Russia e Cina, la “strana coppia”

Gianfranco Sabattini

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Il viaggio di Putin in Cina nel 2014 ha avuto un doppio scopo: da un lato, quello di “smarcare” la Russia dai Paesi europei, tuttora fortemente dipendenti dal gas russo, ma ostili per la vicenda ucraina; dall’altro, quello di concordare con la Cina una strategia comune di contenimento delle pretese egemoniche degli Stati Uniti. Gli obiettivi di Putin sono stati suggellati dalla restituzione della visita di Xi Jinping a Mosca nel giugno del 2019, in occasione della quale i due leader, oltre ad aver firmato numerosi accordi commerciali, hanno anche sottoscritto una dichiarazione che ha elevato le relazioni tra i due Paesi al rango di “Partenariato strategico complessivo in una nuova era”.
A parte il significato delle parole (partenariato, strategico e complessivo) usate nell’intestazione della dichiarazione congiunta, l’espressione “nuova era“ starebbe ad indicare, secondo il parere degli analisti di relazioni internazionali, il nuovo periodo di crescente confronto USA-Cina e USA-Russia, dopo che Donald Trump ha identificato i due Paesi come i principali avversari strategici di pari grado dell’America.
La dichiarazione congiunta di Putin e di Xi Jinping vorrebbe così essere la base per l’avvio di una “relazione d’alleanza”, in contrapposizione alla identificazione effettuata da Trump; ma, nelle versioni più allarmistiche o strumentali delle élite americane che - secondo l’Editoriale del numero 11/2019 di Limes, dedicato quasi per intero al tema – sono valse a trasformare la dichiarazione congiunta in un “minaccioso asse”, cioè in un patto “tra i Numeri Due e Tre per tagliare le unghie al Numero Uno”. Si tratta di un patto che induce l’Editoriale a porre una serie di domande inquietanti: che cos’è, in realtà, la “strana coppia” costituita da Russia e Cina? Fino a che punto gli Stati Uniti devono temerla? Quanto serio è il rischio che la relazione di alleanza Russia/Cina in contrapposizione agli USA possa sfuggire al controllo e culminare in un conflitto mondiale?
La maggior parte degli analisti appartenenti ai “think tank” delle tre potenze è del parere che l’indeterminazione intrinseca alla formula “relazione di alleanza” sia di per sé sufficiente ad assicurare che il suo approfondimento possa evolvere verso uno scontro armato, sebbene – a parere di You Ji, professore di relazioni internazionali presso l’Università di Macao a autore di “Alleanza militare? Non così in fretta” (Limes n. 11/2019 – non manchino “ragioni per ritenere l’idea del matrimonio di convenienza giustificata”.
Tra le ragioni che giustificherebbero l’accordo come un “matrimonio di convenienza”, piuttosto che un’alleanza vera e propria (con l’implicazione di reciproci obblighi sul piano militare) rivestono particolare importanza, per You Ji: l’incertezza che caratterizza, al pari di ogni alleanza tra grandi potenze, il triangolo strategico che delinea la contrapposizione di Russia/Cina contro gli USA;, l’assenza di significative fondamenta ideologiche; l’esistenza di reali conflitti d’interessi di medio-lungo e di breve periodo; la diversità delle condizioni economiche.
Riguardo al primo punto, secondo You Ji, il triangolo esprimerebbe una condizione tale da renderlo di per sé inoffensivo; ciò perché esso si fonderebbe su una situazione in cui le tre grandi potenze “sono sufficientemente importanti l’una per l’altra” al punto che un cambiamento nelle relazioni tra due di esse avrebbe un “serio impatto sugli interessi della terza. Maggiore è l’impatto, concreto o potenziale, maggiore la magnitudo del sisma”. Queste ragioni sarebbero sufficienti a rendere asimmetrico il triangolo strategico, nel senso che, se allo stato attuale gli USA sono il perno dominante che giustifica la l’alleanza della strana coppia Russia/Cina, non è detto che, in prospettiva, un cambiamento delle relazioni tra i tre vertici del “triangolo scaleno” possano cambiare e, dunque, mettere in crisi la relazione di alleanza che attualmente lega Russia e Cina contro gli USA.
