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Il femminismo ancella del capitalismo?

Gianfranco Sabattini


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Un emendamento alla legge di bilancio 2020, approvato dalla Commissione Bilancio del Senato, prevede che la quota di genere (riferita alle donne) minima dei componenti gli organi delle società quotate in borsa sia portata al 40%, visto il successo della legge Golfo-Mosca del 2011 che, definendo una quota minima del 33%, ha però consentito di raggiungere la percentuale del 36,4%. Secondo il giurista Alessandro De Nicola (“Le quote rosa non mi piacciono”, in “la Repubblica” del 18 dicembre scorso), l’emendamento alla legge di bilancio “rischia” di risultare dannosa per la libertà, sia dal punto di vista economico che da quello individuale; ciò perché – a parere di De Nicola – le persone “vanno scelte per i loro meriti non per il loro sesso”.
La difesa delle ragioni della persona e dei suoi talenti, nonché della libertà, conclude De Nicola, per quanto sia poco popolare nella cultura politica italiana tra le forze progressiste (che legittimano la ricerca di nuove forme di ingegneria sociale per la difesa del principio delle pari opportunità di genere attraverso forme di “imponibile di manodopera rosa” nel mondo della produzione) e tra le forze reazionarie e conservatrice (rinchiuse nei loro atavici pregiudizi), è tuttavia l’unica “via per evitare un mondo rancoroso, identitario, feudale e diviso in tribù”.
Ciò che dell’emendamento alla legge di bilancio in pro della presenza della quota di genere all’interno degli organi delle società quotate in borsa sembra preoccupare De Nicola è limitato ai soli vincoli che possono derivare alla libertà economica e alla libertà individuale, senza alcuna considerazione dell’impatto negativo che l’insistenza nel privilegiare la liberazione della donna attraverso il perseguimento delle pari opportunità, sancita ope legis, può avere sulla capacità di tenuta della coesione sociale.
Al di là del dibattito suscitato dall’emendamento alla legge di bilancio, è interessante chiedersi quali siano gli effetti sociali negativi della deriva del movimento di liberazione della donna che, anziché essere fondato sul rivendicazionismo di pari diritti rispetto all’uomo, viene invece perseguito attraverso la rivendicazione di pari opportunità di accesso al solo mercato del lavoro. Una risposta all’interrogativo, può essere suggerita dall’articolo “Come il femminismo divenne ancella del capitalismo” che Nancy Frazer, femminista militante e docente di Politica e filosofia alla New School for Social Research di New York, ha pubblicato sul giornale inglese “The Guardian” nel 2013 e uscito in traduzione italiana su “MicroMega-on line” dello stesso anno.
In quell’articolo l’autrice sosteneva che il movimento per la liberazione della donna si stava “avviluppando” in una pretesa pericolosa con gli sforzi profusi per la costruzione di una società fondata sulla logica del libero mercato; ciò sarebbe avvenuto, secondo la Frazer, perché la pretesa del movimento femminista è stata strumentalizzato dall’ideologia neolibersita in senso individualista. In tal modo, il movimento femminista sarebbe diventato “ancella del capitalismo contemporaneo”, abbandonando l’obiettivo dell’emancipazione di genere, attraverso la democrazia partecipativa e la solidarietà, per perseguire quello dell’autonomia individuale, fondata sull’aumento delle possibilità di carriera e sull’approfondimento meritocratico.
In conseguenza di ciò, il movimento femminista è approdato a una prospettiva di liberazione della donna compatibile con una trasformazione della società in senso neoliberista-individualista, non perché le donne siano state “vittime passive di seduzioni neoliberiste”, ma perché, con la tendenza a perseguire il pari diritto di accedere al mercato del lavoro, hanno direttamente contribuito a consolidare l’egemonia dell’ideologia neoliberista, le cui conseguenze si sono direttamente collegate allo smarrimento del ruolo sociale del genere donna.
La lotta per la liberazione della donna ha così abbandonato l’opposizione alle iniquità causate dal funzionamento del sistema sociale, intensamente centrato sui valori dell’individualismo e su quello della non essenzialità del suo ruolo sociale, a scapito delle questioni che riguardano la liberazione della società da ogni sorta di situazione anomala, quale l’ingiustizia distributiva, l’instabile funzionamento del sistema economico e la realizzazione di un mondo giusto, in cui ricchezza e risorse naturali siano condivise da tutti e la libertà e l’uguaglianza ne siano premesse, non le aspirazioni.
