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Precari: la nuova classe esplosiva

Gianfranco Sabattini

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Guy Standing, già docente di “Economic security” all’Università inglese di Bath e cofondatore del Basic Income Earth Network (BIEN), è autore di numerosi libri sul problema delle trasformazioni delle moderne società industriali causate dal processo di globalizzazione delle economie nazionali; il più noto di tali libri al pubblico italiano è quello dal titolo “Precari. La nuova classe esplosiva”.
Nel libro, Standing analizza i diversi aspetti della nuova classe sociale, considerandola costituita da soggetti caratterizzati, non solo dalla sofferenza derivante dall’incertezza del posto di lavoro, ma anche e soprattutto da quella connessa alla perdita della propria identità professionale; caratteri che, secondo alcuni, varrebbero a ridurre il precariato al sottoproletariato (Lumpenproletariat) di marxiana memoria, costituendo quindi, nelle moderne società industriali, la classe sociale economicamente e culturalmente più degradata, priva di coscienza politica e non organizzata sindacalmente.
Proprio per questo, Guy Standing fa appello alla classe politica perché provveda ad attuare riforme che vadano nella direzione del riconoscimento del diritto alla sicurezza economica e professionale dei componenti la classe del precariato, nella certezza che, in mancanza di riforme economico-sociali innovative su questi problemi, le società andrebbero incontro al rischio d’essere esposte a ondate di instabilità, con l’emergere di istanze populistiche dei partiti di estrema destra. Le riforme, secondo Standing, sono tanto più necessarie, se si pensa che i provvedimenti sinora assunti per fronteggiare il fenomeno del precariato sono risultati del tutto inadeguati, perché sempre fondati sul convincimento che la soluzione dovesse coincidere con la creazione di nuovi posti di lavoro.
Negli anni Settanta del secolo scorso – afferma Standing – “il pensiero e il linguaggio della politica sono stati pesantemente influenzati da un gruppo di economisti di forte ispirazione ideologica”. Secondo il loro modello neoliberista, crescita e sviluppo dovevano essere considerati dipendenti dal livello di concorrenza presente nel mercato; ogni sforzo, perciò, doveva essere mirato a rendere massima la competizione e la competitività, e ogni aspetto della vita economica e sociale doveva essere “pervaso dalla logica del mercato”.
Secondo il pensiero neoliberista, per rilanciare e sostenere la propria crescita, ogni Paese doveva elevare il livello della “flessibilità del mercato del lavoro”, trasferendo sulla forza lavoro tutto “il carico dei rischi e dell’instabilità del sistema economico. Il risultato è stato – sostiene Standing - la creazione di un “precariato globale”, i cui componenti sono stati privati di un “qualsiasi punto di riferimento stabile”, diventando una “nuova classe esplosiva”, pronta a dare ascolto a proposte politiche destabilizzanti e a indirizzare il proprio voto verso i partiti politici portatori di tali proposte. Il successo dell’”agenda neoliberista”, ha perciò favorito l’insorgere, all’interno delle società industriali ad economia di mercato, di “un autentico mostro politico”; per fermarne l’espansione, è opportuno elaborare un’adeguata strategia politico-istituzionale e prepararsi a un’azione di contrasto.
Per ragioni anagrafiche, gli economisti neoliberisti, osserva Standing, privi di ogni ricordo degli esiti della Grande Depressione del 1929-1932 e di quelli socialmente positivi originati dalle riforme sociali realizzate nel secondo dopoguerra, con la loro “pessima opinione” nei confronti del ruolo di regolatore dell’economia svolto dallo Stato, pensavano che l’attività economica dovesse essere concepita come un’azione inquadrata in “uno spazio sempre più aperto, dove investimenti, lavoro e reddito avrebbero così avuto agio di muoversi in cerca di condizioni sempre più convenienti”.
Il risultato dell’accoglimento del pensiero neoliberista è consistito nel fatto che, mentre apparivano plausibili alcuni aspetti della diagnosi neoliberista circa le cause dell’instabilità che caratterizzato le economie industriali nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso, le proposte avanzate per il superamento dei motivi di crisi sono state invece controindicative sul piano economico e “brutali” sul piano sociale. Inoltre, secondo Standing, il risultato dell’attuazione delle proposte neoliberiste è stato peggiorato dal fatto che, i partiti socialdemocratici, ovvero i creatori del sistema di sicurezza economica che i neoliberisti criticavano, dopo aver opposto scarse obiezioni alle proposte che venivano avanzate, alla fine le hanno condivise passivamente.
