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Da palcoscenici e tastiere non può venire il buon governo

Aldo Lobina

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Un movimento istigato fin dal suo concepimento da un istrione, buon parlatore, ventriloquo di sentimenti popolari di rivalsa contro ogni sorta di abuso e uso improprio della democrazia, rivoluzionario, non poteva non avere stigmate populiste.
Nella storia di questo Paese molti sono saliti su palco-scenici veri e propri – come nel caso di specie- o su balconi, televisioni e predelle di autovetture di lusso.
I messaggi, simili nella asimmetria utile per arrivare al maggior numero di persone, diversi magari nei contenuti, per l’efficacia sperata, venivano e vengono supportati da un discorso semplice, chiaro, di facile comprensione e trasmissione. Con pochi distinguo all’interno di logiche comunque volutamente divisive.
Salvini è anche lui uno di questi personaggi messianici. Non evidentemente l’unico purtroppo.
La nostra democrazia è malata, malata di leaderismo che contiene il populismo come ingrediente principale e necessario. Semplifica, ma non tutto è riducibile a semplificazioni e slogan.
La realtà è complessa, sono intricati i meccanismi che la caratterizzano, anche perché contradditori, talvolta troppo elastici, altre volte troppo rigidi. Non ci sono autostrade, ma spesso sentieri impervi sui quali passare per raggiungere tappe, per conquistare quanti di civiltà, nella migliore delle ipotesi naturalmente.
Rendere comprensibile a parole un programma di governo è uno sforzo di comunicazione non indifferente. E’ questione di trasparenza, capacità , di buona volontà insomma. Tradurre analisi di problemi di non sempre facile soluzione (qualche volta addirittura la soluzione non esiste affatto) propedeutiche a decisioni concrete non è facile e non può procedere con slogan, capaci di catturare i creduloni. Deve essere frutto di impegno, coerenza ma soprattutto di umile ascolto.
Abbiamo trasformato la politica in una “Domenica Sportiva” perenne. Dove i giocatori si confrontano anche nel dopo partita con insulti, inganni, litaniche richieste di dimissioni di questo o di quello, ostentazioni di sé e di capacità amministrative la maggior parte delle volte improbabili .
Quanto il M5Stelle si sia prestato a questo tipo di proposizione, spettacolarizzando anche – ma una volta solo - le trattative per formare un governo e nascondendo per il resto un dibattito interno pure vivo non è fantasia di chi scrive. Piuttosto la sua debolezza, al di là del messaggio pieno di contraddizioni, non viene tanto dal numero e dal peso di quelle, ma è direttamente proporzionale al più diffuso e misero spettacolo di silenzio, incompetenza, scarsa conoscenza di problemi sociali che in genere si mostra nelle diverse periferie del paese. Nei consigli comunali e negli enti sovracomunali. L’ affidamento a piattaforme a-democratiche e private è un altro grave indice di inaffidabilità, almeno per me.
Certo, in Italia, se si facesse uno sforzo generale di semplificazione e si polarizzassero le istanze tra due grandi proposte alternative, facendo prevalere l’interesse pubblico nella impostazione rispettiva, potremmo trovare la quadra per scegliere da che parte stare. Senza bisogno di chi dice di non essere né di destra né di sinistra né di sotto né di sopra e poi decide la piattaforma, questo mostro incontrollabile dai più.

Chiosa di Andrea Pubusa

Aldo Libina esprime coerentemente un’idea che ha sempre avuto e che ha in molte occasioni manifestato. Il M5S, nato dalle sceneggiate di un comico, governato apparentemente da una impersonale e mostruosa piattaforma, ma fortemente gerarchizzato, fondato sulla confusione e l’incapacità dei suoi aderenti, non può far fare passi avanti alla nostra democrazia.
Eppure ora dovremo avere la controprova che questa analisi, pur condivibile in qualche parte, non coglie l’essenza del M5S. Quale è questa prova del 9? Il fatto che, entrato in crisi il M5S, perso il suo smalto e la sua baldanza, rialzano la testa tutte le destre comunque denominate e tutti i moderatismi nelle loro varie declinazioni, riprende vigore quel variegato e intrecciato mondo del privilegio e del malaffare. Volete yn segno di tutto questo? Il battage per la riabilitazione di Craxi, morto latitate per poco nobili reati, non in esilio per  una persecuzione.
Che la tastiera offra mille prodigi, ma non quello di formare personale politico e classe dirigente è del tutto evidente. Basta vedere la gestione fanciullesca dell’esito elettorale in Sardegna, dalle elezioni politiche del marzo 2018 alle suppletive e alle regionali del 2019. Basta vedere il nullismo del gruppo pentastellato regionale. Non peggio degli altri però. Fra Desirée e Oppi, io preferisco fino alla morte Desirée. Senza se e senza ma! Ciò che mi rattrista è che sia posto in questa alternativa. Eppure a livello nazionale il M5S ha rimesso in campo alcune tematiche desuete: la questione morale, l’idea della politica come funzione, ossia del potere proteso ad un fine generale, all’interesse pubblico, l’attenzione ai ceti subalterni e a quelli in povertà, l’idea che la legge non deve essere benevola con lor signori ed altro ancora.
Forse su questi punti pragmaticamente avremmo dovuto incoraggiare i musi gialli, correggerli senza oosteggiarli. L’averli molti dell’area democratica combattuti, anche nelle loro aspirazioni sociali e morali, ha favorito il riemergere prepotente di quella realtà melmosa, a parole democratica nella sostanza con propensioni oligarchiche, che il PD esrpime in modo sublime. Ci ha messo del suo anche il M5S, per esempio, con il taglio dei parlamentari. Più che in un decurtamento della spesa pubblica, questa scure si abbatte sulla rappresentanza dei territori, già attaccati nella loro forma storica di manifestazione: il governo locale democratico.
Il ritorno al duopolio è forse più un auspicio che una realtà. Le elezioni politiche sono un’altra cosa. Dovete  però ammettere che solo la possibilità di un ritorno al bipolarismo è una prospettiva spaventosa. Vedremo.

Fonte: Democrazia Oggi


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