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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