Le critiche e il rifiuto della cultura patriarcale sono state certamente delle giuste e fondate rivendicazioni del movimento femminista, ma il suo orientamento a perseguire il riscatto della donna attraverso il libero accesso al mercato del lavoro ha affievolito le istanze di rinnovamento del modello tradizionale di divisione del lavoro in seno alla società. Le istanze rivendicative originarie del movimento femminista era giusto che avessero lo scopo di correggere tale modello, mentre l’essere state orientate al mercato del lavoro ha avuto solo l’effetto di creare un nuovo “esercito industriale di riserva”, che ha abbassato il livello di rimunerazione del lavoro di tutti. In tal modo, le donne, che prima erano vessate all’interno delle mura familiari, lo sono ora anche all’interno del mercato del lavoro: prima erano oppresse dal mondo patriarcale domestico, ora dalla svalutazione del lavoro e dalla precarietà occupazionale.
Non paga del giudizio sulla deriva del movimento femminista formulata nei termini sopra esposti, la Fraser torna sull’argomento, con la pubblicazione di “Femminismo per il 99%” (un Manifesto scritto assieme a Cinzia Arruzza e Tithi Bhattacharya) in cui viene radicalizzata la critica al movimento femminista di ispirazione neoliberista. Secondo le autrici, concentrandosi sulla strategia del “farsi avanti”, tale movimento si è ridotto a sostenere “un esiguo numero di donne privilegiate”, per consentir loro “di arrampicarsi sulla scala sociale”, allo scopo di fare carriera, “proponendo una visione dell’uguaglianza basata sul mercato”; nonostante condanni la discriminazione e difenda la libertà di scelta, il movimento ha smarrito la rivendicazione più importante: quella di rimuovere i vincoli economici e sociali che rendono impossibile, per la maggioranza delle donne, una reale liberazione dalle molte discriminazioni che ne condizionano l’esistenza.
Il movimento femminista di ispirazione neoliberista, piuttosto che rivendicare l’abolizione di ogni forma di gerarchia sociale, persegue invece l’obiettivo di “’diversificarla’, di ‘dare potere’ a donne di ‘talento’”, affinché possano ricoprire status ruoli sociali di prestigio. In tal modo, il femminismo neolibersita “considera le donne semplicemente come un ‘gruppo sotto-rappresentato’”, per assicurare a poche privilegiate la possibilità di conseguire posizioni e rimunerazioni pari a quelle degli uomini. Così il femminismo tende a ridursi a “un veicolo di autopropulsione, utile a elevare l’1%, più che a liberare il 99%” delle donne.
Certo, il neoliberismo e il capitalismo non hanno inventato la subordinazione delle donne; essi – affermano la Fraser e le altre coautrici del Manifesto – “hanno costruito una nuova e moderna forma di sessismo”, sostenuta da inedite strutture istituzionali, che valgono a “separare la produzione delle persone, dalla produzione per il profitto, assegnando la prima mansione alle donne e subordinando questa funzione all’altra”. In questo modo, il capitalismo ha consolidato una divisione infausta, con la quale è stato svilita l’importanza del “lavoro riproduttivo”, cioè l’attività che “crea e sostiene non soltanto la vita in senso biologico”, ma anche la capacità di lavorare di tutti gli esseri umani. Riprodurre la capacità di lavoro, secondo la Fraser e le altre coautrici, significa infatti “plasmare le persone nel modo ‘giusto’ per quanto riguarda gli atteggiamenti, il temperamento e i valori, ma anche le abilità, le competenze e le capacità professionali”; in altri termini, il lavoro di “riproduzione delle persone” fornisce i presupposti fondamentali della società umana, in generale, e della società capitalistica, in particolare. Senza questo lavoro, né la vita, né la capacità di lavorare potrebbero realizzarsi negli esseri umani.
