Air Italy. La liquidazione fa precipitare la crisi sarda: e non solo nei trasporti

Tonino Dessì

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La notizia della messa in liquidazione di Air Italy, comunicata senza preavviso, a decisione pare irrevocabilmente presa di comune accordo fra i due soci, AkFed (proprietà Aga Khan) e Qatar Airways (di proprietà maggioritaria di un fondo sovrano qatariota), fa venire al pettine molti nodi, storici, economici, politici.
Nonostante lo smarcamento parziale delle responsabilità, con i qatarioti che hanno attribuito al partner l’indisponibilità ad accedere a una loro proposta di ricapitalizzazione, nulla può al momento rassicurare circa la possibilità/probabilità che si tratti solo dell’inizio di una vicenda più complessa, direi anzi di due.
Per prima accenno brevemente a quella di origine più risalente nel tempo.
L’epopea turistico-immobiliare-economica nata con la Costa Smeralda è entrata in agonia nella seconda metà degli anni ‘80. L’ultimo tentativo di salvarne le sorti a spese del territorio sardo naufragò col “Master Plan” sugli scogli della legislazione urbanistico-paesaggistica regionale del periodo 1989-1992, ma la verità era che ormai quel modello non aveva più forza propulsiva sul mercato mondiale.
Ormai quel che resta anche del soggetto imprenditoriale sono le sue residue necessità gestionali di natura meramente finanziaria, condizionate da esclusive logiche di contenimento delle perdite.
Quella storia è chiusa.
Più impattante ora si presenta la seconda vicenda.
Le voci di un incarico di vendita sul mercato finanziario da parte qatariota anche del “bonus” acquisito con l’autorizzazione a realizzare e a gestire la struttura sanitaria “Mater Olbia” hanno ripreso a circolare, ad onta della recente smentita degli interessati.
Balza agli occhi che, al di là della veridicità delle voci, il solo fatto che emerga una diffusa preoccupazione in tal senso rappresenta plasticamente le possibili conseguenze della sequela di errori commessi dalla gestione politica sarda -prevalentemente per responsabilità della Giunta Soru nel 2008 e della Giunta Pigliaru nel 2017- prima nel capovolgere una linea del centrosinistra storicamente contraria alla realizzazione nel Nord-Est della Sardegna di un grande polo privato convenzionato con la sanità pubblica e con conseguenti oneri a carico della finanza regionale, che dal 2006 copre le spese del SSN in Sardegna, poi non solo nel consegnare a un soggetto investitore di proprietà di uno Stato estero non UE quella struttura, ma anche nel propiziare la concessione a suo favore da parte del Comune di Olbia di vantaggi urbanistici ed edilizi, il tutto (fu dichiarato ufficialmente) in cambio della promessa di investimenti economici, primo, ma non ultimo fra questi, l’intervento nel trasporto aereo.
Tre carte di importanza vitale e di dimensione regionale date in mano a una sola parte contraente: una cosa non propriamente da manuale economico nè da accorta preveggenza politica.
La politica sarda (ma con la piena connivenza di tutte le parti politico-istituzionali italiane e persino di quelle vaticane coinvolte nella gestione del fallimento del San Raffaele di don Verzè, originariamente proponente l’iniziativa sanitaria privata in territorio olbiese) ha contribuito alla creazione di una bolla speculativa dalle potenzialità esplosive, delle quali quella di queste ore è solo una delle manifestazioni.
Piomba, la questione Air Italy, in uno dei momenti più acuti di crisi della condizione dei collegamenti fra Sardegna e continente.
Nei giorni scorsi abbiamo assistito alla sconsolante figura delle autorità regionali ridotte al rango di interlocutori appena informali (lasciati in solitaria dalle autorità governative italiane) delle autorità europee, su una questione in cui la sede UE è quella decisiva, a determinate condizioni.
Una delle condizioni è il rispetto politico-istituzionale che si incute.
Non posso non rievocare Mario Melis, il quale esigeva di esser trattato fuori dalla Sardegna, in ogni sede, se non come un Capo di Stato, certamente secondo il rango che gli spettava come una delle alte autorità della Repubblica.