L’incertezza e la precarietà della relazione di alleanza sono anche aggravate dall’assenza di fondamenta ideologiche, sufficienti a cementare durevolmente la convergenza della “strana coppia” in contrapposizione agli USA. Questi ultimi, a differenza di Russia e Cina, possono disporre del vantaggio di far parte di un’alleanza occidentale, che si è consolidata perché fondata su un sistema di valori condiviso, espresso dal regime politico democratico liberale che i Paesi dell’Occidente hanno in comune. Un identico sistema di valori condiviso manca nel partenariato russo-cinese; il retroterra ideale comune è il nazionalismo, che rappresenta un elemento non certo favorevole al consolidamento di un’alleanza duratura.
Anche per Fëdor Luk’janov – docente alla High School of Economy di Mosca, autore di “Non siamo alleati ma rifiutiamo l’egemonia americana” (Limes n. 11/2019) - a rendere incerte e innaturali le relazioni russo-cinesi sono i conflitti potenziali esistenti tra Russia e Cina nel medio-lungo periodo. Egli ritiene infatti che l’avvicinamento delle due potenze sia “il frutto dell’isolamento in cui la Russia si è ritrovata nel 2014 dopo l’annessione della Crimea”; ciò non impedisce che si sia consapevoli che Mosca e Pechino sono condannate a confliggere nell’Eurasia; in primo luogo, perché, proprio nell’Asia centrale i rispettivi progetti sono destinati a scontrarsi; in secondo luogo, perché, per ragioni attinenti alla diversa dinamica demografica di Russia e Cina, la Siberia rappresenta uno “spazio vitale” per Pechino.
I potenziali conflitti esistenti tra Russia e Cina in Asia centrale sono dovuti al fatto che l’intera area si trova al centro del progetto cinese delle vie della seta, mentre la Russia ha interesse a realizzare e ad approfondire un’Unione Economica Eurasiatica. L’obiettivo dei due progetti è infatti differente e conflittuale: la Cina - afferma Fëdor Luk’janov – intende creare nell’area dell’Asia centrale “un corridoio logistico-infrastrutturale che la connetta all’Occidente, verso i mercati europei e mediterranei”, mentre la Russia intende creare con l’Unione Economica Eurasiatica “uno spazio economico e un mercato comuni sui territori dell’ex URSS, al fine di stimolare gli scambi, favorire la mobilità delle persone e ripristinare parte delle relazioni che si erano lacerate dopo il crollo dell’Unione Sovietica”.
L’altro motivo di potenziale conflitto di medio-lungo periodo tra la Russia e la Cina è il problema demografico, che spinge Pechino a considerare l’espansione esterna verso la Siberia, come la soluzione più logica della sovrappopolazione cinese, ma che dai russi – secondo Aleksander Khramcikhin, vicedirettore dell’Istituto di analisi politica e militare di Mosca, autore di “Siberia, lo spazio vitale di Pechino (Limes n. 11/2019) – “viene vista come l’incarnazione della ‘minaccia gialla’”. L’emigrazione verso la Siberia è accompagnata dal convincimento, diffuso in Cina, che i lavoratori sinora emigrati debbano essere “protetti nel loro diritti e interessi”; convincimento che, dal punto di vista della Russia, starebbe ad indicare che le autorità cinesi, non solo si limitano a incentivare l’emigrazione, ma che intendono organizzarla, guidarla e proteggerla.
L’emigrazione pacifica, però – sostiene Khramcikhin – potrebbe di per sé trasformarsi in un incentivo all’espansione territoriale; l’intenzione della Cina di proteggerla, infatti, “potrebbe divenire tale da rendere inevitabile l’aggressione militare”, per la quale i preparativi sarebbero già in corso. “Gli sviluppi di questa situazione - conclude lo studioso dell’Istituto di analisi politica e militare di Mosca -, al pari delle guerra commerciale con gli Stati Uniti sono imprevedibili e con ogni evidenza molto pericolosi” e, dunque, portatori di incertezza nei futuri rapporti tra Russia e Cina.
