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Il M5S rinvia i suoi “Stati Generali” a dopo il referendum sul taglio della rappresentanza. Un’altra decisione suicida?

Tonino Dessì

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Analizzando i risultati delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria e riflettendo sul fatto che della scomparsa del M5S non ci sarebbe affatto di che gioire, mi stava venendo in mente di scrivere qualche raccomandazione su un’auspicabile rifondazione non scissionista del Movimento.
Non mi convince affatto l’idea di una riduzione bipolare dell’offerta elettorale, benché non mi sfugga che siano in gioco nell’attualità del Paese (come in generale nel Mondo), due polarità contrapposte, quella democratica e quella autoritaria come soluzioni di gestione della nuova fase storica del capitalismo globalizzato.
La collocazione “nè di sinistra nè di destra” suona falsa, fastidiosa e inaccettabile per quanti di noi non abbiano mai accettato l’identificazione fra idealità generale, universale della sinistra e storia politica concreta dei soggetti organizzati della sinistra.
Tuttavia è indubbio che la crisi della sinistra politica in Italia e in gran parte del Mondo soprattutto occidentale derivi dalla percezione di una contraddizione radicale fra quel che la sinistra politica è come segmento di un sistema di potere cui non contrappone più una visione alternativa e le aspirazioni sulle quali vorrebbe basare la continuazione di un consenso di massa.
Oggi per essere schietti, in Italia una sinistra non esiste più.
Esiste il PD, che non è una forza evocatrice di processi di cambiamento, ma un soggetto mediatore di variegate posizioni democratico-moderate; esistono sue appendici collaterali appena più vicine a sensibilità sociali non riconducibili a una politica di gestione amministrativizzata dei conflitti; esistono, all’esterno del PD e dei suoi associati, dei frammenti ideologizzati su dogmi arcaici, non esenti da contiguità con certe pulsioni sovraniste, reazionarie, persino nazistoidi, analoghe a quelle espresse e interpretate dalle destre.
Perciò che esista un bisogno culturale e politico non strettamente identificabile con “la sinistra” a me pare un’esigenza democratica da rappresentare in forma concreta e attuale.
Zingaretti ha lanciato l’idea di un “partito nuovo”, più aperto, capace di Intercettare una molteplicità di istanze esterne.
Si cali ciascuna e ciascuno nella propria realtà locale e valuti se il ceto politico del PD, di LeU, delle sigle “progressiste” sembri in grado di interpretare questa prospettiva.
Mi sembra una cosa materialmente del tutto improbabile e prevedibilmente il risultato sarà a somma zero.
Il M5S avrebbe potuto e forse potrebbe ancora interpretare un universo di bisogni permanenti e dinamici, anche mutevoli, di opposizione alle tendenze conservatrici e omologanti che dominano i rapporti sociali, culturali, politici.
Sono bisogni di contrasto verso le prevaricazioni dei poteri costituiti, economici, politici, mediatici, istituzionali.
Bisogni di giustizia economica e civile, di lotta alla corruzione, di attenzione alle condizioni di esclusione, di discriminazione, di povertà.
Come abbiano potuto mischiarsi queste istanze con forme di razzismo, di xenofobia, di autoritarismo politico, di giustizialismo estremo, può essere oggetto di varie analisi.
Non ultima quella della relativa disponibilità del consenso elettorale verso i populismi ingannevoli e al fondo incapaci di identificare i poteri reali, materiali, che manipolano gli istinti delle masse, alle quali sempre più mancano strumenti critici al servizio di valori umanitari universali.
In Italia si presenta una condizione singolare.
Il Paese è attraversato da pulsioni reazionarie.
Resiste un tessuto sociale democratico che non accetta una condizione di guerra civile permanente come quella interpretata dalla Lega salviniana.
E’ una trincea solida, ma priva di rappresentanza politica univoca.
Anche per effetto di influenze internazionali, oltre che per una residua permeabilità di porzioni di apparati dello Stato maturati nei processi di costituzionalizzazione dell’amministrazione della Repubblica ai vari livelli, mantiene una significativa sensibilità alla rischiosa temperie del Paese un assetto di Governo nel quale istanze riformiste e di ridistribuzione delle risorse finanziarie ai fini sociali si incrociano, anche prescindendo dalla confusione in cui versano le forze politiche della maggioranza parlamentare.
Intanto, fra le altre contingenze, si affaccia il referendum sulla riduzione della rappresentanza parlamentare.
Francamente pare incredibile che possa essere presentato come un referendum anti-casta.
Nulla è con maggiore evidenza più consono a una riduzione castale della politica quanto il ridurre il numero dei presunti appartenenti a una casta.
E’ proprio il contrario: si tratta di una soluzione oligarchica alla crisi della democrazia.
Non darei il risultato per scontato.
Se fossi nei vertici del PD lascerei libertà di voto.
Se fossi nei vertici del M5S rifletterei sul fatto che il referendum inchioderà il Movimento in una contingenza del tutto diversa e contrapposta a quella del referendum costituzionale del 2016 e lo schiaccerà su posizioni di destra.
A quel punto i successivi Stati Generali si svolgerebbero in una condizione di ulteriore confusione e di maggior isolamento.
Questo è quanto, se da qui a marzo il M5S si collocherà nella stessa condizione in cui Renzi collocò se stesso e il PD circa quattro anni fa.
E contro cui si schierò l’intera riserva democratica italiana.

Fonte: Democrazia Oggi


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