Di questa immagine nel tempo abbiamo beneficiato tutti, persino il sottoscritto quando trattò, andando a Bruxelles ed essendo ricevuto dignitosamente come “Ministre Règional”, nel 2005, la spinosa questione dei rimborsi per il fermo-pesca e della riforma degli aiuti economici regionali al comparto.
L’altra condizione è un’adeguata, precedente preparazione concordata dei dossier, che richiede idee chiare, proposte fattibili, rivendicazioni giuridicamente fondate, consenso massimo di base da parte di tutte le forze politiche sarde e in determinati casi un’intesa di fondo a livello nazionale col Governo.
Non per la prima volta, ma con evidenza assoluta proprio in queste settimane, è emerso che l’attuale contesto politico sardo non versa in nessuna di quelle condizioni.
Intanto la Sardegna precipita nel materiale isolamento dal continente italiano, col quale giocoforza ha necessità di esser regolarmente collegata la generalità dei sardi.
La discussione, c’è da temerlo (ma non si può nemmeno evitarlo) si concentrerà per un verso sui riflessi occupazionali del default societario di Air Italy, per un altro verso sul destino incrociato fra la crisi di questo vettore e le convulsioni agoniche di Alitalia, gestore tuttora in proroga delle insufficienti tratte di continuità territoriale per due sole destinazioni (Roma e Milano) aggiudicate nella XIV legislatura regionale.
Voleranno indubitabilmente schermaglie su nazionalizzazioni o su ipotesi di compagnie aeree regionali. Non mancheranno recriminazioni (giuste, lo dico per non averne personalmente risparmiate a suo tempo in varie sedi) sulla imprudente convinzione sposata da ambienti accademico-politici -in vesti anche congiunte- che libero mercato ed esercizio d’impresa low cost nel settore aereo avrebbero risolto spontaneamente gran parte del problema.
Ma su due punti fondamentali il vero timore è che la discussione resti superficiale, se non evasiva.
Il primo è sulla sussistenza del diritto della Sardegna a un collegamento aereo universale e regolare col territorio peninsulare.
Può sembrare scontato, ma nei fatti si sta rivelando il contrario.
Il secondo è se vi siano basi giuridiche per affermare che Stato Italiano e UE siano obbligati entrambi a garantire fattivamente il perseguimento di questo obiettivo, anche ricorrendo l’uno e, se non direttamente concorrendo, l’altro quantomeno autorizzando il primo a farlo, a strumenti pubblicistici e a risorse finanziarie pubbliche finalizzati a promuovere e a regolare l’iniziativa economica per assicurare l’esercizio effettivo di tale diritto.
Ho scritto tante volte da temere -visto il silenzio- di sembrare ossessivo, che secondo me indubitabilmente esistono basi giuridiche di natura costituzionale: sono nell’articolo 13 dello Statuto speciale.
Ma anche questa premessa da sola mi rendo conto che non sarebbe sufficiente.
Perché soprattutto fuori Sardegna e più a livello italiano che europeo immagino un altro fronte.
Ben sappiamo che un’esigenza finanziaria di coesione e di solidarietà nazionale come quella che si prospetta (e che trova fondamento proprio nell’articolo 13 dello Statuto) non solo non è nelle corde del maggior partito di opposizione “nazionale” (La Lega salviniana, della quale tuttavia è ampia emanazione il Governo della Regione), ma da tempo non scalda i cuori nemmeno del centrosinistra italiano. Sul M5S gravano relativamente a tutte le grandi questioni le nebbie politiche e culturali più profonde.
In Sardegna poi siamo come siamo: l’insularità anima perdite di tempo come la campagna per il suo improbabile e inane reinserimento in Costituzione, mentre dei temi economico-finanziari si è appropriata da mesi una articolata lobby metaniera.
Non siamo nelle condizioni generali per evocare, come pure sarebbe necessario, un fronte di liberazione democratico tale da spazzar via l’inconcludente impalcatura politica di ogni osservanza continentale, mentre fuori da quella c’è tuttavia poco di particolarmente affidabile.
Ma se non si affrontano i nodi di cui ho sinteticamente ancora una volta scritto, soluzioni credibili non ce ne saranno.
Per questo, pur consapevole delle scarse possibilità di condivisione laddove occorrerebbe, lascio andare questo ennesimo “messaggio in bottiglia”.
Chissà mai.

Fonte: Democrazia Oggi

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