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Natzione mancata

Giomaria Angioy e la nazione mancata

http://www.fondazionesardinia.eu/ita/?p=1852 LUSSU IL PONTEhttp://www.fuoripagina.it/2016/12/07/quel-confronto-tra-laconi-e-lussu-sulla-storia-sarda-dai-giudicati-ai-moti-anti-feudali-mai-stata-immobile/ http://www.giannifresu.it/2016/04/renzo-laconi-storia-ed-emancipazione-della-sardegna/ http://www.dirittoestoria.it/6/Monografie/Mattone-Sanna-3-Crisi-politica-regno-Sardegna.htm https://ricerca.gelocal.it/lanuovasardegna/archivio/lanuovasardegna/2003/04/27/SM2PO_SM202.html (Angioy MACOMER) http://is-arrioresus.blogspot.com/2011/11/storia-della-sardegna-linsurrezione-del.html (ANGIOY ORISTANO)http://www.araldicasardegna.org/genealogie/feudi/feudalismo_in_sardegna.htm(FEUDALESIMO)http://www.comunesantateresagallura.it/wp-content/uploads/2016/07/Ricerca-su-Le-Vicende-Sanna-Corda-e-lassalto-alla-Torre-A.StoricoSTG2015.pdf.pdf  (SANNA CORDA)https://truncare.myblog.it/2018/09/26/thiesi-lotte-antifeudali-e-sannu-de-satacu/[1][2][3][4][5][6][7][8][9]

Concetto di NAZIONE

La nazione culturaleSi sviluppa nel ‘700. Fonda la sua coesione sulla lingua, sulla cultura e sulla tradizione (Herder[10]), non sull’astratta rigidità di un’obbligazione politica (Kulturnation). Secondo Herder nella vita di una nazione, l’unità di cultura e di lingua viene prima dell’unità politica, dello Stato e della costituzione. I vincoli culturali sono più stabili e duraturi di quelli istituzionali. Esempi di nazione culturale (Germania, Italia). Herder teorizza la nazione come un fattore di progresso civile e morale, nonché come un tramite fra l’individuo e l’umanità. Realizzando sé stesso all’interno di una realtà sociale culturalmente omogenea e spiritualmente coesa, l’uomo può più facilmente attingere alla dimensione dell’universalità e realizzare la sua natura sociale (visione universalistica).

La nazione politica - Visione romantica di Rousseau

Pone al centro la volontà degli individui che vi fanno parte (volontà di costituire una nazione), piuttosto che la natura e la storia, come fattore fondante della nazione politicamente intesa. Richiamo al sentimento piuttosto che alla ragione (Rousseau). R. sottolinea l’importanza che le istituzioni, la volontà politica e un agire sociale collettivo sorretto dalla passione comune e dalla consapevolezza di sé e della propria identità rivestono nel salvaguardare e rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale di qualunque identità politica. A proposito delle diversità dei popoli Rousseau afferma che sono le forme di governo, i sistemi di legislazione e le leggi che devono adattarsi allo spirito dei popoli e al loro carattere.Per Sieyès[11] il terzo Stato rappresenta la nazione intesa proprio come un organo assoluto senza il quale lo Stato non esisterebbe. Gli ordini privilegiati sono qualcosa di esterno alla nazione. Minoranza infima e inutile. Ciò che lega una nazione non è dunque la comune origine storica, la lingua, i costumi o il territorio, ma la volontà degli individui, tutti ugualmente liberi. Volontà non alimentata da retaggi storici ma da sé stessa.

 

Introduzione

Laconi/Lussu e la “nazione mancata”

L’eco del clamore della polemica fra Laconi e Lussu sulla storia della Sardegna non è più nella mente dei politici odierni (incapaci di attingere a quelle fonti), ma non è sopita fra gli studiosi di cose sarde. Lussu, leader sardista e poi socialista, scrittore (Armungia 1890-Roma 1975), costituente, deputato al Parlamento, sena­tore della Repubblic aveva scritto sul Ponte un articolo su L’avvenire della Sardegna e Laconi. anch’egli deputato e costituente, uno dei leader di nuova generazione del PCI, gli aveva risposto su Rinascita sarda, con un articolo su Rinascita sarda. Balza all’occhio anche ad una lettura sommaria l’alta sensibilità e il livello culturale dei protagonisti, notissimi all’epoca e ancora non dimenticati e ancor più colpisce il lettore la passione civile e storica. Oggi vette inarrivabili per i politici isolani e non solo.Nel settembre del 1951, Piero Calamandrei (giurista, antifascista, fondatore del Partito d’Azione) dedica alla Sardegna un numero speciale monografico della rivista Il Ponte. Sessanta saggi, in gran parte di autori sardi, affrontavano diversi aspetti della storia dell’isola. Il ponte dedicò numeri monografici anche per altre regioni. Un’iniziativa eccezionale e di alto livello, cui mancano - come dirà poi Lussu - alcuni altri interventi di valore assoluto per la defezione degli autori.Nel gennaio del 1952 Renzo Laconi  su Rinascita Sarda recensisce la rivista, e dopo gli scontati apprezzamenti, mette in luce l’organicità della raccolta e lo sforzo di  “fornire al lettore un itinerario preciso” per la graduale “comprensione dei problemi peculiari della Regione, dopo averlo fornito di una documentazione storica e di un criterio d’indagine”.In realtà, con eleganza e leggerezza, Laconi vuole giungere alla sua obiezione di fondo, ossia il brusco passaggio dalla preistoria e dalla storia antica alla “cronaca contemporanea”, ignorando quasi del tutto “alcuni dei momenti più interessanti e più vivi della storia sarda”. “Quattro o cinque ponderosi saggi” - lamenta Laconi - sulle vicende della Sardegna nuragica, punica, romana ma “nulla o quasi si dice di quella civiltà dei Giudicati che diede una struttura tanto durevole all’organizzazione sociale del mondo indigeno e costituì la premessa dell’autonomia amministrativa conservata dalla Sardegna fino al 1847 sotto tutte le occupazioni straniere e forestiere”. Di più e peggio, nessuna “degna trattazione della rivoluzione contadina che prese il nome dall’Angioy, ma vi è quasi del tutto ignorato quell’Ottocento sardo che vide una serie di fatti rivoluzionari come l’abolizione del feudalesimo, il “generoso errore” dell’unificazione, il primo sorgere di una cultura “sardista” l’intervento del capitale industriale e la nascita del movimento socialista”.Poi l’affondo critico a Lussu. La lacuna nella trattazione non pare casuale w, comunque, obiettivament avvala “in pieno la tesi della disunione dei sardi e quindi dell’immobilità storica della Sardegna, su cui ripiega amaramente anche l’appassionato sardismo di Emilio Lussu che ha dettato una bella introduzione al volume”. Se teniamo conto dell’autorevolezza di Lussu, del mito del capitano dei rossomori, non si può negare che il giocvane Laconi abbia avuto un certo coraggio o, se si preverisce, sconsideratezza nel definire quello di Lussu un “sardismo acritico” e quando gli ricorda come “l’ideologia nazionale e la nazione sorgono da un processo storico che non può essere retrodatato e la pretesa disunione dei sardi come degli italiani corrisponde in realtà a forme di aggregazione diverse da quelle che noi cerchiamo”.Che Laconi sia stato irriverente fino alla lesa maestà lo si comprende leggendo la lettera privaa che gli indirizza Lussu il 27 gennaio 1952. Senza mezzi termini gli manifesta la sua sorpresa per lo scritto e gli contesta “l’opportunità” “estremamente discutibile, di scrivere quanto hai scritto in un foglio che non è una rivista di cultura, ma un giornale letto dalle masse“. Lesa maestà, ma insieme l’esigenza in un momento duro della lotta politica nel paese di non mostrare diversità di punti di vista in drno alle figure di riferimento delle masse, quali Lussu e Laconi erano indiscutibilmente. Lussu gli rimprovera anche una certa supponenza intellettuale e astrattezza dottorale, a cui imputa alcuni gravi errori di Laconi.Lussu non replica solo in privato, lo fa anche in pubblico con una lettera aperta a Velio Spano direttore di Rinascita Sarda nel numero del febbraio 1952. “Da oltre un secolo noi sardi – scrive l’allora deputato socialista e fondatore del Psd’Az – indaghiamo con tanta passione il nostro passato, sino alla preistoria, e v’è amorevole la speranza di trovarvi un compenso allo squallore e al silenzio dei secoli più vicini, compresi i moderni. Non credo che i documenti recenti ritrovati negli Archivi di Barcellona e di Madrid ci rivelino sorprese. I Giudicati e gli Stamenti (che peraltro non sono nemmeno usciti dalle nostre viscere) cioè oltre dieci secoli di storia più vicina sono là a dimostrarci la povertà fissa del nostro passato”. Tuttavia la fissità - ammette - è spezzata dall’esperienza di Angioy e dal movimento antifeudale “che si riallaccia alla Rivoluzione francese“. Ma dura un battito di ciglio. “Sembra rompere l’incantesimo ma cade nel vuoto”. Lussu non arretra e motiva puntigliosamente. Perché “tanta decadenza e immobilità? Io l’attribuisco a fattori molteplici che hanno reso possibile la permanente, schiacciante sopraffazione della classe colonizzatrice. Altri popoli, e non solo la Sardegna, hanno conosciuto questa nostra stessa immobilità. Per cui niente lotta politica – niente lotta di classe – fino alla nostra prima organizzazione degli operai e dei contadini: data che segna l’inizio della nostra vera storia, della ripresa della nostra iniziativa, della nostra rinascita”. Per Lussu la Sardegna entra nella storia col movimento socialista. Solo questo, attraverso la soggettività delle masse, fa entrare il popolo sardo nel movimento della storia.Orbene, salvo tornare sulla questione nelle conclusioni, si può dire sommariamente che Lussu nel suo articolo sul Ponte, con la sua penna sublime, traccia una storia intima della Sardegna, vista dalla campagna. Una storia sentimentale, popolata di re-pastori, fatta di disunione, di odi e bardane, che neutralizzano qualunque movimento autonomo e annichiliscono ogni forma di soggettività. Laconi invece fa un abbozzo di storia colta, da studioso, che stimola una ricostruzione della dinamica storica, collegandola alla lotta delle classi e dei ceti. Se non apparisse un invito all’inutile “volemose bene“, verrebbe da dire che hanno ragione entrambi, partendo da postazioni diverse. Nella contrapposizione ci sono però delle convergenze: il movimento angioyano, la nazione mancata e l’irrompere dei sardi (e non solo) nella storia con una soggettività esplicita col movimento sardista e socialista.Lussu vede il moto antifeudale come uno scatto improvviso e momentaneo, senza sviluppo e senza tracce, Laconi vede in Angioy e nel suo movimento l’accumulo e la sedimentazione di esperienze e riflessioni risalenti, di collegamenti col mondo in forte subbuglio in quell’epoca dominata dalla Grande Rivoluzione. Non solo, ne intravede il lascito nelle vicende dell’Ottocento sardo dai moti antifeudali alle rivolte urbane.Convergenza dei due invece sulla centralità del movimento sardista e socialista nella formazione di una consapevole irruzione nel moto storico della masse sarde. Convergenza…nella divergenza, tuttavia, perché per l’uomo da Armungia si tratta di un’entrata in scena improvvisa senza prove, per Laconi invece è il fiume carsico che riemerge alla luce del sole. Contro la prospettazione di Lussu, Laconi ritiene, pur senza individuarne tutti i singoli passaggi, che l’emergere dei movimenti socialista e sardista sia l’esito un andamento carsico della storia sarda nella quale emersioni e nuovi interramenti sono frutto di un unico e ininterrotto moto storico.Convergenza…nella divergenza anche per la “nazione mancata” che Lussu riconduce all’immobilità storica, all’assenza di protagonismo dei sardi, mentre Laconi “nell’amaro rimpianto per la “nazione mancata”  vede il puntuale riflesso delle incertezze, delle contraddizioni intime, “la debolezza organica di una classe che veramente può dirsi mancata al suo compito, e alla sua funzione storica, quale appunto la borghesia sarda“.(In nota Questo e altro si trova nel volume La Sardegna di ieri e di oggi (edito dalla Edes nel 1988)