Delle proposte neoliberiste, una particolare rilevanza ha assunto quella che suggeriva la necessità di fare ricorso alla flessibilità del mercato del lavoro, per garantire alle attività produttive la possibilità di variare i livelli salariali (in particolare verso il basso), diminuendo così la sicurezza economica del lavoratore; inoltre, l’accoglimento della flessibilità proposta dai neoliberisti ha consentito alle attività produttive di spostare liberamente al loro interno i lavoratori, modificandone inquadramento professionale. Il principio di flessibilità è stato inteso in termini tanto rigidi che ogni crisi del sistema economico, grande o piccola che fosse, “era attribuita, in parte, a torto o a ragione, a una mancanza di flessibilità e a una carenza di una ‘riforma strutturale’ del mercato del lavoro”. In Tal modo – nota Standing – è accaduto che, mentre la globalizzazione si allargava e si approfondiva e le attività produttive facevano largo ricorso a rapporti produttivi sempre più flessibili, è aumentato il numero dei lavoratori che si sono trovati ad occupare posti di lavoro che, oltre ad indebolire la loro sicurezza economica, ne hanno “cancellato” la loro identità professionale.
Le nuove politiche pubbliche ed imprenditoriali attuate sulla base delle proposte neoliberiste hanno così dato origine ad un trend generale dell’economia del tutto imprevisto, nel senso che migliaia di lavoratori in ogni società industriale sono entrati a fare parte del precariato, un fenomeno del tutto nuovo, privo di qualsiasi rapporto con la “classe operaia” o con il “proletariato” delle origini della società industriale, in quanto non costituente una “classe per sé” in senso marxiano, ma piuttosto solo una “classe in divenire”.
Quel che manca ai lavoratori precari, rispetto alla classe operaia del passato, oltre alla sicurezza economica, è infatti l’identità professionale; sia che siano trasferiti ad altre mansioni (se già occupati), oppure (se nuovi occupati) siano assegnati a svolgere ruoli lavorativi che non danno prospettiva di carriera, i lavoratori perdono o mancano di maturare una memoria condivisa che nega loro la consapevolezza di “appartenere a una comunità occupazionale inquadrata in pratiche consoliate, con codici e norme di comportamento e rapporti di reciprocità e fraternità”. I lavoratori precarizzati perciò mancano di sentirsi integrati in una collettività lavorativa solidale; fatto, questo, che vale ad accrescere il loro senso di alienazione e strumentalizzazione, perché l’assolvimento delle mansioni loro assegnate non condente di proiettarli verso un futuro nel quale essi possano credere di potere portare a termine un proprio progetto di vita.
La precarizzazione dei lavoratori è la conseguenza di un processo perverso, intrinseco al funzionamento del sistema economico fondato sulla flessibilizzazione del lavoro; una politica, questa, consistente per lo più nell’assegnare mansioni “i cui simboli di mobilità lavorativa e crescita personale - afferma Standing – devono mascherare la vacuità di un certo lavoro”. E’ questa la tesi sostenuta, con molta efficacia, anche da David Graeber, docente di Antropologia presso la London School of Economics, in “Debito. I primi 5.000 anni”.
Secondo Graeber, infatti, per contrastare la crisi del lavoro, le politiche pubbliche neoliberiste avrebbero provveduto a “gonfiare” settori totalmente nuovi, quali, ad esempio, quelli delle relazioni pubbliche e delle cosiddette attività ausiliarie dei settori produttivi. Queste ultime sono quelle che Graeber considera “lavori privi di scopo”, in quanto svolti come se una qualche “entità” esterna costringesse gli addetti a compierli solo per tenerli occupati.
La proliferazione degli impieghi privi di scopo, ha continuato ad espandersi nonostante che il fenomeno costituisse una vera e propria contraddizione dal punto di vista della logica capitalistica. Per la teoria economica, su cui tale logica è fondata, è impensabile – afferma Graeber – che un’attività produttiva debba “sborsare soldi a lavoratori di cui non ha affatto bisogno. Eppure, per qualche ragione succede proprio questo”. Così, negli ultimi decenni, è accaduto che il numero dei “passa carte” abbia contribuito ad allargare a dismisura le burocrazie di ogni tipo.
