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Il COSTAT lancia la battaglia referendaria in Sardegna: NO al taglio di rappresentanza dei territori!

Andrea Pubusa

 Si avvicina a grandi passi il voto referendario per il taglio dei parlamentari. Il Costat di Cagliari si è riunito ieri per dare avvio alla campagna per il NO. Sono state assunte alcune misure organizzative  per formare uno schieramento unitario ampio, che raccolga associazioni e singoli, semplici cittadini e personalità, disposte a mobilitarsi. Inoltre, si è avviato il dibattito sul merito della legge. Il voto è stato fissato nei tempi più ristretti, il 29 marzo, per evitare la discussione, che invece sulle modifiche costituzionali dovrebbe essere favorita. Parlare della Carta significa discutere del nostro futuro, dire in quale Repubblica vogliamo vivere. E’ il tema più grande della polis, e il contingetamento del dibattito è la cosa peggiore, cui si possa pensare.
Questa, in termini di tempo, è l’ultima ragione della nostra opposizione, ma non certo la meno importante. Ci sono poi altre ragioni, che abbiamo altre volte espresso nei mesi scorsi. Massimo Villone, il presidente del Comitato nazionale per il NO, ha messo in luce che questa non è una riforma  del parlamento, ma contro il parlamento. Ed ha spiegato che è una modifica  inaccettabile per almeno quattro buoni motivi. Eccoli. “Il primo: non è un progetto ragionato e di sistema”, tocca un punto, ma non tiene conto del delicato equilibrio del contesto. “Il secondo: trova la sua motivazione nel ridurre i costi, peraltro in misura assai limitata. Il terzo: coeteris paribus, colpisce la rappresentatività, elemento cruciale per il ruolo dell’istituzione parlamento in un sistema democratico. Il quarto: si collega al disegno di smantellare la democrazia rappresentativa e di sostituirla con il miraggio della democrazia diretta”.
Proprio così, noi che conosciamo le periferie profonde, le solitudini immense dei nostri territori, diciamo con forza che, in questi anni, si è fatto uno scempio della rappresentanza. Il governo locale, punto centrale della politica della sinistra fin dagli albori, è stato disarticolato. Niente democrazia comunale, le province addirittura ridotte a branche burocratiche dell’amministrazione regionale con a capo un podestà, nominato dalla Giunta regionale. Il Commissazrio cumula in sé i poteri di Presidente, Giunta e Consiglio, un mostro che evoca le innaturali  istituzioni del passaro, predemocratiche, accentratrici, soffocanti, autoritarie. In questo contesto la riduzoone dei parlamentari si traduce in un colpo di grazia secco per interi territori, che dopo aver perso ogni altra rappresentanza, non avranno più neanche un parlamentare. La vita locale ridotta a fatto puramente amministrativo, senza un barlume di discussione dal basso, senza organismi istituzionali democratici.
La modifica costituzionale riduce i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200. L’istituto dei senatori a vita è conservato fissandone a 5 il numero massimo (finora 5 era il numero massimo che ciascun presidente poteva nominare). Ridotti anche gli eletti all’estero: i deputati scendono da 12 a 8, i senatori da 6 a 4.
Cosa succede in Sardegna se la legge verrà confermata?  In attesa di un prospetto zona per zona, in generale, alle prossime elezioni politiche la nostra isola potrà eleggere solo 16 parlamentari, nove in meno rispetto agli attuali. Alla Camera da 17 seggi l’Isola scende a 11, con una riduzione del 35,3%. In Senato, invece, si passerà da 8 a 5 (-37,5%). Per il numero di abitanti, la Sardegna è una delle Regioni più penalizzate dal taglio. Di più e peggio: a Palazzo Madama, l’opposizione, qualsiasi essa sia, non eleggerà rappresentanti. Ci saranno solo senatori di maggioranza. Uno sfregio enorme e inaccettabile della demcrzia.
C’è poi il tema della legge elettorale. Deve essere proporzionale e deve consentire agli elettori di eleggere i parlamentari.
Ha proprio ragione sempre Massimo Villone quando osserva che  “il taglio dei parlamentari si colloca in alta classifica tra le pessime modifiche della Costituzione tentate o fatte. Dimostra come di una sola vera riforma il paese avrebbe bisogno, ed è mettere in sicurezza la Costituzione innalzando il quorum della metà più uno dei componenti sufficiente in seconda deliberazione per la sua modifica. Già se ne parlava dopo l’approvazione del Mattarellum. Bisogna stabilizzare il paese, prima che i governi. E questo si fa solo sottraendo la Costituzione alle mutevoli pulsioni di maggioranza”. Ovviamente il paese si stabilizza sviluppando i principi e le norme programmatiche contenuti nella Costituzione. Gridiamolo: l’Italia, le classi popolari del nostro Paese hanno bisogno non della modifica, ma dell’attuazione della Carta, a partire dal lavoro e dai diritti sociali (sabitò, scuola etc.), dall’uguaglianza in senso sostanziale al rilancio delle autonomie locali.
Occorre poi recuperare una cultura politica non fondata sull’urlo, l’insulto, e il richiamo costante alle tifoserie, come ci hanno insegnato le sardine. Ed è quanto vogliamo fare, alimentando la discussione referendaria con argomenti e riflessioni nell’interesse, non di questo o quello, ma dell’intero Paese. Per questo vi invitiamo a partecipare al dibattito, a farvi parte attiva di questa importante battaglia. Ogni mezzo è buono per dare un contributo, a partire dal passaparola, dalla discussione con gli amici, i conoscenti i compagni di lavoro. Non abbiamo media né fondi, ma abbiamo tante buone ragoni.

 

Fonte: Democrazia Oggi


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