I

1793. Feudi e città al tempo dell’attacco dei francesi

Quando nel gennaio del 1793 la flotta francese di Truguet si affaccia nel golfo per conquistare Cagliari e occupare la Sardegna, quale era la situazione dell’isola? Molti erano i mali che l’affliggevano, ma il feudaliesimo era quello peggiore non foss’altro che per il carattere permanente. La peste, la siccità e le carestie erano frequenti è vero, ma andavano e venivano, non erano continue. Davano un po’ di respiro. C’erano anche le annate piovose, con raccolti abbondanti, e nonostante le precarie condizioni igieniche, la peste dava tregua per lunghi periodi. I tributi feudali no, erano pesanti e da pagare ogni anno. E i feudatari non facevano sconti. E’ proverbiale l’esosità di quasi tutti i feudatari, la loro mancanza di scrupoli, la loro condotta arrogante e arbitraria. Le condizioni di vita nell’isola erano penose.I tributi erano tanti e di diversa tipologia: personali, reali e giurisdizionali. Il principale dei tributi personali era il “feu”, che, a seconda della modalità di pagamento, si chiamava chiuso o aperto; nel primo caso era a carico dell’intera comunità del villaggio, che lo ripartiva tra tutti i vassalli secondo le condizioni di ciascuno. Erano esentati i giovani di età inferiore ai diciotto anni, i vecchi, gli ecclesiastici e i poveri. Il feu aperto era un tributo individuale che gravava su ciascun vassallo. La riscossione riguardava sempre però le famiglie, cioè i “fuochi”, da cui il nome del tributo, che era commisurato alla capacità contributiva di ciascuno.Gravosi anche i tributi reali che venivano computati, invece, sui prodotti agricoli e pastorali dei vassalli. e la misura variava da luogo a luogo. Non esisteva una misura predeterminata per legge, valeva la consuetudine. come pure per i tributi personali  e il “feu”. Molto invisi anche i tributi agricoli, come quello che si pagava in starelli sul grano e sull’orzo. Per di più la quota da versare al signore si commisurava al cereale annualmente seminato. Il calcolo del seminato poi si stabiliva in ragione dei gioghi impiegati, da uno a tre. In barba alla progressività oltre i tre gioghi il tributo non si pagava, quindi, anziché abbattersi sui più abbienti, immiseriva i più poveri; si teneva conto anche del numero degli aratri. Per i più poveri, che non avevano gioghi o aratri, ma lavoravano duramente  non c’erano esenzioni, venivano colpiti anche loro.I nomi di questo tributo era vario, “llaor de corte” o “terratico”, a seconda delle modalità di esazione; così si parlava di diritto di giogo, se veniva presa come misura del pagamento l’estensione di terra che un giogo di buoi poteva arare in un giorno, o “moi moi” (moggio per moggio”) o “portadia”, se il tributo era pari alla quantità del cereale seminato, o “mesa portadia”, se era della metà.Non c’erano garanzie, massimi o minimi non erano fissati con legge. C’erano accordi fra i feudatari e i vassalli, detti “capitoli di concordia”, ancorché essi fossero, in realtà, l’espressione della soprafazione. Le quote erano così differenti da villaggio a villaggio, soprattutto secondo la natura del suolo. Nonostante si evocasse la concordia, i signori spesso violavano i patti.Nell’ingiustizia generale, particolarmente odiosi erano i versamenti calcolati sul seminato e non sul prodotto. Così le annate agrarie, mentre erano altalenanti per i vassalli con raccolti anche miseri, erano sempre buone per i feudatari, che incassano  tribuati uguali anche quando il raccolto era magro. Una regola per ingrassare i feudatari sulla fame degli agricoltori.A spremere i vassalli erano poi anche le prestazioni personali. La “roadia” o “arrobadia”, anzitutte, che consisteva in una prestazione di lavoro agricolo in favore del signore o, in caso di impossibilità della prestazione si poteva adempiere mediante il versamento di un tributo al posto del lavoro. Il povero vassallo già stremato per il suo lavoro, con tale tipo di comandamento dominicale, doveva così faticare anche per il feudatario o gravarsi ulteriormente nelle contribuzioni.Al redditometro del feudatario non sfuggivano ovviamente i pastori. Per loro c’era anzitutto un tributo reale, il “deghino”, detto anche “sbarbagio” o “erbatico”. Comprendeva tutto il bestiame e consisteva generalmente nella cessione al signore di un capo per ogni dieci. Anche qui niente progressività. Il tributo si applicava sino ad un determinato numero di capi, così come in agricoltura il “llaor” veniva pagato sino ad una determinata quantità di cereale seminato. Non si pagava oltre. Così  ricchi e poveri pagavano in eguale misura. Ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Un modo per legare i ricchi al feudtario. Certo questa regola incentivava in qualche modo a produrre di più, ad un aumento del bestiame. Ma i poveri notoriamente ciò che producono consumano e, dunque, non potevano trarre giovamento da questa regola, che favoriva solo i ricchi.Altri diritti reali meno importanti erano quelli che si pagavano per la vendita del vino nelle osterie, detti “fonda” e “puntarolu”, per la macellazione e la vendita delle carni, chiamati “carneceria”, per l’esercizio della pesca, per il servizio di vigilanza sulle terre coltivate, la cosiddetta “scolca”. Poiché i terreni coltivati generalmente non erano chiusi e il bestiame li invadeva con gravi danni, la vigilanza di essi veniva affidata, pertanto, ad una guardia armata; soltanto gli orti erano sempre recintati e nei primi tempi del feudalesimo la coltura orticola non era sottoposta a tributi. Nei tributi personali erano compresi, infine, i comandamenti dominicali che, oltre alla “roadia”, consistevano nell’obbligo di trasportare con carri i prodotti agricoli e pastorali appartenenti al feudatario nei magazzini dei villaggi o nelle città. Insomma, il feudatario non solo esigeva i tributi reali, ma  pretendeva che venissero trasportati a destinazione a cura e spese dei vassali. C’era poi un obbligo particolare, consistente nel versamento in natura o in denaro al signore del feudo del cosiddetto diritto di gallina. Quest’ultimo tributo era riservato in origine ai soli vassalli ammogliati e, dunque, si intravede in esso una prestazione sostitutiva dello “ius primae noctis”, cioè del “cunnatico” o diritto che il feudatario aveva di trascorrere la prima notte di matrimonio con la sposa del vassallo. Secondo altri è invece un tributo sul matrimonio, dovuto cioè dal vassallo quando si ammogliava. Ma il feudatario non andava per il sottile. Siccome c’era anche allora chi non prendeva moglie, il diritto di gallina fu esteso in vari feudi anche ai celibi.Sui poveri vassalli doveva gravare anche il costo dell’apparato repressivo. E così c’era una serie di tributi, legati all’amministrazione giudiziaria esercitata nel tribunale del signore attraverso ufficiali di giustizia da lui scelti; c’erano poi speciali imposizioni per lo svolgimento delle cause; gravavano sui vassali anche il mantenimento dei carcerieri e delle carceri esistenti in ciascun feudo.Agli esiti dei giudizi erano poi connessi i diritti feudali d’“incarica” e la “machizia”. Poteva accadere che, commesso un reato, non si scoprisse il colpevole. Si riteneva evidentemente che l’esito negativo delle indagine fosse collegato all’omertà della comunità. L’“incarica” in origine era una multa o una pena applicata alla collettività di un villaggio o di un abitato in questi casi. Poi anche questa imposizione fu trasfirmata in tributo non occasionale, ma fisso. quando veniva commesso un reato e non se ne scopriva il colpevole. In tributo in denaro fu trasformata anche la “machizia”, che originariamente consisteva nella facoltà di macellare e vendere al pubblico il bestiame catturato in territorio seminato. C’era poi un tributo, detto il “laudemio” o “ius relevi”, che veniva pagato dal feudatario al sovrano per ogni trapasso di feudo e che i vassalli pagavano al loro signore quando vendevano le loro terre. La “regalìa” invece consisteva nell’obbligo per i vassalli di usare i forni e i molini del signore mediante il versamento di un canone. Non poteva mancare il “presente”, un dono fatto dai vassalli al signore in occasione di determinate feste, quali il Natale e la Pasqua. C’era poi la necessitù di protezione delle coste, sempre sotto attacco dei corsari ed anche per la sorveglianza di esse doveva essere versato un tributo. Non mancavano altri balzelli varianti da una località all’altra; i feudatari avevano così introiti sempre più elevati, con un impoverimento accentuato dei vassalli.Oggi le Costituzioni sanciscono che le prestazioni personali o patrimoniali devono essere imposte solo con legge. Ciò per evitare i soprusi sempre legati alle vie arbitrarie o di fatto. L’esatto contrario di quanto disponevano i diplomi di investitura all’epoca dell’introduzione del feudalesimo; tali atti fondanti non stabilivano mai i diritti signorili; il feudo veniva, infatti, concesso con una formula generica, con tutti i diritti appartenenti al sovrano; l’indeterminatezza  consentiva così al feudatario ogni specie di abuso. La prevaricazione era così sfacciata e profonda da indignare gli stessi sovrani. E così durante la dominazione aragonese sia Pietro il Cerimonioso nel secolo XIV, sia più tardi Alfonso il Magnanimo, nella prima metà del secolo XV, ritenevano l’oppressione dei vassalli dell’isola ingiustificata ed eccessiva e meditavano sulla necessità di rimedi per sollevarne le condizioni. Ma i sovrani - si sà - hanno sempre incombenze più importanti che pensare ai poveri sudditi. La veritù è che i feudi dell’isola sono stati pensati come forma incontrollata di prelievo e la nostra come una terra da sfruttare.Oltre a questa funzione economica, il feudo aveva una funzione eminentemente politica. L’oppressione tributaria era l’altra faccia del violento controllo politico.  L’introduzione del feudalesimo rispondeva all’esigenza dei re d’Aragona Giacomo II e Alfonso il Benigno, di assicurare il controllo dell’isola dopo la conquista seguita alla guerra contro i pisani (1323-1326). Occorreva un sistema di governo sul modello di quello aragonese e la soluzione fu trovata nel procedere alla ripartizione del territorio in feudi, da assegnare a persone fedeli, distintesi nel corso della guerra. Veniva così creata una classe sicura per il controllo politico interno e la difesa militare dell’isola. Ogni feudatario si legava indissolubilmente alla Corona perchè dal feudo traeva ricchezza e potere, estendendo il suo dominio ai villaggi e alle terre assegnatigli. La Sardegna subiva così una radicale trasformazione istituzionale, con l’abbandono forzato della civiltà comunale introdotta all’epoca del predominio pisano e genovese.Il feudalesimo dunque in Sardegna non nasceva da un’evoluzione interna, ma era eteroimposto e nasceva da un’esigenza politico-militare degli aragonesi  poiché garantiva alla Corona il controllo dell’Isola senza spese. Questa introduzione artificiosa rese anche diretto il rapporto feudatario vassalli, perché intorno al signore non si formò inizialmente una rete di cointeressati formanti una classe minore. Questa si formò in progresso di tempo. In origine il feudatario nel feudo era nient’altro che l’espressione dell’autorità sovrana ed era sottomesso completamente a questa, che si presentava come “dominium eminens”, “iuxta morem Italiae”, cioè secondo la consuetudine italica, denominata anche “mos Sardiniae”. Nel feudo aragonese invece il concessionario godeva di significativi poteri signorili.C’erano in origine alcune condizioni comuni degli atti di concessione. Il feudo veniva assegnato al signore in perpetuo, per sé e per i suoi successori maschi; era però inalienabile, fatta eccezione per i sudditi aragonesi o i sardi di comprovata fedeltà. Non potevano esservi incrementi di terre per matrimonio senza il nulla osta del re. La Corona voleva sudditi sicuri a garanzia del suo potere e non voleva modificazioni territoriali senza il suo consenso. Il feudatario, inoltre, aveva l’obbligo di risiedere nel feudo. Era tenuto a versare cereali e biade, prodotti nelle sue terre, al re o ai funzionari regi in caso di guerra; doveva poi manutenere permanentemente e tenere in buono stato le fortificazioni del feudo, assicurare uno o più cavalli, o uno o più cavalieri armati con un seguito di scudieri, commisurati all’estensione e al gettito delle sue terre, al pari dei tributi da versare al re.Nei diplomi il re aveva ben indicato ciò che lo interessava: i servizi militari e i doveri del feudatario nei suoi confronti. Meno attenzione e minori garanzie era previste per i vassalli: non venivano elencate, per esempio, le prestazioni dovute dai vassalli, si diceva soltanto genericamente che i feudatari non potevano “homines villarum male tractare”. Questa formulazione ha aperto la strada agli arbitrii del signore e alla conflittualità permanente fra feudatari e vassalli, destinata ad accentuarsi all’affacciarsi di tempi nuovi allo scoppio della Grande Rivoluzione.Il passaggio dal vecchio a questo nuovo sistema fu traumatico. Gli abitanti dei villaggi divennero d’un colpo vassali sottoposti ad ogni sorta di prevaricazione. Questo spiega la immediata ribellione antiaragonese,  con a capo i giudici d’Arborea, fin dai tempi di Pietro il Cerimonioso (1336-1387) e dei suoi successori. La concessioni dei feudi, comprendeva ogni cosa, abitanti inclusi, di qualunque condizione o di qualsiasi stato. Vassalli dunque, con l’obbligo di sottoporsi a “datiis, servitiis, maquitiis, angariis, perangariis, redditibus, exitibus et proventis, censibus, fructibus, carniceriis et omnibus aliis iuribus spactantibus quocumque titulo, ratione vel causa” al signore. Una condizione dura e senza speranza. Osserva Boscolo, al feudatario “spettava anche l’amministrazione della giustizia in tutto il territorio feudale, le cui “pertinentiae” erano ben definite nei diplomi per l’applicazione dei diritti ed erano date dalle case, dalle terre incolte e da quelle messe a coltura, dai boschi, dai molini, dai forni, da tutti i beni immobili, infine, che potevano offrire un gettito. L’amministrazione della giustizia, limitata nei poteri agli inizi della penetrazione del feudalesimo e successivamente più estesa, permetteva inoltre al feudatario vari abusi; nei primi tempi del feudalesimo il signore di un territorio otteneva il “misto imperio”, che corrispondeva alla giurisdizione completa, alta e bassa, nella cause civili e a quella bassa nelle cause penali; il vassallo poteva ricorrere in appello ai tribunali regi, detti curie, ma le difficoltà burocratiche, la lontananza delle curie stesse dal feudo, i legami dei feudatari con i funzionari preposti alla giustizia glielo impedivano”.Il sistema feudale, pur nella sua naturale pretesa di stabilità, subì modificazioni in Sardegna, ma in senso negativo. Al sistema originario secondo la consuetudine italica si sovrapposero concessioni improprie e di tipo aragonese-catalano. Si allargò la potestà giurisdizionale e furono introdotti gli allodi,  i beni e le terre possedute dal signore in piena proprietà, in aggiunta ai beni ricevuti in concessione dietro la prestazione di un giuramento di fedeltà, il cosiddetto omaggio feudale. Il potere dei feudatari si rafforzò, ferma restando la loro fedeltà al sovrano con tutti gli obblighi conseguenti alla concessione e fermo restando il “dominium eminens” di quest’ultimo. Fu il venir meno della pressione arborenze a favorire questa mutazione in peius, ad aprire la strada a poteri più estesi e meno controllati, come, ad esempio, nell’amministrazione della giustizia con l’esercvizio del “mero imperio”, cioè dell’alta giurisdizione nelle cause penali. Contemporaneamente le città principali dell’isola, Cagliari, Sassari, Villa di Chiesa, che, già amministrate a Comune, venivano poste sotto la diretta autorità del sovrano e governate con le medesime istituzioni di Barcellona.  I nuovi istituti amministrativi, soprattutto finanziari, erano modellati su quelli aragonesi e affidati a funzionari rapaci, corrotti e protesi all’arbitrio.L’immissione della Sardegna, con parità di istituzioni e di costumi, negli Stati della Corona d’Aragona, anziché migliorare, aggravò i mali dell’isola; la lontananza della Corona e il conseguente debole controllo favorì l’estendersi degli abusi. Nelle campagne l’oppressione non risparmiò le terre comuni, che, per un’antica consuetudine, formatasi fin dall’età giudicale, dipendevano da ciascun villaggio. Questi appezzamenti annualmente venivano assegnati agli abitanti privi di proprietà al fine di coltivarli e di trarne quanto necessario per l’esistenza; in tali terreni comuni era in uso il sistema della rotazione, pascolo e coltura. Come poi con i cc.dd. usi civici agli abitanti spettava il diritto di pascolo negli appezzamenti non destinati alla semina oppure altre speciali forme di godimento, detto ademprivio, legnatico, ghiandatico e simili, diritti che consentivano alla povera gente di campare. La compressione di questi usi privava gli abitanti privi di proprietà del necessario per l’esistenza.Non diversa era la pressione sui terreni appartenenti a proprietari, cioè i terreni privati ottenuti attraverso acquisti o successioni ereditarie o donazioni, e quelli del demanio feudale, formatosi attraverso le terre conquistate e sottratte soprattutto ai Pisani e ai Genovesi. In queste ultime terre, nei salti e nei boschi, i vassalli avrebbero dovuto esercitare diritti di ademprivio, senza il pagamento di tributi, ma i feudatari lo impedivano. Le loro pretese sui questi beni e sulle terre comuni  davano origine a lunghe liti fra loro e i vassalli, un contensioso ricco, che - come vedremo - legherà le migliori professionalità forensi ai feudataria e al sistema feudale.Nella sua evoluzione il feudo venne, dunque, perdendo la sua funzione militare, cessata la ribellione arborense, per mantenere quella economica, un’organizzazione in funzione dello sfruttamento impietoso dei territori e dei loro abitanti.Si allentarono pian piano anche gli obblighi sanciti nei diplomi verso il re. Cessate o attenuate le esigenze belliche veniva meno la necessità di tenere cavalli armati, di manutenere le fortificazioni e di assicurare all’autorità sovrana le quantità di vettovaglie utili per la guerra. I signori presero così, in violazione dell’obbligo di residenza nel feudo, a trasferirsi in città, costruendo o comprando case a Cagliari o nelle altre città dell’isola. Si creava così un tessuto sociale di sostegno al sistema feudale. Lasciato il feudo, ad esso veniva preposto un procuratore, vorace e normalmente privo di scrupoli, ai quali interessava solo, come al signore del resto, di sfruttare al massimo i vassalli. C’era così un trasferimento imponente di risorse  verso le città della Sardegna e, ciò che è peggio, verso la penisola iberica, anche dopo il passaggio dell’isola ai Savoia. Il feudo accentuò così la sua funzione oppressiva.

In questo contesto non se la passava bene neanche la Chiesa. Erano eccezionali e rare le concessioni in favore di ecclesiastici. Peggio, i re d’Aragona lasciarono che i funzionari e i feudatari si appropriassero dei beni monastici e vietarono a tutti i feudatari di donare, legare, alienare agli stessi ecclesiastici beni immobili di natura feudale. Inizialmente, queste misure erano dettate dalla necessità di combattere il clero e gli ordini religiosi favorevoli a Pisa e a Genova o ai ribelli arborensi, tuttavia, come spesso accade, cessata la ragione originaria e pur quando il ceto degli ecclesiastici divenne ligio all’Aragona, i divieti rimasero.Si può pensare che un temperamento dell’arroganza dei feudatari possa essere derivato dall’introduzione dell’istituto parlamentare, modellato su quello della Catalogna; ma non fu così perché i vassalli non vi avevano voce. Anzi, ironia della sorte, l’introduzione degli stamenti, avvenuta nel 1355 con il primo parlamento celebrato a Cagliari da Pietro il Cerimonioso, gravò di ulteriori tributi i vassalli, sforniti di rappresentanza. Al parlamento, diviso in tre bracci, l’ecclesiastico, il feudale e il reale, oltre ai feudatari, partecipavano i rappresentanti dell’alto clero, arcivescovi, vescovi, abati e i rappresentanti delle città e delle ville reali, cioè delle città e dei villaggi non infeudati che dipendevano direttamente dalla Corona.Come funzionavano gli stamenti? Ognuno avanzava al re le sue richieste, dette capitoli. Il sovrano poteva approvarle con il placet o respingerle. Le concessioni erano in certo senso a titolo oneroso, in quanto i tre bracci, in cambio, si obbligavano a versargli un “donativo”. Ma, ahinoi!, anche il peso del donativo gravava sui vassalli. Lor signori si obbligavano così in nome e per conto dei loro rappresentati, i vassalli, e gravava sulle loro famiglie, i cc.dd. “fuochi”. Rispetto ai vassali dei feudi era senza dubbio migliore la condizione dei vassalli reali, che sceglievano con elezioni i propri rappresentanti nelle città e nei villaggi. Anche per questo, allentatosi o caduto il vincolo che legava indissolubilmente al feudo i vassalli, questi, se avevano risorse economiche adeguate, presero a trasferirsi nelle città e nelle terre reali, nelle quali le condizioni di vita erano meno pesanti. Nelle città, c’era la possibilità d’impieghi nella macchina burocratica, vie erano poi gli artigiani organizzati in corporazioni o “gremi” e coi loro organismi di autogoverno e di rappresentanza, partecipavano alla vita cittadina. Le città in Sardegna - come dappertutto - rendevano più liberi gli abitanti rispetto alle campagne. Chi proveniva dall’interno poteva trovare un lavoro, inserirsi nei gremi, avere qualche impiego minore, all’ombra dei funzionari aragonesi preposti ai ruoli di fiducia e alle cariche più importanti.

