Di Maio, il M5S, gli altri, il futuro del paese

Andrea Pubusa

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Nel M5S niente è normale. tutto è diverso, eccessivo. E’ stato straordinario innanzi tutto il successo. In dieci anni dal nulla al 33%, alla maggior forza del governo. Un risultato che non è riuscito a forze ben più struttrate e attrezzate, al Partito comunista di Togliati e nemmeno a quello di Berlinguer, nonostante la Resistenza, il radicamento amministrativo, sociale e sindacale e, per un certo periodo, l’egemonia sulla intellighenzia italiana.
Paradossale è anche la frenata del M5S. Al culmine del successo, con l’ingresso in forze al governo, inizia l’arresto. Incapacità interna? Certamente. La riprova che per governare non bastano i numeri elettorali? Che ci vuole radiciamento e gruppo dirigente solido? Senz’altro. Ma c’è qualcosa che non dipende da loro. La qualità degli alleati. Prima la Lega e poi il PD. Di questi si può dire chi è pegssimo, ma sicuramente non si può parlar bene neanche del meno peggio. Qui emerge anche un’altra lapalissiana verità: l’alleanza di governo non può essere un freddo contratto in cui si stabilisce che ognuno, nel modo stabilito, può dar gambe al proprio programma senza alcuna organicità con quanto fa l’altro. Io faccio il reddito di cittadinanza, tu quota 100. Tu fai i respingimenti, io faccio l’anticorruzione e così via. Anche l’alleanza col PD mostra crepe. Al PD interessa dare rispodye a quel mondo opaco che i musi gialli hanno sempre combattuto nel loro mettere avanti a ogni cosa la questione morale. Più in genrale ciò che emerge è una incompatibilità dei principi dei pentastellati con tutti gli altri partiti. Non a caso l’attacco contro di loro in modo trasversale è sempre stato convergente. Da destra, da centro e da sinistra. Lo è anche oggi.
La crisi di Di Maio non è l’insuccesso di un uomo o di un gruppo dirigente, è l’impossibilità di governare secondo regole morali accettabili e secondo ragionevolezza un paese in cui i gruppi dirigenti hanno una diffusa e spiccata propensione al malaffare e al privilegio. Ora esiste una maggioranza formale M5S/PD, la maggioranza materiale, se pensate ai grandi temi, è PD, FI, Lega.
Certo poi il M5S, nel complicarsi la vita, ci ha messo del suo. Che senso aveva nominare un “capo”? Non è già quest’idea logora e vecchia? Non ricorda il capo, le vicende più nere della storia d’Italia e non solo? Il puzzone, Craxi, Bossi, Renzi, ora Salvini non rispondono a quell’idea? E cosa ha in comune l’idea del capo con una democrazia nuova e pienamnte sviluppata? Niente. Una manifesta contraddizione nella politica del M5S che dice di puntare a forme più avanzate di democrazia..
Inoltre un capo, ossia un uomo che cumula in sé la funzione di eminenza del governo e dirigente unico del movimento, pone anche una questione di efficacia dell’azione. Che Di Maio dovesse scoppiare era evidente. Non occorreva molto a capire che quelle funzioni andavano distribuite in un gruppo dirigente ispirato alla massima collegialità e solidarietà. Ora si fa, con la cenere sul capo, quanto si sarebbe dovuto fare fin dall’inizio.
E nei territori? In Sardegna alcuni di noi, d’area democratica, avevano proposto al M5S, in vista delle elezioni regionali scorse, l’alleanza con una lista di personalità del mondo democratico sardo, da affiancare alla lista pentastellata. Si badi, non un partito, non una raccolta di reduci sempre pronti a correre dove c’è odor di seggio, ma un gruppo di persone per bene, impegnate nel sociale, con posizioni professionali di rilievo. Bene il M5S ha detto di no, andando inconntro ad un insuccesso e all’elezione di un gruppo consiliare che ha fatto parlare di sé solo per alcune piccole beghe di nessun rilievo. Un gruppo inconsistente, di spessore pari a zero, mentre la Sardegna aveva bisogno di un riferimento regionale vivace, agguerrito, irriverente e spiazzante.
Il M5S sardo è sempre stato fuori dal dibattito culturale e politico generale. Non hanno mai promosso un’iniziativa aperta a movimenti o a forze sociali che pure esistono. La loro inconsistenza politica li ha portati ad aggregarsi a raggruppamenti improbabili come quello dgli insulari. Per il resto sono rintanati in se stessi; non si sa se parlano, di cosa parlano, cosa intendono fare.
Per farla breve. Di Maio fa bene a chiedere aiuto e a rendere pluralistico il gruppo dirigente. Dovrebbe capire che fare politica alla lunga è occorre il contatto non occasionale ed emotivo con le masse. Non basta la tastiera e la mitica piattaforma. Tanto più quando intorno c’è un mondo politico crudele e ostile formato di pescicane.
Il M5S, anche se ridimensionato, sarà pur sempre una forza importante, o almeno questo è auspicabile, bisogna fare in modo che sia utile. Anzi, che per il Paese  la sua utilità sia massima.

Fonte: Democrazia Oggi

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