Il lavoro riproduttivo costituisce, per la Fraser e le compagne, il fondamento della “riproduzione sociale”, che nelle società capitaliste viene totalmente disconosciuto. La logica capitalista, che considera l’accumulazione l’obiettivo primario cui deve essere orientata l’organizzazione sociale, non riconosce l’importanza del lavoro riproduttivo e, poiché esso è basato sul genere, radica la subordinazione della donna al processo di accumulazione. E’ questo il motivo per cui il riscatto della donna da tale subordinazione, col riconoscimento del valore primario del lavoro riproduttivo, deve diventare, al di sopra di ogni altro, l’obiettivo principale al quale il movimento femminista dovrebbe orientare il proprio impegno.
A tal fine, nella società capitalista non è più possibile considerare il concetto di classe degli sfruttati secondo la prospettiva tradizionale dell’analisi marxiana della società, in quanto alla base del concetto non stanno più solo le relazioni di sfruttamento diretto del lavoro, ma anche quelle che lo producono e lo reintegrano; di conseguenza, la forza lavoro complessiva coinvolta nel processo di produzione sociale non è più costituita esclusivamente dalla quota di essa occupata in fabbrica, in quanto la working class globale comprende anche tutti coloro che lavorano fuori dalla fabbrica e che, con differenti capacità, sono ugualmente portatori di bisogni e desideri negati dalla logica di funzionamento della società capitalista.
Questa definizione allargata della forza lavoro comporta che l’impegno del movimento femminista venga orientato, non a conseguire migliori possibilità di carriera per una ristretta quota di donne, ma ad affermare l’importanza della riproduzione sociale, costituendosi nell’avanguardia di un progetto di trasformazione da cima a fondo della società capitalista, sino a “stabilire il primato della riproduzione sul profitto”. In questo modo, il “Femminismo per il 99%” rimuove la contraddizione con la quale il capitalismo tratta la riproduzione sociale.
Con il loro Manifesto, le autrici affermano che non intendono “prescrivere i contorni precisi” dell’alternativa al capitalismo; questi devono emergere dall’azione con cui il movimento femminista dovrà cercare di crearli, nella consapevolezza che la liberazione della donna non può essere realizzata per il tramite di riforme legali, come quelle che prescrivono la presenza minima del genere femminile negli organi di gestione delle società quotate in borsa. Allo stesso modo, il movimento dovrà essere anche consapevole dei limiti del socialismo tradizionale, in quanto la considerazione esclusiva del lavoro salariato non può ugualmente favorire l’emancipazione delle donne.
In conclusione, Fraser e compagne concludono che, nell’attuale società neoliberista, la prospettiva librale e quella socialista non sono appropriate per garantire la liberazione delle donne, in quanto entrambe sono portatrici di proposte riduzioniste. Perciò, per approdare ad un’effettiva parità delle opportunità di genere, il femminismo per il 99% dovrà essere anticapitalista, nella certezza che esso potrà essere realizzato, pur in presenza dei diritti legali, dei miglioramenti salariali e della democrazia, sino a quando la libertà e l’uguaglianza del singolo non saranno calibrate “sulla base della libertà di tutti e di tutte”.
Che dire di questo convincimento sulle finalità che il movimento femminista dovrebbe perseguire all’interno delle società capitalistica, dominata dall’ideologia neoliberista? Sicuramente può condividersi l’accusa rivolta al movimento d’essere diventato “ancella del capitalismo”, pretendendo di perseguire le pari opportunità attraverso la prescrizione di un “imponibile” di forza lavoro rosa, quale quella stabilita dall’emendamento alla legge di bilancio 2020.
Più problematica è la condivisione della proposta che le pari opportunità possano essere realizzate con l’uscita dall’attuale ordine capitalistico delle società democratiche. Un salto nel buio, questo, che può essere evitato se, pur restando all’interno dell’ordine capitalistico della società, il movimento femminista, anziché battersi per l’1% delle donne, orienterà la propria azione in favore, non tanto del restante 99% delle donne, quanto di tutte le componenti la società prescindendo dal genere, attraverso una riforma delle attuali regole di distribuzione del prodotto sociale, la cui conservazione è in palese contraddizione con l’esigenza di realizzare una società “giusta” sul piano distributivo e di assicurare un funzionamento stabile del sistema economico; ciò al fine di aprire la società al riconoscimento del contributo alla sua coesione di tutti coloro che la compongono, senza l’esclusione di tutte le minoranze vittime di atavici pregiudizi.

Fonte: Democrazia Oggi



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