La vita in seno alle corporazioni era poi vivace. I gremi, così chiamati perché associavano nel grembo, cioè sotto la protezione della Madonna o di un Santo, i lavoratori di uno stesso mestiere o i professionisti di una stessa attività, avevano carattere anzitutto religioso, ma anche di tutela della produzione e dei consociati, si riunivano nella chiesa del loro patrono e, dunque, anche se non avevano una formale rappresentanza negli stamenti svolgevano un’attività ci qualche rilievo nella vita cittadina. Vi era poi un altro campo di lavoro alle dipendenze dei numerosi mercanti, che nelle città stesse avevano la loro sede.Anche se l’economia asfittica dell’isola precluse la nascita di una borghesia vera e propria i centri reali ebbero uno sviluppo non riscontrabile nelle campagne anzi a danno di queste, anche in ragione del continuo spopolamento. [Dapprima la fuga dalle campagne conseguì alla ribellione arborense e alla guerra, alla peste ricorrente, molti villaggi scomparvero, distrutti o abbandonati, o per la deportazione nelle Baleari o in Spagna. Ciò non indusse però feudatari a mitigare la loro rapacità, che semmai fu accentuata; per di più i signori finirono per diventare padroni delle terre e delle case confiscate ai ribelli sardi e assegnate ad Aragonesi, Catalani, Valenzani e Maiorchini distintisi nella lotta contro gli Arborea. Gli assegnatari più che radicarsi, spesso vendevano per tornare nelle loro residenze originarie. La peste e la ribellione divennero mali permanenti; le siccità e le carestie frequenti fecero il resto. E cionostante le continue richieste di sgravi e di mitigazione di tributi da parte dei vassalli rimasero senza esito, accentuando le condizioni miserrime dell’isola].Senza distinzione fra città e campagna, tuttavia, la condizione degli zappatori era insopportabile. La giornata di lavoro iniziava all’alba e finiva al tramonto, con una pausa per il povero pasto. Al mattino il salariato doveva trovarsi alle porte della città con gi strumenti di lavoro e veniva scelto dal proprietario che ne aveva bisogno, senza potergli opporre un rifiuto. Non c’era alcuna libertà tantomeno di contrattare il salario, che era fissato dalle autorità cittadine nel massimo e, dunque, senza possibilità di aumento. Il salario era misero e bastava soltanto a comprare il pane, di cui si nutriva prevalentemente la famiglia. I miglioramenti del trattamento venivano addirittura puniti. così sos mannujos, ossia una piccola quantità di grano elargita al lavoratore, secondo la consuetudine, venne vietata e punita come fosse un abuso, anche se in reltà compensava il maggior lavoro dei mietitori, date le 14 ore di lavoro estivo in luogo delle 10 invernali.La misera mercede imponeva il lavoro anche ai figli, che, scalzi e seminudi, seguivano nei campi il padre senza alcuna tutela sul minimo d’età, sul tipo e l’orario di lavoro e sul compenso.Questa era la condizione dei lavoratori e dei loro figli, fossero vassalli feudali o regi. E quando alla fine del XVIII secolo si preparava il rivolgimento della vecchia società europea, la miseria soffocava le classi basse dell’isola con una duplice compressione dei proprietari nei confronti dei lavoratori delle campagne e dei feudatari nei confronti di entrambi. La Sardegna era così popolata da un “proletariato affamato, rozzo, ignorante, insieme con quel popolo di coltivatori, gravato da mille balzelli, dissanguati da agenti senza coscienza, oggetto di ingiustizie e di prepotenze, privo d’ogni diritto, sottoposto ad ogni dovere“. Questa massa “doveva pure un giorno, sentendosi incapace di sopportare ancora, dopo vere fatto sentire inutilmente al overno la sua voce di pianto,insorgere contro l’odioso foscalismo baronale, correre in armi a saccheggiare magazzeni e palazzi, e chiedere pane, soltanto pane” (Pola).Quando le navi al comando dell’ammirglio Truguet si affacciarono nel Golfo di Cagliari questa era la condizione dell’Isola. E le proteste forti e chiare dei vassalli erano iniziate già prima che la scintilla peovocasse l’incendio della Grande Rivoluzione e cambiasse radicalmente il mondo. Moti di azione antifeudale sono documentati in Sardegna fin dal 1784, segno dell’intollerabile disagio dei vassalli, i quali rifiutavano di pagare i diritti baronali. Così ogni anno, in occasione dei pagamenti esplodevano le agitazioni e i rifiuti e il governo doveva ricorrere alla forza per imporre i versamenti. La conflittualità richiedeva un costoso dispiegamento di truppe e di miliziani e creava odi e divisioni nella comunità.Lo scontro aveva origini lontane e vedeva contrapposti i feudatari ad una “borghesia” rurale che, partendo da una famiglia relativamente agiata, si forma e si arricchisce sfruttando lo status di uno o più ecclesiastici della famiglia che divengono rettori in parrocchie di villaggi infeudati. La presenza dei nuclei familiari immette nelle campagne dei cittadini non soggetti alla giurisdizione baronale, che hanno forza economica e capacità culturale di opporsi al fiscalismo feudale. Inizia così, già nel Seicento, una modesta contestazione del sistema baronale sino ad allora indiscussa. E’ una contrapposizione destinata a crescere e a precisarsi nelle rivendicazioni, man mano che questo ceto si rafforza economicamente e socialmente. Lo status privilegiato consente a costoro di trattenere il surplus agro-pastorale che i vassalli conferiscono magazzini baronali, innescando un circolo virtuoso che li rende sempre più potenti economicamente, sommando i privilegi degli ecclesiastici della famiglia che incamerano le decime e altri proventi versati alla chiesa dai fedeli. Il passo successivo è la richiesta del titolo nobiliare, che consente un salto nella scala sociale. A quel punto lo scontro coi feudatari diventa aperto. Al conflitto degli interessi si accompagna una capacità di dare veste politica ai meccanismi di rapina su cui si fonda la rendita parassitaria dei feudatari. Le alleanze fra famiglie, cementate da matrimoni incrociati, fanno il resto. Si forma una borghesia agraria, collegata al clero delle ville, che con i progressivi accrescimenti del patrimonio, il trasferimento in città di membri della famiglia e il titolo nobiliare consentono un rapporto diretto con gli organi di governo, scavalcando gli odiati feudatari. Queste famiglie intessono poi vaste relazioni sociali e divengono punto di riferimento per i vassalli. Ci sono le condizioni politiche e culturali per opporsi apertamene alle pretese baronali e, più a fondo, al sistema baronale, ormai inutile e dannoso per l’interesse generale.Solanas fece il gran rifiuto al marchese d’Arcais don Damiano Nurra proprio mentre a Parigi scoppiava la Grande Rivoluzione. A Solanas in quell’anno, che ha segnato la storia, 80 persone d’ambo i sessi hanno costretto alla desistenza cinque soldati del Regimento di Sardegna che pretendevano d’imporre il versamento. Si sa che ci sono fatti contaggiosi e le rivolte lo sono quando sono fondate su buoni motivi. Così anche Donigala fece causa comune col paese vicino e rifiutò di pagare i diritti feudali. Seguì, come d’uso una impietosa e sproporzionata repressione, ma quasi contemporaneamente nel Capo di sopra montava il risentimento nei confronti del duca dell’Asinara, don Antonio Manca, uno spostato le cui azioni spesso erano feroci ed assurde. Si dice che pretese addirittura un tributo per ricompesarlo della perdita del grano dovuto alla voracità dei topi, sos upeddos de sos sorighes. Mentre a Parigi i rivoluzionari radevano al suolo la Bastiglia, a Thiesi, in seguito ai maltrattamenti di un servo del parroco da parte del ministro di giustizia feudale, che aveva sequestrato il grano del prete nell’aia, fu inscenata un’originale forma di protesta. Suono delle campane a morto, riunione di tutto il clero del luogo, celebrazione dei riti funebri in suffragio delle anime purganti, e, infine ma non per importanza, invocazione del loro aiuto contro le prepotenze del Conte. L’odio verso il feudalesimo e i feudatari si estendeva pian piano nella popolazione e aveva spesso come guida il basso clero. L’invocazione della maledizione celeste sull’odiato barone è un atto di ribellione ostentato e contagioso. La lotta come un fiume carsico appariva e si nascondeva, ma non si arrestava.Questa era la situazione quando la flotta francese comparve nel Golfo di Cagliari. Come a Carloforte, l’ammiraglio Truguet confidava nella sollevazione interna dei patriotti filofrancesi, disse “qu’il suffirait de se présenter devant Cagliari pou fair capituler cette ville“. Dovette essere tanta la sorpresa e la delusione quando si accorse di non trovare neppure chi diffondesse i manifesti di invito alla sollevazione. Sì, ci fu qualche arresto ma si trattò di persone ininfluenti, accusate più che di propositi insurrezionali per qualche frase. L’unico del resto che fin d’allora non nascondesse la sua fede repubblicana era l’avv. Gioachino Mundula di Sassari, instancabile sostenitore degli ideali di eguaglianza e libertà. Questi ideali furono estranei alla popolazione, compresa quella rurale, che certo era in fermento per i balzelli e le prepotenze feudali, ma non era estranea, per interessi e cultura, ai principi della Grande Rivoluzione. Di fronte alla tiepidezza dello stesso vicerè Balbiano fu dunque la nobiltà, il clero e la borghesia colta e rurale a organizzare la difesa, riuscendo coi propri appelli patriotici a coinvolgere il popolo cagliaritano e gli stessi protagonisti della lotta nelle campagne. Fu così che dai paesi convennero a Cagliari gruppi di miliziani, che sotto la guida carismatica di Vincenzo Sulis e di Gerolamo Pitzolo, riuscirono più che a battere i francesi a far comprendere loro che i sardi non sparavano salve di gioia, ma semmai qualche fucilata non proprio amichevole. Lo sbarco ebbe aspetti decisamente grotteschi come le fucilate che i francesi indirizzarono ai loro compagni d’armi nel litorale di Quartu. Le falangi marsigliesi, sul cui impeto confidava Truguet, si rivelarono un bluff, tant’è che dopo le prime fucilate se la diedero a gambe ignominiosamente. “La phalange maseillaise se disingua entre toutes le troupe par sa lâcheté” (vigliaccheria), commentò con sprezzo Bartolomeo Arena, Commissario del Consiglio Direttivo; di più e peggio: “cette phalange n’avait de marseillaise que le nom“.Sia come sia l’attacco francese fallì perché muoveva da un presupposto errato, e cioé che in Sardegna l’Armée avrebbe trovato festosa accoglienza. Evidentemente ci fu un difetto nelle informazioni, un vizio d’intelligence. Ma anche un difetto di progettualità per non avere preparato per tempo un nucleo autorevole di sostenitori all’interno.Ci si è chiesto se la vittoria sui francesi del Novantatré fu una Vandea. Secondo taluni (Francioni) la tesi è insostenibile solo menzionando alcuni dei difensori di Cagliari: Giomaria Angioy anzitutto che chiamò da Bono a sue spese  un nerbo di cavalleria miliziana, al comando dello zio materno don Matteo Arras. Fu costui a guidare con valore ben 400 miliziani del Goceano. Fra i difensori ci fu anche Francesco Maria Asquer, visconte di Flumini, figura irregolare di aristocratico per le sue simpatie per il vento nuovo che dalla Francia si spandeva per l’Europa, tant’è che pochi anni dopo fu esiliato con l’accusa di giacobinismo. In soccorso di Cagliari venne anche Pietro Muroni, a capo di una quarantina di di uomini pagati dal fratello Francesco, parroco di Semestene, una delle figure più fulgide nella lotta antifeudale al fianco di Giomaria. Non ci fu dunque Vandea. L’argomentazione è suggestiva, ma non è probante, può essere ribaltata, ci si può chiedere semmai come mai questi personaggi ed altri siano accorsi a difesa del Regno, che si traduceva nella difesa delle ingiustizie e delle prepotenze dei feudatari e, più in generale, del sistema feudale, ormai pressato dall’incedere inarrestabile del sistema borghese.

Le ragioni sono tante. Anzitutto, il fatto che la Francia si presenta è vero enunciando grandi principi, ma con un esercito d’occupazione. Il fatto che nell’Isola non ci siano referenti corposi e di prestigio, rendono l’attacco di Truguet un atto di conquista. Già questo mette in allarme non solo la nobiltà, i feudatari e l’alto clero, ma anche la nuova borghesia rurale che aveva accumulato vasti patrimoni e sspesso anche il titolo nobilare. Anche l’intellettualità professionale e impiegatizia, non se la passava male e, dunque, preferiva la condizione agiata, sicura e attuale, all’incertezza sempre connessa ai rivolgimenti sociali e politici. Lo stesso Giomaria Angioy aveva una condizione personale invidiabile. In breve tempo, da Bono a Sassari e poi a Cagliari scalò le più prestigiose istituzioni del Regno: anzitutto l’Università fino a giungere ancora giovane alla Reale Udienza. Il matrimonio con Anna Belgrano, di famiglia facoltosa, lo rese uno degli uomini più brillanti e di maggior successo della Sardegna. Perché giocarsi tutto questo? Perché accettare l’imposizione di una occupazione non concordata con forze interne e decisa altrove? L’apertura delle porte ai francesi comportava l’adesione di forze consistenti, organizzate e pronte anzitutto culturalmente, che al momento non erano in campo. Angioy forse più di altri era consapevole di questo perché dallo scrano della Reale Udienza, ch’era organo giudiziario e politico insieme, ben vedeva le dinamiche sociali.Non importa tanto dunque la qualificazione della vicenda (Vandea sì, Vandea no), ciò che conta è che l’egemonia politica in quel momento, anche per il carattere unilaterale dell’azione militare francese, fu dei ceti reazionari e moderati e fu tanto estesa e pervasiva da neutralizzare anche i ceti popolari, gli artigiani che anzi furono coinvolti nella difesa di Cagliari. Le masse delle campagne, che pure erano già in fermento e in movimento contro gli abusi e le prepotenze baronali, erano guidate da potenti famiglie che temevano vedevano nei rivolgimenti ridicali un pericolo per la posizione sociale, faticosamente acquisita. E quando la nobiltà, gli ecclesiastici, la nuova birgchesia rurale e il mondo delle professioni decisero di difendere l’isola dalla Grande Rivoluzione, ciò che difendevano erano i loro interessi di classe che faceva tutt’uno con una realtà di miseria e di sfruttamento, fonte, a ben vedere, dei loro privilegi. Le classi dirigenti facevano così valere i loro interessi, egemonizzaando le masse popolari sarde rese apatiche e indebolite dalla lunga subordinazione economico-sociale, dalla paura indotta ad arte sulle violenze dei rivoluzionari francesi, sulla loro irriverenza verso i costumi tradizionali, la religione e la persona del re. Si dice che comparve in quel momento un sentimento nazionale sardo, che diviene una realtà concreta ed operante. Ma il patriottismo, com’è noto, è un fenomeno che si presenta spesso nella storia, in frangenti pericolosi in cui la difesa della patria diviene l’obiettivo supremo, e nasconde sempre un interesse egemonico e dominante, di ceti o di classi particolari sotto l’apparenza di interesse generale. Nel Novantatré sardo quell’interesse era esattamente e interamente quello dei ceti reazionari, cui si aggregavano quelli della nuova borghesia rurale e dei ceti professionali e burocartici, con esclusione totale delle esigenze dei ceti subalterni, artigiani e rurali. Non è fuor di luogo ricordare fin d’ora che il trattato che sancì nel 1720 il passaggio della Sardegna dalla Spagna ai Savoia prevedeva la salvaguardia di leggi e privilegi del Regnum e fra questi non vi erano certo quelli dei contadini o degli zappatori, ma i diritti dei feudatari. E i gruppi antifeudali delle campagne? Ad un rivolgimento diretto dall’esterno e dagli esiti sconosciuti ed incerti preferivano una evoluzione interna, ancocrhé non necessariamente pacifica. Insomma, si sentivano più garantiti da un processo interno di cui essere parte non secondaria. E  così anche i feudatari che, fanno leva a difesa dei loro privilegi, sulle leggi fondamentali del Regno. Era la loro ultima arma. Non a caso più di trent’anni dopo, quando Carlo Alberto si decise ad abolire il feudalesimo, i baroni spagnoli titolari di feudi in Sardegna ricorsero a governo di Madrid perché attraverso Vienna ricordasse a Torino l’impegno preso dai Savoia di rispettare le leggi e i privilegi pregressi, ossia di diritti feudali.Al moneto, però, tutti dai feudatari alla borghesia rurale avevano interesse ad evitare rivolgimenti indotti da manu militari dalla Francia.

II

Cosa faceva Giomaria Angioy intorno al fatidico 1793?