In realtà, dal punto di vista dell’ideologia neoliberista, la spiegazione esiste, ma non è di tipo economico, bensì di natura politica; gli establishment dominanti, formatisi sotto l’influenza dell’ideologia neoliberista, si sono resi conto che una disoccupazione crescente avrebbe costituito un “pericolo mortale” per la crescita dell’economia sorretta dalla flessibilizzazione del lavoro. Di conseguenza, per “sventare” il pericolo di una recessione di lungo periodo, gli establishment dominanti non hanno esitato a ribadire l’idea che il lavoro sia un valore etico in sé, e che nulla spetti a chi non è disposto a sottostare, per la maggior parte delle sue giornate, alla severa disciplina che comporta lo svolgimento di una qualsiasi mansione lavorativa.
E’ stata così valutata opportuna la scelta di creare posti di lavoro (anche se di dubbia utilità) che valessero a “controllare” la crescente disoccupazione causata dall’automazione dei processi produttivi; ciò è stato fatto indirizzando i soggetti disoccupati verso lavori che, indipendentemente dalla loro giustificazione economica, tenessero occupati i lavoratori anche in attività poco condivise. In tal modo, si è formata – sostiene Standing - una “nicchia sociale” nella quale si è accumulata una profonda violenza psicologica potenziale, espressa oltre che dai lavoratori perennemente disoccupati, anche da quelli impegnati in lavori privi di scopo, in quanto privati della loro dignità e di ogni legittimazione sociale; una situazione, questa, che, a parere di Standing, non può che rendere il precariato una categoria sociale “esplosiva”, la cui “rabbia”, dovuta al fatto d’aver perso ogni possibilità di controllare la propria vita, induce a presagire possibili e gravi ripercussioni sul piano della stabilità economica e sociale.
Come uscire – si chiede Standing – da questa situazione? Egli ritiene che, per evitare le possibili ripercussioni economiche e sociali negative dovute ad una continua espansione del precariato, occorra garantire a chi perde la stabilità del posto di lavoro un “sistema di solidarietà sociale rinnovato”, idoneo a fornire ai lavoratori disoccupati involontariamente o destinati a svolgere un lavoro non gradito “una forma di autonomia sostenibile, al di là, sia del modello di sicurezza sociale tradizionale sia del paternalismo di Stato”; ciò perché le vecchie politiche socialdemocratiche hanno perso efficacia nel contrastare le crescenti disuguaglianze distributive affermatesi dopo l’avvento dell’ideologia neoliberista. Per le politiche socialdemocratiche, la ridistribuzione del prodotto sociale era realizzata attraverso la leva fiscale e l’offerta di servizi e beni pubblici.
Nelle attuali società industriali, le politiche ridistributiva, non potendo più essere effettuate attraverso la leva fiscale e la spesa pubblica, devono poter garantire a tutti, precari inclusi, una forma di sicurezza economica sostenibile, attuando proposte da anni avanzate, ma sinora oggetto solo di lunghe discussioni. Tra tali proposte, ve ne è una formulata da economisti autorevoli con una lunga storia alle spalle e conosciuta sotto molti nomi, il più noto dei quali è quello di “reddito di cittadinanza universale e incondizionato”.
I vantaggi di questa forma di reddito consisterebbero, non solo nel garantire a tutti una forma di autonomia economica sostenibile, ma soprattutto nell’assicurare a ciascun cittadino la capacità di vivere al di fuori del mercato, senza la pressione di dover accettare forme di occupazione indesiderate, per evitare di conservarsi in uno stato di perenne povertà.
Con un precariato che costituisce la nuova classe sociale creata dalla logica di funzionamento delle moderne società industriali, se le politiche pubbliche risditributive non sapranno correggere gli esiti negativi della dinamica propria di tali società, il pericolo è – conclude Standing - che tale classe sociale “sia del tutto incline ad ascoltare le sirene più attraenti e nel contempo più pericolose”. Perciò, prima gli establishment dominanti si convinceranno che le crescenti disparità distributive sono controindicative sul piano della stabilità economica e su quello della stabilità sociale, meglio sarà per tutti; non solo per i precari, ma anche (e forse soprattutto) per chi sinora ha tratto vantaggio dall’applicazione incondizionata, in assenza di correttivi, del principio della flessibilizzazione dei livelli occupazionali.

Fonte: Democrazia Oggi



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