Emilia. Il risultato, più che chiudere, pone i problemi

Andrea Pubusa

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Lungi da me l’idea di svalutere, di snobbare il risultato elettorale dell’Emilia Romagna. E’ eccezionalmente importante. E’ il primo stop elettorale a Salvini, e, come già accadde con Renzi, può essere per l’inizio della fine, ossia l’avvio di un lungo declino, con alti e bassi, ma sempre con la freccia rivolta verso il basso. Come Renzi, dicevamo. Anche lui aveva invaso ogni spazio e non se ne poteva più, poi è successo quel che è successo. Giù in piacchiata. Oggi naviga sul 4%. Anche Salvini ha saturato la pazienza già da un p0′ e il voto emiliano può essere il segnale di una disaffezione che inizia a manifestarsi. Iniziative grossolane, che violano la sfera giuridica di cittadini, mentre richiederebbero il ricorso alle autorità pubbliche (questione cvitofono, ad esempio), iniziano a suscitare perplessità anche nei cittadini non particolarmente sensibili al rispetto dei diritti. E il cavallo di battaglia della lotta all’immigrazione? Mostra impietosamente tutta la sua debolezza rispetto alla compossta e silenziosa opera della nuova ministra dell’Interno. In poche parole, di Salvini iniziano a vedersi, anche a livello di massa, più i difetti che i pregi, più la vacuità che l’efficienza, più la propaganda che l’operatività.
Eppure, nonostante il carattere fondamentale della vittoria su Salvini, le forze democratiche non possono non porsi delle domande. Com’è stato possibile che in quella regione Salvini abbia potuto insidiare un radicamento antico, che non rimonta solo alla formazione della Repubblica, ma viene da piùù lontano, dai movimenti socialisti e popolari di fine Ottocento. Da lì origina il municipalismo socialista e l’autonomismo popolare, quello che ha fatto da battistrada al moderno Welfare. Non tutti sanno che gli istituti dello Stato sociale nascono da quella terra. Le centrali del latte, le municipalizzate, le scuole serali e non solo, forme iniziali di pianificazione territoriale, di regolazione edilizia e di decoro urbano, la creazione di una moderna imprenditorialità sociale. Lì sorse l’edilizia popolare e perfino forme di giusitizia ammninistrativa più a portata di mano e veloci. Bene, vien da chiedersi questa storia, fatta di leghe, di cooperazione, di lotte, di capacità riformatrice dov’è andata a finire? Si tenga conto che stiano parlando di una delle regioni più ricche d’Europa, ossia del mondo, e di città, che, in molti studi di qualche decennio fa, sono state giudicate, fra le più sviluppate e meglio amministrate del pianeta.
Ora, se non ci poniamo questi perhé, la vittoria di domenica rimane certo importante, ma insicura.
Bisogna anche interrogarci del ruolo e del peso delle sardine. Non c’è dubbio che, senza quella irruzione di energie sociali, senza quella scossa elettrizzante e mobilitante, domenica avremmo vissuto una nottata diversa e mesta. Certo, senza quella sfrontatezza e irriverenza che ha mostrato Salvini nudo, in tutta la sua bruttezza e mediocrità,  oggi staremo parlando d’altro.
Ma anche su questo punto, come non chiederci cosa occorre per togliere ai partiti quella organica tendenza castale, quella griggia separatezza, quella opacità cronica, quella incapacità d’essere riformatori e innovatori.
Come si vede, il risultato emiliano di domenica più  che chiudere i problemi di una sinistra democratica in crisi, li apre; pone drammaticamente in luce la necessità di nuove analisi, di nuove proposte, di nuove lotte. Il vero errore sarebbeadesso  quello di chiuderci nell’autocompiacimento.

Fonte: Democrazia Oggi

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