A Cagliari, dopo i brillanti studi al Canopoleno e all’Università di Sassari, Angioy ebbe una fulmante carriera, segno delle sue indubbie qualità superiori. Fu innanzitutto professore all’Università ed aveva allora solo 21 anni! Le sue lezioni ottennero il plauso degli studenti e la stima dei colleghi, ma il miglior compenso, l’ambizione e la consapevolezza dei suoi mezzi lo spingeva oltre, alla Reale Udienza, traguardo massimo per un giurista in Sardegna, con una proiezione per in campo politico. L’organo infatti, non esercitava solo funzioni giurisdizionali, ma - a camere unite - anche politiche. In caso d’impedimento del vicerè si sostituiva addirittura a lui. L’ingresso nella Reale Udienza lo avrebbe posto così al vertice non solo della magistratura ma anche della politica del Regno, tanto più che si annunciavano anni tempostosi in cui questo organo avrebbe certamente avuto un ruolo di primo piano. Dopo un primo tentativo andato a vuoto nel 1776, riprovò dieci anni dopo, nel 1786 con successo, divenendo così coaggiunto alla Sala Civile. Di lì passò tre anni dopo alla Sala criminale scelto nella votazione entro una terna di aspiranti. Nel frattempo, il 13 giugno del 1881 sposo nella chiesa di S. Eulalia Anna Belgrano che gli portò in dote una somma al tempo rilevanye, 200 mila lire sarde. Giomaria diveniva così benestante, per il tramite della moglie, entrò nella vita mondana cittadina con la partecipazioni a riunioni eleganti e alle rappresentazioni nel Teatro civico dove donna Annica aveva un palco.Il matrimonio durò solo un decennio, Angioy rimase vedovo il 9 dicembre del 1791 e forse anche questo evento luttuoso lo spinse a dedicarsi con maggior impegno ad un’attività imprenditoriale, che forse meglio di ogni altra cosa mostra la sua attenzione verso il mutare dei tempi. Mette in luce, al di là di ogni scritto o riflessione teorica  la tendenziale fuoriuscita di Angioy dalla figura allora dominante dell’intellettuale di tipo «curiale», la cui funzione era mantenere in contatto la  massa dei  contadini con funzione subalterna con  quella dei proprietari fondiari e  con lo Stato. No Angioy si dedicava all’industria tessile e intravedeva nell’industrialismo l’espressione di una lotta tra il vecchio e il nuovo tra il progressivo e l’arretrato, tra il più produttivo e il meno produttivo (Fresu 258 s.). Una dinamica di questo tipo avrebbe potuto innescare o favorire quella ricoluzione economica che già si realizzava in Inghilterra e nelle aree più avanzate d’Europa. Forse è una forzatura, ma è innegabile che questo suo impegno “industriale” muove dalla consapevolezza che l’arretratezza della Sardegna, la sua debolezza, la subalternità alla Dominante piemontese non verrà superato se non sul terreno dello sviluppo industriale. Angioy, uomo curioso, di cultura e d’ingegno, quando a Terramaini, nell’agro di Cagliari, avviò la produzione del cotone ben doveva avere in mente che la rivoluzione industriale in Inghilterra, iniziata qualche decennio prima, aveva come settore fondamentale quello tessile e quello agricolo con un posto di rilievo per la produzione di cotone e dei trasporti. Con la sua produzione di cotone a Terramaini Angioy si poneva in sintonia con quei processi puntando su innovazioni tecniche e considerando tutti questi fattori come convergenti e reciprocamente trainanti di uno sviluppo generale. In questo fervore imprenditoriale dell’uomo di Bono è forzato intravadere una critica radicale del feudalesimo, una incompatibilità con esso? Ed è arbitrario credere ch’egli credesse che un processo di questa natura avrebbe presto o tardi travolto le istituzioni di vecchio regime? Del resto, l’Angioy era in sintonia con i tempi della rivoluzione industriale italiana, che iniziò con una cinquantina d’anni di ritardo rispetto all’Inghilterra, puntando, guarda caso, sopratutto sull’industria tessile in Piemonte e in liguaria seguite poi dalla Lombardia.Cosa fece, dunque, l’Angioy a Terramaini fra un’udienza e l’altra? A parite dal 1790 destinò alcune are di una sua tenuta alla coltivazione del cotone, ottenendo un prodotto di buona qualità, non inferiore a quella di Malta e della Sicilia. L’iniziativa non fu riservata e non fu di scarso rilievo se dei felici risultati fu informato persino il re, il quale, enrusiasta dell’iniziativa, incarico il viceré di esprimere all’Angioy il proprio geadimento in modo formale, con un messaggio del 12 fenbbraio 1790 al ministro Graneri. “pag. 15.Scano…..”.Dopo la morte della moglie si dedica con maggior fervore alla coltivazione del cotone, estendendola alle operazioni di sgranellatura e filatura. Ma questa produzione non può non investire la trasformazione. Così, con alcuni soci, avvia la produzione di berrette, Sono iniziaticve ardite nella Sardegna di fine Settecento e il nuovo vicerè Balbiano, succeduto a Thaon di S. Andrea, non mancò di manifestare il suo apprezzamento per l’impresa. Si può dire che Angioy non conosca i processi già sperimentati in Inghilterra quando si mette a studiare le lavorazioni più avanzate del cotone e a esaminare le nuove macchine utensili? E non limita il suo interesse a quanto scritto sulla materia in Italia. Butta l’occhio a quanto si sperimenta all’estero e sopratutto in Francia, dove nel frattempo infiamma la Grande Rivoluzione. E non si limita allo studio dello sgranamento del cotone nel Dizionario di Arti e Mestieri e nelle Observations sur le commerce e sur les arts del Flachet , no, lui, tramite il vicerè, chiede venga agevolato il viaggio in Sardegna di un tal Ferrini, meccanico all’avanguardia nella materia, di cui so era assicurato l’opera remunerandolo con mille lire annue, il vitto e l’alloggio. Nella stessa ottica ingaggia un ex forzato maltese, Salvatore Zamit, addetto nella sua isola alla coltivazione del cotone. Mentre i francesi con armavano la flotta di Truguet Angioy, anziché preparasi a dargli il benvenuto contro la Corona, riceveva dal vicveré apprezzamenti entusiastici: “Io non conossco un uomo più zelante del pubblico bene e più interessato di lui nella prosperità del commerci: solo ultimamente ho appreso che […] per sostenere la fabbrica delle berrette ha il sig. Giudice aperta la sua non piccola cassa…”. E venti giorni dopo riferisce al ministro: “l’attività e lo zelo del sig. Dott. Giommaria Angioy mi rassicurano abbastanza, istruito com’è di questa materia ei sa che il pretender guadagno da un nuovo stabilimento, e il misurare dell’utile le prime spese porta necessariamente di abbandonarlo. Contento di non rimettere del capitale, ne impiega dei nuovi sicuro che allora non temerà una fabbrica i danni a cui può essere sposta, che con una dote abbondante possa far fronte alle spese non prevedute, accordare respiro a compratori, ed arrischiare spedizioni a paesi lontani”. L’entusiamo è così alto che, esaminando “prove prime dell’abilità di berrette di Sardegna, e le produzioni della sua fabbrica“, propone un marchio, la “intitolerei volentieri L’aurora del Regno, giacché m’annunzia nuova luce alle arti, alle manifatture, al Commercio“.  L’Angioy doveva avergli anche svelato il suo sogno di metter sù una fabbrica di filati in modo da poter costruire vele e armare navi per assicurare “continuità” territoriale ai traffici da e per la Sardegna. Un vero antesignano se si pensa che ancora oggi la politica sarda parla di continuità e di flotta sarda.Questo dispaccio del vicerè reca la data del 5 ottobre 1792, pochi giorni dopo la notizia del dilagare dell’Armée nella Savoia e della contea di Nizza.  L’ammiraglio Truguet si accingeva a liberare le vele e a salpare per l’isola. Il dott. Giommaria Angioy, giudice della reale udienza e ardito imprenditore, elogiato dal viceré, dal ministro e dal re in persona poteva improvvisamente passare dalla parte delle truppe di occupazione?Certamente poi l’Angioy era protagonista del dibattito culturale cagliaritano e isolano. Lui stesso era frutto dell’azione del Ministro Bogino, che pose mano ad un vasto programma riformatore con la finalità dichiarata di creare una clsse dirigente nell’isola. In questo quadro è centrale la riforma delle due università sarde, ormai decadute come il resto degli atenei italiani. L’Università di Cagliari, come osservava il reggente Niger ” è ormai del tutto rovinata, e decaduta, non sendovi più nè Professori, che insegnino, nè leggi, che si osservino”. Non si tenevano neanche le matricole degli studenti. Il Bogino, sulla scia delle inziative di Maria Tersa d’Austria a Pavia, e della riforma amedeana dello Studio Torinese degli anni ‘20, mise mano alla ristrutturazione degli studi prima a Cagliari (1764) e poi Sassari (1765). Superando con fermezza le resistenze di chi voleva la conferma delle vecchie Costituzioni dell’Universsità, riformò l’organizzazione e i programmi, creando anche un Magistrato sopra gli studi come organo di controllo. Ebbe cura anche della qualità del corpo docente, cui conferì uno status di prestigioso, chiamando illustri studiosi d’oltre mare e valorizzando le intelligenze locali. In questo contesto rilanciò le Facolta di Giurisprudenza in breve tempo formarono un nucleo di giuristi destinati a giocare un ruolo centrale nelle vicende degli anni ‘90, dallo stesso Giovanni Maria Angioy a Luigi Liberti, da Luigi Tiragallo e….. Lostia, da Michele Obino ad Antonio Campus a Francesco Carboni (Birocchi). Giommaria Angioy - come altri - non solo si formò nell’Università riformata, ma ne fu subito anche docente, e veniva così a far parte di quella élite culturale che dagli studi aveva acquisito il gusto della libertà e dell’autogoverno e, dunque, era insofferente di ogni forma di dispotismo. Questa componente intellettuale coabitava e interloquiva con quella che, pur muovedo da una identica formazione, era protesa a proporsi negli uffici pubbici in funzione servente verso l’autorità e, nelle libere professioni come difensori degli interessi forti, feudali e dell’alta nobiltà. Si trattava in larga misura di un ceto nuovo, che pur non provenendo dalla base popolare, ma dai ceti abbienti delle campagne e delle città, rappresentava una componente sociale nuova.In questo ambiente Angioy, fine giurista, prima docente nella facoltà di Giurisprudenza poi giudice della Reale Udienza era certamente al centro del dibattito culturale. E se, da componente dell’organo più alto del Regnum Sardiniae, la Reale Udienza, non poteva certamente essere un agitatore sociale, ben poteva essere protagonista della riflessione e del confronto che in quegli anni tormentati si riaccendeva sulla spinta di eventi non comuni. Il vento della Grande Rivoluzione che soffiava in tutto il Vecchio Continente spirava anche nella Sardegna e seppure non infiammasse grandi masse, certamente ne risvegliava lo spirito d’iniziativa. E nelle élites culturali induceva a riprendere rifllessioni e a ripensare temi su cui l’attenzione era sopita. Così era tornato d’attualità l’antico rapporto fra il Regnum e la Corona, fra la nazione sarda e la nazione dominante. Era un dibattito costituzionale intrecciato con la discussione che muoveva dalla Francia e investiva tutta l’Europa e i rivoluzionari dell’America del Nord. Venne così ripensata la forma costituzionale del Regnum Sardiniae, che fu annoverata fra le monarchie miste, nelle quali le leggi sono frutto del concorso della volontè degli Stamenti, quali espressione della volontà popolare, sebbene “col parere e decreto Reale“. Questa teorizzazione doveva essere diffusa nel dibattito giuridico se essa è trasfusa nella tesi del 1791 di un brillante studente cagliaritano, Faustino Cesare Baille (Birocchi). C’era poi, strettamente connesso, il grande tema delle leggi fondamentali del Regno, uno degli aspetti centreli delle rivendicazioni dei sardi verso la Corona negli anni successivi. Ed anche su queste leggi il giovane Baylle aveva appuntato la sua riflessione, amche per l’influenza del fratello maggiore Ludovico, anch’egli addototoratosi nella facoltà di Giurisprudenza di Cagliari, che a Torino, dove era impiegato presso l’ambasciata spagnola, frequentava gli ambienti intellettuali dove era in pieno sviluppo il dibattito costituzionale anche per influsso della discussione e degli avvenimenti d’Oltralpe (Birocchi). Angioy, dunque, era ben a conoscenza di questi fermenti, che del resto attraversavano tutta la cultura giudica sarda del tempo, come ben emerge dal dibattito che accompagnò e seguì la proposizione delle cinque domande. Angioy, se non fu e non poteva essere uno dei promotori dello scommiato in quel fatidico 28 aprile del 1794, certamente discuteva di questi temi negli incontri che svolgeva nella propria abitazione, raccogliendo le più avanzate intelligenze sarde. Poi, essendo componente autorevole della Reale Udienza, fu uno di coloro che contribuì a porre le basi teoriche e pratiche del confronto con la Corona nel 1795. Ora, la sua estrazione sociale, la formazione culturale e i suoi interessi imprenditoriali consentono di collocare l’Angioy nella nuova componente intellettuale emersa dalle nuove Università boginiane, ma nell’ambito di questo ceto nuovo, stà fra coloro che, pur sonsapevoli dei propri doveri di alti funsionari del Regno, mantengono interamente la loro indipendenza personale e di pensiero. E’ una componente che si distinge daa quella che negli uffici mostra una propensione all’allineaento e al servilismo e nelle liberi professioni a supportare le posizioni e gli interessi della feudalità e dell’alta nobiltà da cui traggono i più redditizi mandati.

