Il sen. Marilotti: la centralizzazione della sanità è necessaria per dare unitarietà alla tutela della salute

Gianni Marilotti

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Intervengo nel dibattito aperto da Andrea Pubusa[1] sulla proposta di modifica dell’art. 117 della Costituzione, concernente l’attribuzione allo Stato della competenza legislativa esclusiva in materia di tutela della salute, depositata in Senato il 1° aprile e non ancora assegnata.
Il DDL è stato presentato dai senatori del gruppo 5 Stelle, prima firmataria, Paola Taverna, accompagnato da un nutrito numero di sottoscrittori tra cui il sottoscritto.
Se le argomentazioni critiche di Pubusa sono pertinenti, e in molte parti convincenti, in particolare per quel che riguarda l’abuso di proposte di modifiche costituzionali operate nell’ultimo ventennio, speso superficiali e contraddittorie, che tendono a far perdere quel carattere di sacralità che la Carta fondamentale dovrebbe avere, o nel ribadire la centralità dell’aricolo 5 della Costituzione che disegna lo stato ordinamento, rimane tuttavia il diritto/dovere del Parlamento di intervenire laddove siano presenti evidenti criticità.
Il DDL in oggetto si propone di restituire centralità e unitarietà al Sistema sanitario nazionale al fine di recuperare una visione di insieme, superando così l’attuale frammentazione in cui versano i servizi sanitari regionali.
A ben vedere è un intervento che vuole porre un freno alla rincorsa all’”Autonomia differenziata” pretesa da alcune Regioni del nord est.
Non c’è nessuna pulsione accentratrice in questo provvedimento, bensì la determinazione di applicare in modo più rispondente alla sua ratio l’articolo 32 della Costituzione, che afferma che la tutela della salute rappresenta uno dei compiti fondamentali dello Stato.
Si tratta di valore primario dell’ordinamento costituzionale e diritto sociale fondamentale che impegna la Repubblica ad intervenire al fine di garantire la salute del singolo e della collettività.
Sappiamo bene che per i primi trent’anni della repubblica questo principio è rimasto inapplicato: Fino al 1980 nel nostro ordinamento la sanità si reggeva su un sistema mutualistico, in virtù del quale i lavoratori, per poter accedere alle cure mediche e ospedaliere, avevano l’obbligo di iscriversi presso uno dei diversi enti mutualistici esistenti, le c.d. “casse mutue”.
Una sanità disordinata che si dipanava tra una miriade di competenze ed enti diversi e che si finanziava attraverso i contributi versati dagli stessi lavoratori e dai loro datori di lavoro.
La salute era dunque correlata alla condizione lavorativa, per nulla assimilabile ad un diritto di cittadinanza.
La svolta è avvenuta nel 1978, con la Legge 23 dicembre 1978, n.833, con l’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale.
Negli anni questo sistema è stato più volte modificato: in particolare, con il Decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 con cui le Usl sono divengono Asl (“Aziende sanitarie locali”) e si è istituzionalizzato il sistema dell’ “accreditamento” delle strutture sanitarie private; e nel 1999 quando il Decreto Legislativo n. 229 ha completato il processo di aziendalizzazione, rafforzando il ruolo delle Regioni e compensativamente introducendo i “Livelli essenziali di assistenza”, i c.d. Lea.
Il processo di regionalizzazione del Sistema sanitario, com’è noto, è stato poi completato attraverso la riforma del Titolo V, parte II, della Costituzione, la quale, con la legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3, valorizza e amplia il ruolo e le competenze delle autonomie locali, delineando un sistema istituzionale caratterizzato da un pluralismo dei centri di potere.
In particolare, a norma dell’articolo 117 comma 2 della Costituzione, la tutela della salute diviene competenza legislativa concorrente tra Stato e Regioni.
Lo Stato mantiene la competenza esclusiva nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art.117, lett. m).
Così riformato, il sistema appariva più funzionale, oltre che rispondente all’altro principio costituzionale, ricordato da Pubusa, ovvero il ruolo delle autonomie territoriali.