Ma ciò che rende particolarmente incerta la relazione di alleanza tra Russia e Cina è l’inconciliabilità dei loro interessi nel breve periodo, a causa della diversità delle condizioni economiche in cui versano. Sul fronte economico, infatti, l’approfondimento della relazione di alleanza - afferma Gorge Friedman, studioso statunitense di geopolitica e fondatore di Geopolitical Futures (una pubblicazione online che analizza il corso degli eventi globali) e autore di “L’alleanza tra Russia a Cina è un’illusione” (Limes n. 11/2019) – “non è in grado di rappresentare una panacea dei rispettivi mali”. A causa delle sanzioni economiche che subisce da anni per l’occupazione dell’Ucraina, la Russia ha bisogno di vendere materie prime (in particolare energetiche) ed armi, al fine di alimentare la propria economia; tuttavia, il vero problema di Mosca, al di là delle sanzioni, è costituito dalla necessità di diversificare la propria economia (rimasta in gran parte ferma al periodo sovietico), troppo dipendente dalla rendita delle risorse naturali e dall’esportazione di armi.
Le sanzioni hanno indubbiamente peggiorato la situazione interna della Russia, creando una situazione di incertezza giuridico-politica che ha alimentato un sentimento di diffidenza e precauzione da parte degli investitori occidentali; ciò però non significa che, in sostituzione di questi ultimi, sia pronta ad intervenire la Cina. Se nel 2018 la grande potenza asiatica ha rappresentato il principale acquirente delle esportazioni russe di petrolio e di gas, essa non ha la possibilità di espandere ulteriormente le importazioni energetiche dalla potenza confinante, a causa “dei limiti dettati dalle carenze infrastrutturali esistenti fra u due Paesi; gasdotti e oleodotti sono costosi e richiedono lunghi tempi di costruzione”. E’ questo il motivo, secondo Friedman, che impedisce alla Cina di essere l’acquirente delle vitali esportazioni energetiche delle quali Mosca avrebbe bisogno, non solo per il funzionamento corrente delle propria economia, ma anche per risolvere il problema della modernizzazione del proprio sistema produttivo.
D’altra parte, la Cina ha la necessità di consolidare e di allargare i mercati di sbocco dei propri prodotti manifatturieri; nel 2017, il Celeste Impero ha esportato un volume di merci il cui valore è stato pari al 20% del PIL, mentre gli USA hanno rappresentato il suo principale mercato di assorbimento, acquistando circa il 19% delle sue merci. La Russia che, sempre nel 2017, ha acquistato solo il 2% delle esportazioni totali della Cina, non può quindi costituire una valida alternativa ai mercati, soprattutto occidentali, che rappresentano la via sicura per il consolidamento e l’espansione del sistema produttivo cinese. In sostanza – afferma Friedman – nessuno dei due Paesi è nelle condizioni “di sostenere significativamente l’economia dell’altro”.
Inoltre, sempre nel breve periodo, vi è un altro potenziale motivo di inconciliabilità degli interessi russi con quelli cinesi. Come è gia stato messo in evidenza, una delle due voci delle esportazione della Russia è quella delle armi in svariati Paesi del mondo. Questo tipo di esportazioni non può, prima o poi, non collidere con l’interesse della Cina a continuare a realizzare il proprio progetto delle vie della seta, finalizzato ad allargare il mercato di collocamento dei propri prodotti manifatturieri, in condizioni di pace e stabilità politica in tutta l’area del mondo; un obiettivo che le esportazioni russe di armi rendono, se non impossibile, fortemente improbabili.
In conclusione, per tutti questi motivi di medio-lungo e di breve periodo, la maggior parte degli analisti considera, niente più che una “mera illusione”, la possibilità che la relazione di alleanza tra Russia e Cina sia destinata ad approfondirsi e a consolidarsi. Ciò perché – come sostiene You Ji, Russia e Cina “hanno visioni differenti dell’attuale sistema mondiale. Mosca spera di rovesciarlo, essendo una potenza insoddisfatta e revisionista, Pechino vuole solo raddrizzarne la componente ingiusta e inadeguata”, cioè vuole solo ridimensionare l’egemonia economica degli USA per una più equa distribuzione dei vantaggi connessi al commercio internazionale. Quella fra il Cremlino e Pechino è perciò un’alleanza destinata a funzionare, secondo Friedman, “nella migliore delle ipotesi, soltanto sulla carta”.
Ciò non toglie, tuttavia, che i “giochi di guerra” della “strana coppia Cina-Russia” possano, sia pure involontariamente, trasformarsi in una guerra effettiva ai danni di tutti.

Fonte: Democrazia Oggi

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