Ma anche nella componente “non bottegaia” dell’intellettualità si manifestano contraddiioni e incongruenze che alcuni studiosi hanno tacciato di doppiezza e …Ed è proprio l’atteggiamento verso i moti antifeudali precedenti al 1796 a sollevare dubbi, interrogativi e perplessità. Infatti, alcuni protagonisti delle tormentate vicende di quel periodo e lo stesso Angioy prima del 1796 assumono nei confronti dei moti delle campagne e delle città reali una condotta di contrasto, diversa e opposta a quelle dei cento giorni angioyani del 1796.In quel periodo tutta la Sardegna era in fermento. Dopo l’insurrezione di Cagliari si sollevò in armi la città di Oristano nel ferragosto del 1794. Si combatteva l’aumento dei prezzi e l’incetta del grano da parte dei ricchi commercianti. La questione aveva carattere generale e così il movimento si estese immediatamente alle città di Iglesias e di Bosa. Giungeva il tempo delle esazioni, mese di settembre, e la ribellione in armi investi il contado: tre ville, ricadenti nella giurisdizione del marchese d’Arcais, Bauladu, San Vero e Milis rifiutarono il pagamento. E qui ssorge il rebus. A mettere ordine ad Iglesias venne mandato dalla Reale Udienza il giudice Giovanni Maria Angioy, a Bosa la situazione venne riportata alla calma dai notabili locali, mentre nell’Oristanese, dove il moto aveva assunto maggiore virulenza ed estensione, il governo della Reale Udienza dovette ricorrere ad una spedizione militare. E qui a comandare la repressione fu un personaggio, allora poco noto, ma di sicura fede amgioyana, l’ufficiale di giustizia di Cabras Domenico Vincenzo Licheri (Carta). Fu al comando di un consistente nerbo di miliziani, che concorre in modo determinante alla repressione dei quei moti. E fu la Reale Udienza, di cui Angioy era autorevole membro, a conferire gli incarichi,  esercitando il potere viceregio, dopo lo scommiato del vicerè Balbiano. Contro Cabras, che non mostrava di non voler rientrare nei ranghi ci volle un intervento più deciso. E “tutta l’energia desiderata per questa repressione” la si trovò ”nell’uffiziale di giustizia della villa di Cabras Domenico Vincenzo Licheri, il quale, unito col cavaliere Raimondo Mameli prode uffiziale di marina spedito in quel porto da Cagliari con una mezza galera, riuscì con apparato imponente di soldatesca a ricondurre in Oristano l’ordine e la calma” (Manno). Ora questa partecipazione di Angioy e di suoi seguaci alla repressione dei moti ci dà indicazioni sulla posizione del futuro Alternos e dei suoi seguaci in quel periodo perché Iglesias, Oristano e Bosa non sono fatti isolati.  “La città di Oristano e il Campidano d’Arborea furono teatro, tra il 1789 e il 1795, di alcuni tra i sommovimenti delle plebi cittadine e delle masse contadine più violenti e significativi della Sardegna d’allora. Nell’agosto 1789 fu il villaggio di Solanas, infeudato al marchese d’Arcais don Damiano Nurra, ad aprire quella lunga serie di sommovimenti nelle campagne sarde, che sarebbero culminati nei moti del Logudoro tra la fine del 1795 e la prima metà del 1796. Gli abitanti di quel villaggio, seguiti subito dopo da quelli di Donigala, rifiutarono di versare nei magazzini del marchese d’Arcais i diritti feudali, costringendo un esiguo contingente della truppa regia a battere in ritirata. L’atto costò caro ai capi della ribellione antibaronale, che furono condannati a lunghi anni di galera13. Il moto di Solanas si svolgeva quasi in concomitanza con una delle tante ribellioni del villaggio di Thiesi, nel Nord dell’isola, contro il famigerato duca dell’Asinara don Antonio Manca. Le ribellioni contro l’esoso fiscalismo feudale ripresero con maggior virulenza e incisività nell’estate del 1793, pochi mesi dopo la vittoriosa resistenza dei sardi all’invasione dei francesi, prima nei villaggi di Ittiri, Uri ed Ossi, quindi in quelli di Sennori e Sorso, i cui abitanti si opposero agli esattori, dichiarando che rifiutavano di pagare fino a quando il feudatario non avesse fatto conoscere alla comunità i diplomi di investitura, da cui doveva risultare quali fossero i veri diritti feudali14. Inizia a far capolino in questi moti di Sorso quella che gli storici hanno definito l’opposizione legale contro il feudalesimo, che costituirà uno degli aspetti più caratteristici dei moti nel periodo più alto del movimento antifeudale, tra l’autunno 1795 e il giugno 1796″ (Carta). Questo è un punto centrale per la comprensione della formazione del programma e dell’azione di Angioy e dei suoi seguaci  Infatti, “alla classica jacquerie contadina si affianca un’esplicita rivendicazione di carattere politico che presuppone una cultura e una sensibilità storico-giuridica di cui i popolani non sono sicuramente in possesso” (Carta). Gli ispiratori di questi movimenti hanno dunque cultura politica e giuridica. Non è una forzatura vedere in questa nuova forma di rivendicazione l’affacciarsi nelle campagne dell’esigenza di una innovazione dei modi di produzione non diversa con quella che Giommaria Angioy praticava nella sua piantagione di cotone finalizzata alla produzione di berrette e in prospettiva di filati. Sono questi i segni della spinta di quella “nascente borghesia delle campagne, fornita di un discreto livello di cultura, impegnata in attività di trasformazione fondiaria e di affermazione di nuove forme di individualismo agrario, e perciò stesso in situazione fortemente conflittuale con il ceto ed il sistema economico feudali”. E’ nel vivo di queste lotte e nella definizione della strumentazione giuridica che Angioy e i suoi seguaci devono aver avviato una riflessione che li portò a spostare in avanti e in posizione più radicale il loro programma e la loro azione. Quelle lotte e gli strumenti ch’essi enucleavano consentivano infatti di dare soluzione credibile a due esigenze delle componenti che volevano il superamento del sistema feudale. Anzitutto la modalità pacifica del trapasso. Certo pacifico non vuol dire che una modificazione così epocale dell’economia e delle istituzioni possa avvenire in una sorta di “pranzo di gala”. Il peso degli interessi consolidati da cancellare è così grande che la lotta, anche ermata, è necessaria. Del resto i feudatari sono a capo di bande, pronte a scendere in campo. Le stesse proposte, per essere enucleate e deliberate nelle comunità, richiedono una neutralizzazione armata delle forze feudali. Ma l’idea del riscatto in luogo della jacquerie è un decisivo passo in avanti sulla via di una trattativa con le istituzioni. Poi c’è l’aspetto costituzionale, di cui Angioy e i suoi seguaci son ben consapevoli. I feudatari godono di un privilegio garantito dai trattati fra l’Arborea e l’Aragona e di quelli fra Spagna e Austria che hanno attribuito la Sardegna ai Savoia. Sono oggetto di leggi fondamentali di natura pattizia, intangibili perfino dal re se non in condizioni eccezjonali, nelle quali un ruolo decisivo giocano l’interesse generale e la diffusa condivisione popolare.C’è qui in nuce, ma in modo molto chiaro il superamento della posizione prevalente nello stamento  reale e che consente l’alleanza con le correnti meno aggressive dello stamento militare ed ecclesiastico. In origine c’era la contestazione dei diritti feudali e la richiesta di esibizione di prove di carattere storico-giuridico quali sono i diplomi di investitura. Questa posizione caratterizza l’inno di Francesco Ignazio Mannu, vero e proprio manifesto politico-ideologico della prima fase dei moti antifeudali di fine Settecento. Nel suo celebre incipit “Procurad’e moderare barones sa tirannia”, “sos abusos e sos  malos usos” c’è la richiesta, precisata più avanti, di vedere i titoli originari di concessione dei feudi e attenersi rigorosamente ad essi. Anche se - come ha notato Carta - inizia ad emergere una posizione più radicale.  “Deghe o doighi familias / s’han partidu sa Sardigna, / de una manera indigna / si nde sun fattas pobiddas; / divididu s’han sas biddas / in sa zega antighidade: / però sa presente edade / lu pensat rimediare” (strofa 7). “Sa zega antighidade”, ossia l’età buia in cui è potuto avvenire l’asservimento feudale, cui “sa presente edade”, l’età non più buia, l’età dei lumi, in cui l’uomo, confidando nelle armi della ragione, porrà rimedio alle storiche ingiustizie, riscatterà il popolo dai soprusi. E il riscatto avverrà appunto, ponendo a fondamento della battaglia politico-ideale i principi de “sa bona filosofia”, la filosofia del diritto di natura, che riconosce le comunità quali titolari della proprietà del bene fondamentale che è la terra, usurpato dai feudatari: “Meda innantis de sos fuedos / esistiana sas biddas, / e issas fini pobiddas/ de saltos e bidattones. / Comente a bois, barones, / sa cosa anzena es passada? / Cuddu chi bos l’ha’ dada / non bos la podia’ dare” (strofa 9). Riconosciuto il presupposto del diritto di natura, la forza cogente della ragione non può che inferirne l’illegittimità del diritto feudale, e conseguentemente la legittimità della sua eversione: “No es mai presumibile / chi voluntariamente / happa sa povera zente / zedidu a tale derettu; / su titulu ergo est infettu / de infeudassione / e i sas biddas reione / tenen de l’impugnare” (strofa 10)16. Queste strofe esprimono in modo efficace la nuova filosofia politica dei ceti emergenti del Settecento sardo, intonata ai valori e alla mentalità del secolo, mirabilmente aderente alla realtà locale, nella quale si opera la saldatura tra interessi e aspirazioni delle masse rurali e della nascente borghesia” (Carta). ed è nel passaggio dalla richiesta di moderazione alla lotta per l’eversione del feudo che si consuma la rottura, entro la componente dei “novatori” del Partito patriotico, fra i feudali moderati e gli antifeudali.  E’ questa la temperie culturale e politica che determina il cambio di passo di Angioy e dei suoi seguaci. Costoro nel 1796 compaiono sulla scena non  più nelle vesti di repressori dei moti antifeudali, ma come i loro ispiratori e sotenitori a capo delle armate popolari.Si è in presenza, per lui al pari di altri protagonisti dei moti antifeudali, come talvolta è stato scritto, di un condotte espressione di voltafaccia e doppiezza? Come conciliare l’Angioy, repressore dei moti di Iglesias nel 1794, e l’Alternos fomentatore dei moti del Logudoro nel 1796?Secondo taluni, a ben vedere, occorre ricercare la risposta guardando con attenzione al contesto in cui si è svolta l’opera di normalizzazione. “Nell’estate 1794 la Sardegna era governata dalla Reale Udienza, che aveva assunto i poteri viceregi dopo la cacciata dei piemontesi, ed Angioy era membro autorevolissimo di essa, capo ormai riconosciuto del partito dei novatori. Il suo invio ad Iglesias in qualità di commissario straordinario di governo per ricondurre la situazione alla normalità rispondeva ad una precisa politica di difesa e di rafforzamento delle recenti conquiste insite nella sollevazione antipiemontese: il ceto dirigente che aveva allora in mano le sorti dell’isola, fautore dell’autonomia contro il centralismo sabaudo, aveva tutto l’interesse ad evitare i moti scomposti nelle città e nelle campagne, che costituivano oggettivi elementi di freno all’avanzamento della rivoluzione sarda, per la salvaguardia della quale vengono impiegate le personalità più influenti, più popolari, più energiche e più capaci. Non si trattò, dunque, di una repressione in senso autoritario, contrapposta ai motivi di fondo che stavano alla base della protesta sociale; si trattò semmai di un’azione mirata ad incanalare i moti sociali nel disegno politico del partito patriottico” (Carta). Non diversa la spiegazione degli interventi normalizzatori di altri angioyani nelle altre sollevazioni da Oristano e del Campidano di Milis. Anche qui la repressione ”risponde alle esigenze proprie della politica del partito patriottico che a Cagliari ha in mano le redinidel potere”, pertanto l’intervento “non è sicuramente di segno reazionario, perché non si propone di ripristinare il potere feudale”. E non potrebbero esserlo perché non si trattava di funzionari di nomina baronale al servizio dei feudatari, ma di funzionari del governo regio (Carta).  Si tratta dunque di aderenti “al progetto politico che la classe dirigente isolana perseguiva in questo periodo di governo autonomo” (Carta).22E’ dunque il progetto che cambia nella componente angioyana e muta in relazione all’evolversi dei fatti. Le cose sono andate così. ”Durante il biennio che intercorre tra la l’estate del 1794 e il giugno 1796 il partito patriottico, […] sospinto dalle istanze concrete e dal malessere della società sarda, consolida e rende più incisivo il suo progetto politico, anche attraverso un processo di chiarificazione interna tra le diverse anime di esso. Si assiste dapprima alla contrapposizione tra l’ala reazionaria e quella riformista, con l’epilogo cruento dell’uccisione di Girolamo Pitzolo e del marchese della Planargia nel luglio 1795, che dà luogo alla vittoria e all’egemonia della componente riformista in seno al governo cagliaritano, guidato dalla figura duttile ed opportunista del viceré Vivalda, giunto nell’isola nel settembre 1794. La vittoria della componente riformista genera come conseguenza la ribellione dei feudatari sassaresi oltranzisti, che riescono a strappare dal sovrano l’equivoco regio biglietto del 29 agosto 1795, interpretato da essi come il suggello del disegno di secessione del Capo settentrionale dal legittimo governo viceregio della capitale. Quest’ultimo, per isolare i feudatari secessionisti e per scongiurare il rischio concreto della guerra civile, si affretta, con il consenso degli stamenti e dei feudatari del Capo meridionale, a introdurre concreti provvedimenti di riforma contro gli abusi feudali“.Ma qui la dunamica politica determina le condizioni per l’enucleazione in modo chiaro e netto di una compnente più avanzata e radicale. ”Le popolazioni del Logudoro, incoraggiate dallo stesso governo viceregio e dalle rappresentanze stamentarie, non si limitano a contenere nell’alveo della legalità la contestazione degli abusi del sistema feudale, ma si accingono a combattere in modo più deciso i feudatari ribelli: il 28 dicembre 1795 un improvvisato esercito contadino giunge ad espugnare la città di Sassari loro roccaforte. La marcia del notaio Francesco Cilloco e dell’avvocato giacobino Gioachino Mundula da Sassari verso Cagliari con il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre in stato di cattività costituisce l’episodio più significativo del sogno di riscatto delle popolazioni isolane: il sistema feudale sembrava finalmente debellato!” (Carta)24.E’ questa prima marcia su Cagliari del fiore del Logudoro, che fa fare ad Angioy uno scatto, una sua scelta radicale. Egli vede nella forza di quel movimento, nelle modalità di svolgimento, pressione armata ben disciplinata, Strumenti di unione gli ingredienti per superare in forma pacifica, con una rivoluzione legalitaria non violenta, il sistema feudale, vede le condizioni per poter modificare una dei privilegi contenute in una legge fondamentale del regno per sua natura intangibile.Questo progetto proprio per questa sua pretesa di eversione del sistema feudale costituisce un superameento delle cinqque domande, di cui ora dobbiamo parlare più diffusamente.

III

Le cinque domande: la carta rivendicativa dei ceti privilegiati e moderati

 In seguito alla cacciata dei francesi dalla Sardegna il re Vittorio Amedeo III,  si congratulò con i sardi, ma non soddisfò le aspettative delle forze che avevano assicurato, armi in pugno, il respingimento sul campo. Ci furono sì alcuni riconoscimenti ma non verso i sardi che avevano combattuto. Il contegno irritante del rappresentante del re in Sardegna fece accrescere il malcontento popolare nei confronti del governo piemontese.Il 29 aprile 1793 i rappresentanti degli Stamenti si riunirono per presentare una formale petizione al re.Le richieste, dette “cinque domande” perché formulate in cinque punti, costituiscono una piattaforma politica, secondo molti studiosi a forte connotazioni autonomistiche; esse prevedevano:1) il ripristino della convocazione decennale dei Parlamenti, interrotta dal 1699;2) la riconferma degli antichi privilegi, soppressi pian piano dai Savoia nonostante il Trattato di Londra;3) la concessione ai Sardi di tutte le cariche, ad eccezione della vicereale e di alcuni vescovadi;4) la creazione di un Consiglio di Stato, a fianco del viceré, per la gestione degli affari ordinari;5) la creazione in Torino di un Ministero per gli Affari di Sardegna.