Nella pratica però ha finito per sconfessare le intenzioni del legislatore in punto di uniformità ed equità nell’accesso e nella fruizione delle prestazioni sanitarie sull’intero territorio nazionale.
Si sono registrati profondi divari territoriali con inaccettabili dislivelli, sia in termini quantitativi che qualitativi, dei servizi erogati nelle varie regioni. Il taglio alla spesa sanitaria operato nell’ultimo decennio ha poi finito per accentuare questo divario.
In primo luogo si è fatto maggiormente ricorso alle prestazioni offerte in regime privatistico, le cui strutture peraltro – a fronte dei progressivi disinvestimenti nel settore pubblico – si sono giovate spesso di crescenti finanziamenti pubblici.
Un circuito vizioso dunque che ha visto il Servizio sanitario venire gradualmente e irrazionalmente depauperato delle sue risorse.
Non occorre tornare troppo indietro nel tempo per evidenziare la significativa riduzione che si è osservata nel rapporto che sussiste tra medici e personale sanitario rispetto alla popolazione, in relazione al quale si registrano pure significativi scostamenti da regione a regione.
Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica, l’attuale assetto delle risorse umane del Servizio Sanitario Nazionale è in parte il risultato delle politiche attuate negli anni recenti, incentrate principalmente sul blocco del turn over nelle regioni sotto piano di rientro, cui si sono aggiunte politiche di contenimento delle assunzioni messe in atto autonomamente dalle regioni non sottoposte ai piani di rientro.
Secondo la Ragioneria di Stato tra il 2009 e il 2017 sono venute meno più di 46 mila unità di personale dipendente: oltre 8.000 medici e più di 13 mila infermieri.
A fronte di questi tagli, l’accaparramento dei centri di potere nella sanità è andato avanti senza sosta da parte dei partiti, contribuendo a inefficienze e sperperi di danaro pubblico.
Tutto ciò è particolarmente evidente nella nostra Regione, dove la politica delle tre “M” l’ha sempre fatta da padrona.  Da noi i tagli sono stati lineari, nella sanità come nella scuola, rispondendo a numeri nazionali che non tengono in nessun conto del territorio, della demografia, delle caratteristiche antropiche. E questo è successo nonostante, come ci ricorda Tonino Dessì, l’igiene e sanità pubblica sono materia di legislazione concorrente ai sensi della lettera i) dell’articolo 4 dello Statuto speciale; e come tale non toccata, come le altre Regioni speciali, dal DDL.
Pubusa teme che con l’attribuzione di poteri esclusivi allo Stato in materia di sanità possano realizzarsi massicce privatizzazioni dall’alto. Ma a ben vedere è successo e sta succedendo proprio il contrario. Basti pensare alla recente Delibera approvata il 1 aprile dalla Giunta Solinas, con la quale si da il via libera a due progetti di cementificazione ad Arbus e Castiadas con un’interpretazione discutibile del PPR. Di fronte alla fragilità del nostro sistema sanitario, Solinas e la sua maggioranza pensano di utilizzare lo stato di emergenza per rafforzare la sanità privata e di approvare progetti di cementificazione.
Per concludere, io credo che il principio di sussidiarietà debba essere la bussola che deve guidarci soprattutto nei settori chiave della sanità, dell’istruzione pubblica e dell’ambiente.
Quanto al DDL in questione, si tratta di aprire un dibattito, particolarmente urgente dopo i recenti fatti nazionali. Di fronte ad una emergenza così grave, quale la pandemia da covid 19, non dovrà essere permesso a nessuno, governatore o sindaco, di giocare una squallida partita politica personale o di partito per marcare una differenza e minare la coesione nazionale. Perché di questo si è trattato, non certo di mancanza di autorevolezza da parte del governo che invece ha mostrato in questa triste vicenda determinazione, compostezza e serietà davvero encomiabili.
Naturalmente il rafforzamento dei poteri dello Stato in materia sanitaria dovrà essere accompagnato, temperato, controbilanciato dal ruolo delle Regioni e delle Autonomie locali che sono i primi avamposti per la tutela del benessere dei cittadini.

References

  1. ^ dibattito aperto da Andrea Pubusa (www.democraziaoggi.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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