Sulle cinque domande molto si è discusso e si discute. Molti vedono in essa la Carta dell’autonomismo sardo e danno rilievo alla contrapposizione con la Dominante piemontese. Vi è stato chi (Umberto Cardia, 5 s.) ha visto in esse il riemergere “dell’idea e del sentimento di autonomia“, la cui coninuità, in Sardegna, è da ricercarsi in quella ideale Carta dei diritti che,”proposta alle soglie del ‘500, dopo la fine della resistenza degli Arborensi, da quel momento continua a proporsi tenacemente in tutti i parlamenti e fuori dei parlamenti, nell’epoca spagnole e in quella del dominio piemontese…. Per svalutarla la storiografia savoiarda e quella che ne ha accolto acriticamente l’eredità anche in Sardegna hanno continuato e continuano ancor oggi a parlare, a proposito dei Cinque punti della Carta dei diritti della Sardegna del 1793-94, di rivendicazioni cetuali e corporativi, dirette alla restaurazione di antichi anacronistici rivilegi o espressione di una famelica, egoistica scalata agli impieghi civili e militari”. E soggiunge: “Che nel compromesso raggiunto tra classi e ceti sociali dell’isola confluissero interessi concreti, personali e di gruppo, di natura economica e sociale non pare potersi mettere in dubbio. Ma è altrettanto vero che gli interessi particolaristici venivano, in quel momento come in altri del passato (per esempio nel periodo 1664-68 della lotta antispagnola), sentiti e proposti come l’espressione degli interessi generali dell’intera collettività“. Questa posizione trova poi una base giuridica nel dibattito sviluppatosi sul concetto e il valore delle leggi fondamentali (Birocchi). Si muoveva dal loro carattere pattizio, perché avevano formato oggetto di trattati internazionali e si giungeva alla conclusione ch’esse erano immodificabili unilateralmente. Prima la pace fra gli aragonesi e gli arborensi con cui la Sardegna passava alla Spagna e poi con gli accordi di Vienna e il Trattato di Londra del 1718 che la trasferiva ai Savoia.Il Trattato disponeva (art. X) la rimessione del possesso dell’isola al re sabaudo con l’intera sovranità mentre i piivilegi degli abitanti del Regno “seront conservée comme ils en ont jouis sous la dominatio de Sa Majesté Impèriale et Catholique“. Ed effettivamente Vittorio Amedeo II insediandosi nel Regnum Sardiniae s’impegno a rispettare solennemente “leges, privilegia et statuta” nella stessa forma in uso nella dominazione precedente. Ora questi obblighi nascono non da atti del Regno, ma da trattati internazionali e si traducono nel riconoscimento di uno statuto speciale di autonomia, ossia nel mantenimento di esso quale era venuto enucleandosi prima delle cessione dell’isola ai Savoia. L’intangibilità del vincolo così assunto dal re sabaudo è indiscutibile, anche perché garantita dalle potenze firmatarie dei trattati. Non c’è dubbio che questa ricostruzione sil piano giuridico formale è ineccepibile, il Regnum aveva istituzioni e leggi non disponibili dal re sabaudo, e, dunque, non si può negare ch’essa mettesse ila Sardegna al riparo da incurzioni legislative o peggio di fatto del re, tuttavia - come sempre in queste questioni - bisogna vederne il contenuto. Qualche anno dopo Francesco d’Austria d’Este, dopo un suo viaggio in Sardegna, formulava una Descrizione della Sardegna, e nel capitolo sugli Stamenti, elencava le principali leggi fondamentali del Regnum. Ne indicava dodici, ra le prime, la terza, prevede il sistema feudale, con annessa la riserva della potestà giuridizionale di prima istanza in capo ai baroni e in seconda istanza ai magistrati regi. Non mancavano i prilegi nobiliari e quelli ecclesiastici (Birocchi 15). Prende risalto in questo contesto, per gli effetti che avrà nel c.c. triennio rivoluzionario sardo, l’inserimento fra le leggi fondamentali della permanenza della titolarità in capo a baroni spagnoli dei feudi sardi, a garanzia dei quali si ergeva la Spagna, che si era addirittura garantita la reversibilità della Sardegna in assenza di discendenti maschi dei re sabaudi.L’individuazione delle leggi fondamentali del Regno, pur con tutta la buona volontà, rende difficile parlare di Carta dei diritti e non sembra frutto del desiderio di svalutazione parlare “a proposito dei Cinque punti della Carta dei diritti della Sardegna del 1793-94, di rivendicazioni cetuali e corporativi, dirette alla restaurazione di antichi anacronistici privilegi o espressione di una famelica, egoistica scalata agli impieghi civili e militari” (Cardia). L’individuazione delle leggi fondamentali recepite nelle cinque domande svela anche il contenuto del “compromesso raggiunto tra classi e ceti sociali dell’isola”, ci indica quali “interessi concreti, personali e di gruppo, di natura economica e sociale” vi siano confluiti. Si ripete: il sistema feudale. i privilegi dei nobili e del clero. Se è, come è, così, si può affermare “che gli interessi particolaristici venivano, in quel momento, […] sentiti e proposti come l’espressione degli interessi generali dell’intera collettività“. Certo ogni gruppo dominante scambia i propri pert interessi generali. Ma il sistema feudale e i diritti dei baroni ricomprendono quelli dei vassalli? E in quel particolare momento storico li ricomprendevano se è vero come è vero che le campagne soprattutto nel Nord Sardegna erano in grande feremento contro quel sistema e quei diritti? Il compromesso, dunque, riguardava feudatari, nobili, clero e ceti professionali urbani con la rivendicazione della privativa degli impieghi, ma escludeva due dei protagonisti di quel tormentato periodo: i vassalli e il mondo delle campagne e gli artigiani. Guarda caso i ceti che danno vita alla rivoluzione dal basso in quegli anni. Di più gli interessi di questi ceti sociali sono incompatibili con i privilegi feudali e nobiliari e in larga misura anche con quella parte dell’intellettualità delle professioni intimamente legata a quelli. La domanda di privativa degli impieghi è compatibile con gli interessi dei ceti subalterni solo in riferimento all’intellettualità culturalmente materialmente affrancata dal sistema feudale e nobiliare. Di per sé non contrasta con gli interessi degli artigiani, e più in generale con le i ceti popolari urbani, e neppure con quelli dei vassalli. I punti di contrasto sono gli altri, in particolare i privilegi. Non si è lontani dal vero, dunque, se si afferma che il compromesso alla base delle cinque domande vede come protagonisti i feudatari disponibili  a “limitare” i loro privilegi a quelli previsti all’origine dalla carte di concessione, il clero e il ceto professionale subalterno ad essi. Se confrontiamo le leggi fondamentali del Regno individuate da Francesco d’Austria-Este con le cinque domande ci accorgiamo che rispetto al blocco pregresso di privilegi, già accordati e parzialmente dimenticati, c’è un’aggiunta: la privativa degli impieghi per i sardi. E’ vero che nel Ragionamento giustificativo delle cinque domande si nega la novità della rivendicazione, ma si conferma la novità del privilegio. La domanda non era nuova perché già fatta e reiterata, ma mai accolta: “…le tracce imitando dei suoi Maggiori, venne il Regno a proporre una domanda non nuova, giacché si fece […] già nei medesimi termini quasi in tutte le Corti…“. Questa è la novità che si rivendica, anche mutuando le categorie giuridiche di cui i protagonisti della vicenda erano imbevuti. Infatti, si definisce novazione, in termini giuridici, l’estinzione di un rapporto di obbligazione tra due parti con conseguente nascita di uno nuovo, rispetto al precedente mutato nel titolo o nell’oggetto. Qui in realtà la novazione è parziale e riguarda appunto la introduzione dell’obbligo di riservare ai sardi gli impeghi nell’isola, mentre per il resto il rapporto viene confermato e in questo modo riesumato. Ne rimangono fuori, sul piano politico, gli intellettuali indipendenti, e, sul piano sociale, i vassalli, i ceti artigianali e popolari delle città, anche se su questi ultimi i primi esercitano una certa egemonia. Se, dunque, ai sostenitori delle cinque domanda si è dato e si dà tralatiziamente il nome di “novatori“, la ragione la si può trovare principalmente in questo, non perché essi intendessero mutare l’essenza del sistema, che anzi volevano, con l a sola aggiunta che si è detta, conservare. Dunque, a voler guardare le cose senza infingimenti o pregiudiziali ideologiche, la loro vera natura è quella di conservatori.
Una conferma del carattere parziale e classista delle cinque domande viene dalle dieci domande degli artigiani e dei ceti popolari cagliaritano. Al culmine della mobilitazione popolare, tre giorni dopo l’uccisione del Pitzolo e l’arresto di Paliaccio, destinato alla stessa fine per mano dei capipopolo, viene consegnata al Parlamento una Rappresentanza del popolo, con dieci richieste secche: I) accrescerela forza delle milizie cittadine; II) rifiutare l’arruivo di truppe provenienti dalla terraferma; III) togliere i cannoni (che il marchese della Planargia voleva utilizzare contro i sobborghi) dal Castello e collocarli fra le batterie della Maruna; IV) sequestrare le carte del Pitzolo e del Paliaccio; V) ripoporre la proposta del Consiglio di Stato; VI) sottrarre la materia giuridica all’intendenza di finanza e trasferirla alla Reale Udienza; VII) avanzare di nuovo la richiesta della orivativa degli impieghi per i nazionali sardi, senza alcuna limitazione; VIII) reiterare la domanda dell’istituzione di un ministero per gli affari della Sardegna, con eslusione di qualunque altro ufficio che a Torino si occupasse dei problemi isolani; IX) nominare come ambasciatori degli stamenti Gianfranco Simon (abate Salvenero e Cea, membro delle sstamento ecclesiastico ed esponente della componente dei novatori) e Ludovico Baylle (giurista, stiorico, bibliofilo e antiquario di provata fede antiassolutistica) affinché ripresentassero al sovrano le domande del regno; X) vietare tassativamente a chiunque di condannare i protagonisti delle giornate del 29 aprile e del 6 luglio. Il documento chiedeva infine una rigorosa vigilanza “sulla condotta delle persone poco affette alla Nazione” e una richiesta da parte degli stamenti di una sollecita convocazione delle Corti per delberare dulle domande.Non c’è dubbio che in queste richieste vi sia la pressione per una radicalizzazione della battaglia neu rugyuardi del governo di Torino (Francioni), ma ciò che colpisce è quanto resta in esse delle cinque domande o meglio quanto di queste viene omesso. Ad una veloce analisi si può dire che alcune rivendicazioni sono strettamente connesse alle sollevazioni in corso: l’amnistia per  i protagonisti di quei fatti, l’incrmento della milizia urbana, non si dimentichi comandata da Vincenzo Sulis, anch’esso protagonista di quelle giornate, e il rifiuto di armate provenienti dal Piemonte. Si voleva cioè scongiurare non solo una repressione giudiziaria, ma anche un intervento contro il popolo delle forze armate, sul preupposto che le milizie cittadine non avrebbero svolto quella funzione, avendo esse stesse contribuito alla conquista del Castello e allo scommiato dei Piemontesi e del vicerè. Delle cinque domande venicani reiterate quelle non sontrastanti con gli interessi popolari: la privativa degli uffici pubblici ai sardi, la creazione del Consiglio di Stato a Cagliari e il Ministero per gli affari della Sardegna a Torino. Nella stessa direzione si può considerare la richista di sottrazzione del contenzioso spettante all’intendenza di finanza per affidarlo alla Reale Udienza. Uno spostamento razionale di uno spezzone importante di attività giurisdizionale dall’amministrazione alla Magistratura ordinaria (una riforma che andrà curiosamente a buon fine solo in epoca recente in ossequio allaCostituzione repubblicana che preclude funzioni giurisdizionali aad organi amministrativi). Manca invece nelle domande di parte popolare la conferma della seconda domanda, quella contenente la richiesta di salvaguardia dei privilegi garantiti dalle leggi fondamentali del Regno, ossia il mantenimento del sistema feudale e dei privilegi nobiliari, previsti nel Trattato di Londra. Credere che questa sia una dimenticanza e non una omissione discussa e deliberata è una forzatura. No, bisogna ammettere che la parte popolare di Cagliari si batteva per l’autonomia del regno, ma non per i privilegi dei baroni e dei nobili, che mentre il vento della Grande Rivoluzione spazzava l’Europa non risparmiava di spandere, se non adesioni esplicite, positive suggestioni anche nelle forze più combattive della nostra isola. E, infatti, se i popolani cagliaritani non erano, almeno nelle componenti più agguerrite, dalla parte dei barones, certo non erano con loro i vassalli che anzi erano in fermento in tutta l’isola e da alcuni anni davano vita a lotte di grande forza e di indubbia intelligenza.Come sempre accade in queste vicende, la situazione era più complessa perché ogni ceto era attraversato da divisioni interne. E così fra i baroni c’era l’ala integralista, rappresentata principalmente dagli spagnoli e da quelli del Capo di Sopra che difendevano lo stato di cose esistente, compresi gli abusi, ossia le pretese non fondate sulle concessioni originarie, mentre ve ne erano altri, specie nel Capo di Sotto, che erano disponibli a rinunciare ai privilegi non concessi ma introdotti con la prepotenza. Fra gli ecclesiastici c’era poi il basso clero che faceva lega coi vassalli e fu uno dei soggetti che indirizzò e guidò le rivendicazioni insieme all’intellettualità indipendente, che si distingueva da quella delle professioni, parte della quale era legata ai feudatari per via delle lucrose cause feudali. Ma fra gli stessi artigiani, i sanculotti sardi, erano attraversati da divisioni. In una lettera del 6 giugno 1795, ossia un mese prima dell’uccisione di Pitzolo e di Paliaccio, avendo conoscenza di ciò che bolliva in pentola, “i maggiorali degli argentieri. di Sant’Erasmo, dei cavatori, dei bottai, dei vasellai, e mattonieri, dei fabbri ferrai, dei pescatori, dei faegnami, dei calzolai, e degli ortolani, prendevano rispoutamente posizione contro le voci di sommossa, i libelli eversivi, i discorsi di incitamento al tumulto ed i pressi esorbitanti stabiliti, secondo gli estensori frlla missiva, da alcuni artigiani nella vendita dei prodotti” (Francioni). Insomma, c’erano settori della componente più combattiva e decisa, che mettevano le mani avanti e si chiamavano fuori dalla mobilitazione, manifestando adesione alle posizioni moderate eistenti negli stamenti e negli organi di governo.Questa situazione frammentata spiega l’altalenante andamento delle lotte dal 1794 al 1976 e il tragico sbocco repressivo degli anni successivi.Si obietta che nel ‘93 sardo è ben individuabile uno spirito nazionale, ed è vero, ma di quale nazione? Di quella che faceva dire a Luigi XVI davanti al Parlamento di Parigi il 19 novembre 1787 “que le roi est souverain de la Nation et ne fait qu’un avec elle” o è quella contenuta nella risposta che il 14 febbraio 1790 l’assemblea gli risponde con la seguente apostrofe rivolta al popolo francese: “La nation c’est vous; la loi c’est encore vous;  le roi n’est que le gardien de la loi”. Ora non sembra azzardato pensare che nelle 5 domande i proponenti pensassero ad una “nazione” simile  quella che aveva in testa Luigi, mentre nelle compnenti popolari più agguerrite delle città e delle campagne e in una parte dell’intellettualità sarda protagonista del triennio 93/96 andava certamente formandosi e consolidandosi l’idea di nazione enucleata pochi anni prima dall’assemblea francese.Tornando alle cinque domande, gli Stamenti decisero di mandare a Torino una delegazione di sei membri, due per ogni Stamenti, incaricata di presentare e illustrare al sovrano le rivendicazioni. I sei rappresentanti partirono per Torino divisi in due gruppi: il primo si imbarcò il 29 giugno da Porto Torres ed era composta dal rappresentante dello Stamento militare Girolamo Pitzolo e dal rappresentante dello Stamento reale Antonio Sircana; il secondo partì da Cagliari il 18 luglio e ne facevano parte i rappresentanti dello Stamento ecclesiastico Pietro Maria Sisternes e il vescovo di Ales Michele Aymerich, il rappresentante dello Stamento reale Giuseppe Ramasso e il rappresentante dello Stamento militare Domenico Simon.Il 4 settembre tutta la delegazione si riunì a Torino, ma il re Vittorio Amedeo III era impegnato nella guerra contro la Francia presso il quartier generale a Tenda; perciò non li ricevette subito e dispose, con un regio biglietto spedito al vicerè, la sospensione delle sedute degli Stamenti. Il viceré Balbiano non consegnò subito agli Stamenti il biglietto regio riguardante l’ordine di chiusura delle sedute stamentarie in quanto prima voleva prima assicurarsi che il Parlamento sardo votasse il donativo. Dopo il voto sul donativo il vicerè comunicò ai deputati degli Stamenti la chiusura delle sessioni, che venne accolta con molto disappunto, sebbene tutti e tre gli Stamenti alla fine abbiano obbedito all’ordine del sovrano.A Torino l’ambasciata stamentaria fu ricevuta dal re solamente tre mesi dopo il suo arrivo e per l’intercessione del cardinale Costa d’Avignano, arcivescovo di Torino. Il re accolse così i deputati sardi e comunicò loro di voler fare esaminare le cinque domande da una commissione, presieduta proprio dall’arcivescovo. In effetti la discussione si accese sul punto che maggiormente interessava la rappresentanza sarda: la domanda del privilegio delle mitre e degli impieghi. Il dibattito fu vivace. Si prospettò alla commissione il pericolo di un sommovimento in caso di risposta contraria, perché ritenuto ingiusto e  ontrario ai privilegi del Regno. Don Domenico Simon, ch’era uno storico oltre che un valente giurista, non mancò di richiamare l’origine della pretesa: nientemeno che la pace conslusa il 31 agosto del 1386 fra Pietro IV d’Aragona e gli ambasciatori di Eleonora d’Arborea. Fu lì che il re di Spagna assunse l’obbligo di accordare ai sardi il privilegio degli impieghi. Ma da parte della commissione si eccepì che nel fare quella concessione “non si voleva però astringere, nè legare il suo potere che dovea essere libero“; insomma “lo Senyor Rey […] non se streyneria com no “vulla ligar qui den esser franch“, non volle legare ciò che doveva essere libero. ( pag. 53 Scano). Insomma la risposta, salva un’apertutra sul Consiglio di Stato, fu negativa su tutto il fronte e sopratutto sul privilegio degli impieghi, ch’era ciò che più interessava. L’affronto sostanziale fu poi accompgnato da uno sgarbo formale, ma non meno grave. Il Ministro Graneri comunicò la rispsta direttamente agli stamenti, senza averla prima trasmessa ai rappresentanti.La risposta negativa e lo sgarbo suscitarono il malcontento generale. Fu così che maturò l’idea della cacciata dei piemontesi dall’isola. Il vicerè per bloccare ogni manifestazione popolare sul nasce ebbe la pessima idea di ordinare l’arresto dell’avv. Vincenzo Cabras e del genero avv. Efisio Pintor ch’erano stati i maggiori ispiratori delle cinque domande anche perché erano particolarmente interessati ad una: il privilegio degli impieghi. Fu così che la popolazione insorse e in breve invase il palazzo reale e disarmò i soldati e le guardie. Vincenzo Sulis, capo carismatico dei miliziani, prese il controllo militare del Castello. In base alle leggi fondamentali del regno, non potendo il vicerè e il comandante delle armi esercitare le loro funzioni, la Reale Udienza assunse immediatamente le redini del governo come nel 1668 dopo l’uccisione del viverè Marchese di Camarassa. I piemontesi furono tutti arrestati e rinchiusi in vari conventi. Il vicerè e il reggente fu concesso di stare nel palazzo reale in stato di arresto. Al segretario Valsecchi, distintosi per la sua ottusità, non fu concesso neanche questo riguardo e fu ronchiuso nella Torre dell’Aquila.La Reale Udienza, data la situazione straordinaria, decise in buona sostanza di riunirsi in permanenza, così anche Giommaria Angioy fu della partita. Le riunioni, aperte al popolo, presero subito decisioni inportanti; la distribuzione di pane al popolo e alle milizie, il pronto imbarco dei piemontesi, ad eccezione dell’arcivescovo per rispetto e di alcuni funzionari come ostaggi fino al rientro da Torino dei deputati sardi. Lo scommiato del viceré e degli altri piemontesi avvenne la mattina del 30 cosìcché la Reale Udienza nella seduta del pomeriggio poteva annunziare che “si era eseguita l’imbarcazione del balio Balbiano e del Generale Le Flecher accompagnati da vari membri dei tre stamenti e da altre persone ragguardevoli del popolo con tutto silenzio e decenza“. (Scano, pag. 60). Ed è proprio questa compostezza che dimostra “la serità e la sincerità dei promotori e la maturità del popolo alla soluzione dei problemi cittadini (Scano). In realtà, prova un altro elemento rilevante, e cioè che la maggioranza stamentaria e la Reale Udienza avevano pienamente in mano la situazione, riuscendo a gestire con autorebolezza una situazione del tutto eccezionale, nientemeno che l’arresto e l’espulsione del vicerè, sull’onda di una sollevazione popolare. Il popolo era padrone della piazza, ma non dello sbocco da dare all’azione del novimento. Quanto ai protagonisti il Manno annovera fra i promotori anche quella magagna dell’Angioy, ma non fornisce prove. In realtà, l’uomo di Bono si occupa della sua coltivazione di cotone, della fabbrica delle berrette, nella quale aveva investito forti somme, ma sui fatti della primavera incide soltanto dalla sua postazione di membro della Reale Udienza, insomma in modo impersonale, concorrendo alle deliberazioni di un organo collettivo.

IV       

 

 

1795. Angioy sempre più protagonista. L’uccisione di Pitzolo e Planargia e la conquista di Sassari dall’esercito contadino capeggiato da Cilocco e Mundula.

E’ nel 1795 che Angioy diviene sempre più protagonista, anche se il suo status di membro della massima istituzione giudiziaria e politica del regno lo lasciano fuori dall’agone politico più visibile, ossia dal movimento di lotta popolare. A Cagliari se il 1794 è l’anno dello scommiato, il 1795 è segnato dall’uccisione dei Pitzolo e Planargia, mentre nelle campagne, sopratutto nel Capo di Sopra, la lotta antifeudale raggiunge i massimi livelli di combattività e di consapevolezza.A Cagliari la mobilitazione è innescata dalle nomine regie ai posti rimasti vacanti dopo lo scommiato dei piemontesi. Con patenti del giugno del 1794 Torino nominò alla Reggenza Don Gavino Cocco, anziano magistrato; all’Intendenza Generale il Cav. Pitzolo e a Generale delle Armi il Marchese di Planargia, mentre come Govermatori di Sassari e di Alghero vennero nominati il Cav. Santuccio e il Cav. Carroz. La notizia suscitò un forte dibattito con diverse oisizioni, C’era chi era sollevato perché coglieva in queste scelte un indirizzo volto alla restaurazione dell’ordine e della legalità, un ritorno alla vita normale, mentre un’altra a parte sollevò censure formali perché la nomina non era stata preceduta dalla formulazione delle terne, ma in realtà, come sempre avviene quando vengono avanzate questioni procedurali, l’opposizione è di merito. Il Planargia era un rude soldato, privo di qualunque acume e tatto politico, che come unica misura nei riguardi dei movimenti vedeva il loro isolamento e la repressione armata. Fra l’altro si mormorava che il nuovo generale delle armi intendesse, malgrado l’amnistia, procedere contro quanti avevano partecipato alla sommossa di aprile. Il Pitzolo era sulla stessa linea. Benché avesse acquisito molta popolarità per la sua azione sul campo contro l’attacco dei Francesi ai primi del 1793, mal tollerava il protagonismo popolare. Dopo il suo rientro da Torino, quale componente della delegazione per perorare l’accoglimento delle cinque domande, accortosi che alle riunioni degli stamenti e della Reale Udienza partecipava una gran folla e che in essa prevalevano i capi emersi nel movimento popolare, iniziò un’azione, d’intesa col Planargia, per contrastare questa forma di partecipazione. “Temperamento aristocartico e insofferente di sopraffazioni, egli non ammetteva queste interferenze e tanto meno nell’amministrazione della giustizia e perciò si adoperò energicamente perché in questi organi   cessasse quel disordine che, giustificabile nei giorni immediati al movimento popolare, dopo un mese e più non era ammissibile” (Scano 69). Ottenne ovviamente l’appoggio di alcuni magistrati reazionari, come i giudici Valentino e Pau (futuri sanguinari repressori dei seguaci di Angioy) ed anche di quella parte della cittadinanza, che in quella stagione tormentata preferiva starsene a casa.E l’Angioy? Cosa pensava l’Angioy? Non era quello un tempo di esternazioni, sopratutto per un membro della massima magistratura del Regno, ma è intuibile che l’Angioy fosse di opinione opposta e che nella pressione partecipativa dei ceti popolari iniziasse a intravedere la tendenza ad un superamanento del parlamento per ceti. Una spinta insomma nella stessa direzione ch’egli aveva imboccato in campo economico con la produzione del cotone e la fabbrica di berrette. Certo è che l’Angioy col Cabras, il Pintor, il Sulis e il Cadeddu animavano in quel momento il partito dei c.d. novatori. Del resto l’ostilità del Pitzolo e del Planargia contro Angioy è attestata da due lettere del luglio 1794 del primo al secondo (non ancora giunto in Sardegna). In esse si dice che a capo dei facinorosi seguaci delle idee francesi c’era “Don Gio. Maria Angioy; questo era il maggior oppressore del Magistrato che sosteneva le proposizioni del Popolo e che senza alcun riguardo alla giustizia sosteneva l’anarchia“.  E suggerisce un modo per smascherarlo: “il modo di conoscerlo consiste nel domandare da ogni Giudice in particolare, giusta la sua coscienza informazioni sulla condotta tenuta dal tale, assicurandogli il segreto…“. Il Pitzolo, messosi a capo del partito reazionario, evidentemente sapeva di avere adepti nella Reale Udienza e sapeva anche ch’essi, garantiti dal segreto, avrebbero accusato l’Angioy (Scano). Insofferente di opposizioni. il suo temperamento lo spingeva a violenze verbali e comportamentali come dimostra l’uccisione in duello di un suo rivale e il contrasto con l’Angioy per un biglietto di convocazione ad un’udienza ritenuto poco riguardoso.Il Pitzolo e il Planargia non erano adusi alle armi della dialettica, ma alla dialettica delle armi, e così, freschi di nomina, formarono delle liste di proscrirzione inserendo l’Angioy, il Cabras, il Pintor, l’avv. Cadeddu, Vincenzo Sulis, Raimondo Sorgia ed i loro seguaci. Da notare che tre di costoro non vennero mai cancellati dalle liste di proscrizione, se è vero, come è vero, che il Sulis fu incarcerato a vita nel 1799 e Salvatore Cadeddu e Raimondo Sorgia furono mandati al patibolo nel 1813 come esponenti del club di Palabanda.L’intento repressivo non fu celato, se è vero che il Planargia, non appena giunto a Cagliari, fece installare in Castello alcuni cannoni per avere sotto tiro i quartieri, da cui provenivano i le inizitive popolari. Non solo,il suo zelo era tale che, quando ancora era Torino, sulla spinta delle informazioni e dei consigli di Pitzolo, prospettò l’opportunità della richiesta di un contingente straniero di duemila uomini per richiamare all’obbedienza e all’ordine i più tubolenti (Scano). Se a Cagliari il movimento popolare  era in fermento non da meno erano le campagne e le altre città. Ad Iglesias, Bono e Oristano scoppiavano sollevazioni per la scarsezza dei viveri. Nelle campagne i vassalli in molti centri si sollevavano in armi contro i feudatari.Frattanto il 6 settembre giungeva a Cagliari il nuovo viceré Vivalda, che si trovò subito a doversi barcamenare fra i reazionari e i novatori. Non impiegò molto a capire che l’ala moderata e progressista aveva la prevalenza negli stamenti e nella Reale Udienza e un forte radicamento nei quartieri popolari. La linea repressiva di Pitzolo e Planargia parve subito avventata e rischiosa perché, se effettuata, avrebbe innescato una vasta sollevazione popolare dagli esiti incerti, e comunque agli antipodi con l’esigenza di pacificazione che il governo auspicava. Fu questa convinzione fondata sul buon senso ad indurre Vivalda a bloccare il dispaccio col quale il 10 giugno 1975 il Ministro Conte Galli aveva accordato al Planargia la forza armata per procedere agli arresti dei proscritti inserite nelle sue liste. Trovò anche un modo ingegnoso per sospendere l’ordine proveniente da Torino. Chiese l’elenco delle persone da arrestare e la motivazione di questa grave misura.Questa interlocuzione fece sì che la notizia si diffondesse in tutta Cagliari. Gli stamenti reagirono con prontezza ed energia. Deliberarono di proporre al vicerè la sospensione del Pitzolo e del Planargia dai prorpi incarichi onde evitare immancabili disordini. Il 6 luglio la delegazione stamentaria veniva convocata al Palazzo Reale per illustrare la deliberazione. Ma il popolo non attese l’esito dell’incontro. Prima che la delegazione giungesse al Palazzo insorse. Il Planargia, colto di sorpresa, si rifugiò in casa d’Albis e poi venne arrestato. Il Pitzolo si barrico in casa sua e fece fuoco sulla folla, ma poi fu costretto ad arrendersi e fu condotto dal viceré. Le disposizioni di Vivalda lasciano ancora oggi perplessi. Ordina che il Pitzolo sia condotto alla vicina Torre di S. Pancrazio per esservi rinchiuso in attesa delle decisioni del sovrano. Sostanzialmente lo consegna alla folla che, com’era facile prevedere, appena usciti dal Palazzo lo trucidarono insieme al suo amico Meloni, che fu fucilato. Il Planargia fu rinchiuso nella sala degli alabardieri sotto la vigilanza degli insorti. Poi su ordine del vicerè fu tradotto in arresto in una camera dell’Episcopio e successuvamente rinchiuso nella Torre dell’Elefante. Gli Stamenti frattanto chieserò al viceré di sequestrare e rendere pubbliche le liste di proscrizione del Planargia. La pubblica lettura, fatta in una riunione degli stamenti, fu una sentenza contro il generale delle armi. Suscitò una tale indignazione e rabbia nel folto pubblico di parte popolare, che la folla corse alla torre, trasse il generale nella piazzetta antistante e lo freddò con una fucilata.La piena vittoria dei novatori a Cagliari con l’uccisione di Pitzolo e Paliaccio, scatena la reazione di Sassari dove più forte è la presenza dei baroni integralisti e dove non è mai sopita la rivalità verso la capitale del regno. Così, ritenendo che a Cagliari avesse vinto il “partito dei francesi“, il governatore di sassari Santuccio ritenne opportuno, d’intesa con l’arcivescovo della Torre e del giudice Andrea Flores, d’inviare il 9 luglio una a lettera lord Elliot, comandante in quel momento della flotta in Corsica, invitadolo prepararsi ad impedire uno sbarco dell’Armée in Sardegna. Questa richiesta ad un’autorità di una potenza straniera, all’insaputa del vicerè, era di una gravità straordinaria e preludeva ad un’altra iniziativa di assoluta temerarietà: la pretesa di separazione di Sassari da Cagliari. Era la secessione del Capo di Sopra, ispirata dai baroni e dal clero, e accolta con favore da una parte della cittadinanza, ad eccezione di una non fitta schiera di francofili con a capo l’avv. Gioachino Mundula.Una mossa così stravagante ed ardita doveva essere stata concordata col ministro Galli e suscitò a Cagliari una grande indignazione quando lo stesso Elliot informò il viceré. La reazione degli stamenti e della Reale Udienza, egemonizzati da Cabras, Pintor e Angioy, fu ancora una volta immediata. I tre stamenti si riunirono il 31 e assunsero una delibera da inviare al re di assoluta fermezza. In essa si stigmatizza la gravità dell’ “attentato del governatore di Sassari” anche in ragione del “carattere che ha sempre distinto gli abitanti di questa Capitale di sudditi attaccati lealmente al loro Augusto Sovrano“. E viene dettata la risposta da inviare a lord Elliot. In essa si esprime “sorpresa dell’inconsiderata condotta del Goveratore di Sassari, il quale non potendo ignorare la sua assoluta dipendenza dal Rappresentante di S. M.“, ha mostrato una così grave leggerezza da prestar fede au una lettera anonima “ed altamente opposta alla verità” tanto da “invitare una potenza straniera“, a “portarsi in questo Regno ad agire ostilmente“. Il vicerè trasfuse la delibera in una propria lettera che inviò a Lord Elliot. Su indicazione degli stamenti scrisse anche al Santuccio definendo il suo operato scadaloso e criminale, ordinandogli di arrestare il giudice Flores, seguace di Planargia. Eseguito l’ordine, manco a dirlo, il detenuto, durate la traduzione alla fortezza di Castelsardo, riuscì a fuggire e a portarsi in terraferma.  Segnale questo inequivoco della volontà dei ceti reazionari sassaresi di disconoscere l’autorità del viceré e degli organi di governo della capitale. Ma la volontà di autogovernarsi fu anche esplicita. In una riunione “cui si volle dare carattere di Corti Generali per l’intervento dell’arcivescovo, delle maggiori dignità ecclesiastiche, di diversi feudatari e di molti cittadini” (Scano) si chiese la formale secessione da Cagliari, dove il vicerè non agiva liberamente, essendo sottomesso alla fazione dominante.La lotta era ormai aperta e senza esclusione di colpi. Gli stamenti risposeron invitando sindaci e vassali delle ville infeudate a ricorrere al vicerè per contestare le esazioni feudali abusive. Invitavano anche le ville a rientrare nell normalità. Si palesa così la linea di compromesso fra le diverse anime degli organi di governo di Cagliari: cessazione de sos abusos e sos malos usos dei barones e rientro nei ranghi dei vassali. I bandi e i manifesti che indicavano la linea da seguire, anziché limitare, incoraggiarono la mobilitazione popolare nelle campagne, che finiva per essere l’unico vero contrasto alle forze feudali e reazionarie neutralizzando ogni velleità d’indipendenza. Divide et impera.Quel conflitto fa emergere anche gli umori di Torino, certamente non sfavorevoli ai secessionisti. La richiesta d’intervento straniero del Santuccio fu così considerata colpa veniale, mentre fu ritenuta più grave la sintonia del vicerè con gli stamenti. Il re diede voce a questo orientamento emanando un suo biglietto il 29 agosto 1795 col quale adottò delle misure manifestamente ostili a Cagliari. Dispose nientemeno la sospensione degli ordini del vicerè quando fossero lesivi dell’interesse pubblico e della giustizia. Riconobbe che il vicerè e la Reale udienza erano sotto schiaffo della maggioranza stamentaria e sopratutto dei tumultuanti e dei facinorosi e ordinò di procedere penalmente contro i responsabili dei tumulti del 6 e del 22 luglio.Questo biglietto del re fu accolto con gioia dai reazionari di Sassari e con  preoccupazione fra i novatori a Cagliari. Sassari vi trovava un incoraggiamento alla secessione dal Capo di Sotto, a Cagliari l’invito alla repressione per i fatti di luglio metteva sotto tiro non solo i capipopolo dei sobborghi, ma anche l’area che va dall’Angioy a Cabras, Pintor e Sulis. Comunque l’indicazione del re di limitare l’influena popolare nelle decisioni stamentarie fu accolta creando una Giunta stamentaria con lo scopo di istruire e discutere in sede riservata le materie da trattare nelle riunioni plenarie degli stamementi. Nel nuovo organismo ovviamente i novatori avevano un’ampia maggioranza, tanto più che oltre ai Cabras, ai Pintor, ai Simon, ai Musso, vi partecipava anche l’Angioy come giudice delegato dal vicerè.Fin dalle prime riunioni andò delineandosi una diversità di posizioni fra l’ala che faceva capo al Cabras e quella dell’Angioy. Così fu deciso di individuare un delegato da inviare presso la Santa Sede per chiedere al re di esaudire le cinque domande, accordare un’ampia amnistia per i tumulti del 1794-75 ed infine la  revoca delle disposizioni adottate col biglietto dell’agosto 1795 per la Governazione di Sassari. Fu scelto l’arcivescovo Melano, con l’appoggio di Cabras, Pintor e Sulis e dei benpensanti, ma non degli angioyani. La deliberazione segnava un passo indietro rispetto agli sviluppi del movimento e del dibattito degli ultimi mesi. In cambio dell’accoglimento delle richieste al re veniva messo sull’altro piatto della bilancia il movimento popolare da rimettere al suo posto. La stessa rievocazione delle cinque domande doveva ormai apparire riduttiva agli ambienti più avanzati perché la restaurazione dei privilegi sanciti nelle leggi fondamentali del regno ridavano fiato alle pretese baronali ormai sotto attacco nelle campagne e osteggiate dall’intellettualità più avanzata. Anche il rinvigorimento degli stamenti secondo le antiche leggi appariva un passo indietro rispetto alla spinta partecipativa che si era manifestata e si manifestava in quel tempo. Il dissenso sulla missione di Melano andava al  di là della scelta del delegato; investiva a fondo i programmi che andavano precisandosi entro le due correnti del partito dei novatori. Angioy era aperto agli sviluppi che il movimento di Cagliari e delle campagne andava enucleando, mentre Cabras e compagni pensavano che dovesse tornarsi indietro al programma delle cinque domande.In attesa degli esiti della missione dell’arcivescovo Melano, la lotta fra Cagliari e Sassari proseguiva. Il 10 settembre il vicerè ribadiva la dipendenza di Sassari da Cagliari e dava un’interpretazione riduttiva del biglietto di fine agosto del re, mentre gli stamenti invitavano le ville infeudate  a non sottostare alle pretese abusive dei feudatari e a ricorrere per avere giustizia con procedure celeri; infine, una misura di grande rilevanza politica e istituzionale: si concedeva alle ville di essere rappresentate da delegati per illustrare agli stamenti i motivi delle agitazioni del Capo di Sopra.Ad ottobre giunsero così a Cagliari i deputati delle comunità con in testa i sacerdoti Francesco Sanna Corda, parroco di Torralba, e il teologo Muroni, parroco di Semestene. I deputati ebbero occasione di incontrare gli esponenti dei clubs democratici e di fare il punto della situazione, prospettando le ulteriori mosse del movimento antifeudale. Intervennero poi più volte alle sedute stamentarie, dove Sanna Corda parlò con tanta passione e ardore da suscitare il plauso dei presenti. Muroni, dal canto suo, presentò una relazione in 15 punti in cui esponeva i gravi pesi imposti dal Marchese di Villarios ai vassalli del feudo di Bonorva e Semestene. L’aveva acquistato 36 anni prima per 6.000 lire sarde e lo gravò ogni anno di tributi per 15.000! Ma quella partecipazione non ha importanza per gli effetti immediati, invero scarsi, ha un valore in sé perché è un altro dei segni della spinta al superamento della rappresentanza per ceti, insieme alla partecipazione agli stamenti di rappresentanti dei sobborghi cagliaritani. Elementi questi che concorrevano a delineare una fuoriuscita dall’Ancien Régime, a cui Angioy doveva certo guardare con vivo interesse.L’apertura verso il movimento antifeudale, fatta propria dal vicerè, si manteneva nella linea di contenere gli abusi dei feudatari, ma il  governatore di Sassari vedendovi un rafforzamento dei moti popolari, con una circolare ne vietò la pubblicazione e l’esecuzione. Origina da questo contrasto ormai aperto la prima marcia da Sassari su Cagliari. Il vicerè, conosciuta la circolare, la dichiarava priva di qualunque effetto con un pregone del 28 ottobre e inviava l’avv. Giovanni Falchi, i notai Antonio Manca e Francesco Cilocco nel Capo di Sopra ad illustrare di curia in curia e a pubblicare i pregoni viceregi. Qui compare per la prima volta con un ruolo importante Francesco Cilocco, destinato a giocare un ruolo importante negli anni successivi.I tre e sopratutto il Cilocco, giovane deciso e dall’oratoria coinvolgente, anziché spegnere, alimentarono il fuoco antifeudale con violenti discorsi contro i baroni. Il Mundula fu subito della partita insieme ad alcuni parroci, Sanna Corda, Muroni e Aragonez che diedero un contributo fondamentale alla propaganda attraverso l’ampia rete di collegamento con i protagonisti della lotta di quegli anni. Nel fuoco di quel sommovimento il 26 novembre nasce il primo patto di alleanza fra le comunità di Tiesi, Bessude e Cheremule, subito imitato da Bonorva, Semestene e Rebeccu.Alla fine di dicembre tutto il Logudoro era in lotta e Cilocco, con queste salde basi d’appoggio, ritenne che la campagna potesse accerchiare la città, il momento era maturo per ridurre a soggezione Sassari e l’aristocrazia feudale. Messosi a capo di questo esercito contadino che il rettore Muroni aveva raccolto nelle campagne dei paesi  soggetti alla sua curia, Cilocco marcia alla volta di Sassari, riunendo le sue forze con quelle capeggiate dall’avv. Mundula.  Due repubblicani si accingono a conquistare Sassari in nome del viceré! Mirabile esempio di intelligenza politica, di duttilità tattica e di capacità di anteporre gli interessi della Nazione sarda al loro credo politico. Mundula e Cilocco nel vivo della lotta capiscono che l’obiettivo difficile e complesso di abbattere il sistema feudale può essere raggiunto soltanto sotto la spinta di un movimento ampio ed unitario, movimento che certamente sarebbe stato diviso e votato alla sconfitta avanzando la pregiudiziale antimonarchica. Si avvalevano dell’autorità regia per battere la fazione feudale strutturalmente legata alla Corona. In questo modo i due repubblicani lavoravano per aprire nuovi orizzonti all’isola.Giunti alle porte di Sassari Mundula e Cilocco diedero prova di grande sagacia tattica. Un attacco frontale avrebbe potuto trasfrorasi inu un massacro per gli assedianti che, avvicinandosi alle mura, sarebbero stati sotto tito dei defensori, ed infatti ci fu una scaramuccia con 12 morti fra i popolari. I capi dell’assedio pensarono dunque di temporeggiare contando in una sollevazione interna alla città o cumpunque in una mobilitazione delle  forze cittadine antifeudali. Mundula conosceva bene la situazione e dunque sapeva su quali fattori ed elementi poteva contare. Anzitutto gli zappatori che la mattina dovevano recarsi al lavoro nei campi.  Iniziarono a raccogliersi di buon mattino nella porta S. Antonio, gridando “Viva il re! Benvenuti il sig. Cilocco e il dott. Mundula che portano pace e grano“. I democratici amici del Mundula non rimasero inattivi e, benché non avessero la forza per suscitare una rivolta, avevano certo buoni argomenti di agitazione preso i ceti popolari, convincendoli, fra l’altro che gli assedianti avevano l’assenso e il sostegno dell’autorità di governo del Regno e dello stesso vicerè. Anche Santuccio non poteva essere insensibile a questo argomento e non doveva sfuggirgli il fatto che la popolazione non era accorsa in difesa delle mura. Riunì il  Consiglio di guerra dove la disussione fu accesa, ma alla fine prevalse la proposta di resa avanzata dal viceintendente generale Antonio Fois, per scongiurare uno spargieno di sangue, non gradito neanche al Santuccio. Fu grazie a questa tattica accorta, giocata più sulla valutazione politica che sul piano militare, che Cilocco e Mundula ebbero partita vinta. Ottennero la resa senza condizioni: l’apertura delle porte, l’arresto del governatore Santuccio e dell’arcivescovo della Torre e il segretario Bally, l’annullamento di tutti i provvedimenti assunti dal governatore di Sassari dopo il 29 agosto, la pubblicazione dei pregoni viceregi e delle circolari della reale udienza. Così Cilocco e Mudula entrarono in città, assumendone il governo, ma non vi trovarono i feudatari, che, vista la mala parata, si erano già dati alla fuga. La capacità di comando dei Cilocco e Mudula è confermata dal fatto ch’essi evitarono gli assalti e le rappresaglie. Si legge in una testimonianza dell’epoca: “si intimaron los arrestos al Mons, y Gobernador y con muy buena gracia y discretissima manera…”. Non volevano e non fu una jacquerie, violenta quanto priva di respiro politico. Fu un’azione politica d’alto livello, rispondente ad un disegno di reale modificazione dei rapporti di forza nel Regno, proteso ad una riforma radicale delle sistema economico e delle istituzioni.  Affidato il governo della città all’assessore Fois, tre giorni dopo, Cilloco e Mundula “se potestaron prontos a los ordenes de S.E., y ambos [il Santuccio e l’arcivescovo], a las dos y quarto de la tarde, foron llevados al convento de S. Augustin, da onde partieron para Caler” iniziarono la marcia verso Cagliari a capo di una folta scorta armata, conducendo con loro il governatore e l’arcivescovo.E il vicerè? Invia un corriere che il 4 gennaio nei pressi di Oristano consegna al Cilocco l’ordine di immediata liberazione dei prigionieri e il licenziamento della scorta armata. La marcia però continuò e ad Uras si fecero incontro al Cilocco e al Mundula alcuni deputati degli stamenti con a capo Pintor e Musso, i quali cercarono di persuadere i due ad eseguire l’ordine del vicerè. Ma Cilocco e Mundula ribadirono l’intendimento di giungere a Cagliari per consegnare di persona i due prigionieri al vicerè. Allora il Pintor levò milizie nei paesi vicini e il 6 presso Sardara andò incontro agli insorti del Logudoro;  comunicò direttmente il desiderio del vicerè e, intanto, procedette alla distribuzione ai capi di un compenso per il servizio prestato alla causa della legalità. Prima di salutare le milizie, Cilocco e Mundula adempiono ad una formaltà che mostra il loro rigore. Davanti al sindaco di Sardara con atto pubblico consegnano il tesoro del duca dell’Asinara affinché lo depositi nella Regia Tesoreria. Poi, insieme all’avv. Fadda, rentravano a Cagliari quasi inosservati.Cilocco, Falchi e Manca, grazie all’intervento dei democratici sassaresi con a capo l’avv. Mundula avevano assolto il loro incarico nel migliore dei modi, senza eccessi, anzi con moderazione. Ma questo anziché tranquillizzare i sonni del viceré e dei capi degli stamenti, li agitarono. Gli incendi - si sa - una volta scoppiati è difficile contenerli. A seconda dei venti possono anzi propagarsi senza possibilità di domarli. Nel capo di sopra la mobilitazione non accennava a placarsi. E se essa si fosse estesa anche al resto del Nord e al Meridione? Se la parola d’ordine dell’abolizione del feudo si fosse estesa a tutta l’isola? Occorreva correre ai ripari, placare le popolazioni del Loogudoro, eliminare gli abusi con decisione. Occorreva “un uomo che, alla grande attività ed energia di carattere, congiungesse una esatta cognizione dei bisogni delle popolazioni rurali, delle questioni fra Comunità e feudi, delle leggi che regolavano l’infeudazione e i diritti feudali, del carattere delle popolazioni settenetrionai, molto diverso da quello del mezzogiorno, e che godesse, sopratutto, stima presso il popolo…“. Occorreva Giomaria Angioy.

VGiomaria Angioy Alternos, il volto mite del poteree le domande della “borghesia” rurale e dei vassalliQuando Giomaria Angioy viene nominato Alternos, ossia autorità coi poteri del vicerè per il Capo di Sopra, aveva ben chiari gli schieramenti e i rapporti di forza a Cagliari con proiezione nell’intero Regno. I barones divisi fra quelli disposti a moderare sa tirannia, ossia a eliminare sos abusos e sos malos usos e quelli invece decisi a difenderli. Sapeva delle divisioni che attraversano il ceto ecclesisastico fra alto e basso clero, i primi ondeggianti fra baroni integralisti e moderati, i secondi in larghe fasce solidali e spesso guida dei vassalli nelle campagne. Infine l’intellettualità come in ogni tempo caratterizzata da una componente legata ai grandi interessi (in questo caso feudali) e quella parte, indipendente, di cui egli era l’emblema, che cercava vie razionali per un’uscita in avanti dalla crisi, Anche in questa componente erano individuabili elemenyi più radicali, il Mundula ad esempio ed un altro gruppetto di sassaresi, che non nascondeva le sue simpatie repubbicane, anche se, con mirabile senso di respondabilità e di disciplina, non anteposero la loro opzione di fondo alle  esigenze della salvaguardia dell’unità nella lotta contro i feudatari.Quando Giomamaria accettò l’incarico e lasciò Cagliari iniziando la sua marcia verso Sassari era ben conscio del rapporto delle forze in campo e del fatto che sarebbero stati probabilmente gli avvenimenti a spostare le forze mediane da una parte o dall’altra, a seconda delle convenienze del momento.Angioy inoltre, da fine giurista quale era, da ex professore universitario e giudice della reale Udienza, ben conosceva anche le gravi questioni giuridiche in campo, che, avendo rango costituzionale, erano cariche di un alto tasso di politicità. I privilegi feudali erano frutto dei Trattati internazionali che sancirono il passaggio della Sardegna ai Savoia, formavano oggetto delle leggi fondamentali del Regnum e dunque erano intangibili, non erano modificaabili unilateralmente. E sapeva anche che i barones su questo punto non erano disposti a trasnazioni, avrebbero invocato dalla Corona il rispetto dei Trattati anche a costo di chiamare in causa Vienna e Madrid. Sapeva anche che, nel tormentato dibattito sulla natura di queste leggi, le teorie erano tante e non mancava chi riteneva che il limite ch’esse ponevano alla sovranità del Monarca, alla sua potestà legislativa fosse superabile seppure a determinate condizioni, riconducibili sempre ad un ampio consenso popolare e all’interesse generale del regno. Occorreva, dunque, verificare se questa condizione esisteva oppure stimolarla. Insomma, si profilava la difficile impresa di inverare un cambio di sitema, la trasformazione economica e istituzionale dell’ordinamento con strumenti giuridici, con una forte spinta dal basso, che però non travalicasse in insurrezione armata. Un compito, dunque, difficilissimo e ardito.Con questi pensieri l’Alternos esce da Cagliari e dà una mirabile prova di avvedutezza. Contrariamente a quanto milti dicono mostra estrema chiarezza di idee e fermezza. Si presenta in ogni luogo mostrando un volto sconosciuto del potere, non reprimendo ma ascoltando le popolazioni, incontrando i gruppi dirigenti delle campagne, risolvendo secondo diritto e giustizia controversie che i giudici baronali aveva affrontato con prevaricante spirito di parte, sanando conflitti e inimicizie. Questo volto mite del potere suscita entusiasmo. I villici, che sempre si sono dovuti difendere dalle autorità in arrivo, preprando la resistenza armata o dandosi alla macchia, non lo guardano con sospetto, non lo contrastano, lo accolgono accorrendogli incontro per fargli da scorta e da corteo festante.Coglie bene lo svolgimento di questo viaggio Sebastiano Pola:“Il 13 febbraio il cav. Angioy lasciava Cagliari, dove non doveva più far ritorno. Aveva un’alta missione da compiere in mezzo al popolo, del quale, quindi era necessario che conoscesse il carattere, la vita, i motivi veri che lo tenevano in agitazione.A misura che s’avanzava verso il Logudoro, dove gli abusi feudali erano maggiori, dove la ricolta antifeudale scoppiava già per la terza volta in due anni, egli poté constatare coi suoi occhi, quali fossero le vere condizioni morali psicologiche ed economiche del popolo. E questo s’affollava al suo passaggio,ponndo in mostra le miserie onde era afflitto, invocando ad alta voce l’autorità della legge che l’Alternos rappresentava, contro l’oppressione schiacciante e la miseria che non finiva (Giornale di Sardegna 1796 Marzo). Usando la sua altissima carica di Magistrato, giudicò in parecchi comuni, cause che i vassalli portavano dinanzi a lui, e così certamentre, dovette constatare in qual maniera procedeva l’amministrazione della giustizia“.Gli stamenti, nel Giornale di Sardegna del 10 marzo, esprimono la loro grande soddisfazione per l’opera veramente patriotica e civile che l’Angioy andò svolgendo nei 15 giorni che durò il suo viaggio verso Sassari. L’Alternos, scrive il giornale, corrispose pienamente non solo alle aspettative della popolazione, ma superò anche le diffidenze di non pochi membri degli stamenti e dello stesso vocerè. E continua illustrando le misure di Angioy sulla sicurezza pubblica, la sua azione positiva per comporre le discordie private e stemperare l’odio delle fazioni, nei riguardi dell’amministrazione della giustizia, contro l’oppressione feudale ed altro ancora, mettendo in luce come questa prudente e saggia condotta fosse la causa dell’entusiamo popolare al suo passaggio (Pola).Egli veniva da Cagliari, lambendo le terre del Marghine presso l’altopiano di Campeda, entrando nel Montiferro e soggiornando a S. Lussurgiu e a Bonorva; egli andava “verso il Logudoro in fiamme: si fermava nei villaggi, giudicava cause pendenti tra vassalli e signori, ascoltava i lamenti, vedeva le miserie, gli sfuttamenti, le oppressioni, e lanima sua onesta, doveva sentorsi rivoltata contro le ingiustizie umane. Non c’era bisogno d’esser un banditore dei principi dell’89, per capire che il principio d’ogni male stava nel sistema feudale, divenuto, ormai, non più mezzo di governo e di amministrazione civile, ma fonte di entrate patrimoniali per gli uni e di miseria e di dolore per gli altri”.Era naturale quindi che l’Angioy “dovesse sentire orrore, nella sua onestà, di quello stato di cose”. Si comprende, dunque, “che egli dicesse a coloro che lo accostavano come fosse necessario porre la scure alle radici della pianta, distruggemdo il sistema feudale”.Era naturale quindi che il popolo corresse incontro all’uomo che il Governo di Cagliari aveva mandato, e lo seguisse a piedi e a cavallo e blandisse e rendesse omaggio alla sua alta autorità. Partito con pochi da Cagliari, a S. Lussurgiu si trovava alla testa di un buon numero di popolani armati, che continuò ad ingrossare per via. A Sindia era stato accolto tra grida di gioia; a Semestene il parroco Muroni che, più d’una volta, presso il Governo di Cagliari, aveva preso le difese dei vassali contro le vessazioni del Conte di Villarios, lo attendeva per unirsi a lui coi suoi parrocchiani. E presso Semestene venivano a ossequiarlo molti notabili di Bosa, lo aspettavano le cavallerie di Padria, di Thiesi, di Mores, di Torralba, di Bonorva e una compagnia di dragoni che era partita da Sassari per servirgli da scorta d’onore. Presto egli si trovò alla testa di più di mille cavalli ed un gran numero di pedoni….Il 28, dopo aver ingrossato ancora il suo seguito con le cavallerie di Ploaghe e Florinas, don Giovanni Maria Angioy entrava in Sassari alla testa di oltre 1000 cavalli e un numero grandissimo di villici a piedi. E il suo ingresso fu un vero trionfo, il popolo desideroso di pacem vivente ancora l’incubo della paura che i fatti del dicembre potessero rinnovarsi, attirato dalla novità della cosa, si assiepava ai lati delle strade per dove il corteo sfilava, innalzando gridi di evviva all’Alternos, di abbasso ai Signori”.Ecco il punto, la novità, il fatto eccezionale e soprendente: l’autorità reale veniva non per reprimere, incarcerare e innalzare forche, ma per ascoltare, vedere e rendere giustizia, per restaurare la legalità contro gli abusi, sa tirannia dei barones, per dare una prospettiva giusta di pacificazione, di soluzione dei problemi alla radice.Entrato a Sassari mette subito ordine, dà sicurezza istituendo le Compagnie urbane sul modello cagliaritano di Vincenzo Sulis e mettendo a capo persone di assoluta affidabilità democratica. Nello stesso tempo ricompone il Magistrato della Reale Governazione, includendovi, come giudici, gli avv. Mundula, Sotgia e Domenico Pinna, e assumendone egli stesso la presidenza. Così la forza armata e la Magistratura civile erano in mani sicure. Poi va nelle ville perché vuole conoscere i protagonisti delle lotte antifeudali e dialoga con loro. Lì il terreno  era stato preparato dal basso clero, da numerosi sacerdoti come i parroci Gavino Sechi Bologna (rettore di Florinas), Aragonez (rettore di Sennori), Francesco Sanna Corda (rettore di Torralba) e Francesco Muroni, (rettore di Semestene) che “conoscevano le miserie e talvolta subivano le stesse angherie dai baroni e dai loro ministri”.  Costoro già da tempo battevano le campagne indicando le ragioni anche teoriche della giustezza della lotta antifeudale. Lì c’era passato  Mundula, che mirabilmente con un gruppo di “giacobini” sassaresi guidava le operazioni, lasciando da parte, con grande senso di responsabilità  le laue ben note idee repubblicane, e sostenendo lealmente l’azione di Angioy, ch’era la massima autorità costituita nel Capo di Sopra.  Mundula, insieme a Cilloco, nel dicembre del 1795 aveva conquistato Sassari e già aveva marciato verso Cagliari, portandovi, prigionieri, il governatore Santuccio e l’arcivescovo della Torre, capi della secessione filofeudale contro Cagliari.Con Mundula e gli altri repubblicani sassaresi Angioy deve aver parlato chiaro: nessuna sovrapposizione della discriminante monarchica, nessun richiamo ideologico ai principi dell’89, ma solo una ferrea disciplina in appoggio al movimento antifeudale. Solo così era possibile mantenere l’unità nella lotta. Direttiva, che nel corso degli avvenimenti, fu rispettata in modo encomibile. Del resto Mundula e Cillocco avevano operato in questo modo anche pochi mesi prima nella conquista di Sassari e nella marcia verso Cagliari.  L’Angioy nel confronto con i consigli comunitativi delle ville individua altresì lo strumento per forzare l’intangibilità delle leggi fondamentali che tutelavano i feudi. Gli Strumenti di Unione, un pò come Lenin che trovò lo strumento della Rivoluzione nei consigli operai, nei soviet, sorti dal basso, senza una preventiva teorizzazione, per iniziativa dei lavoratori. I Patti comunitativi sono una specie di contratti di diritto pubblico che contengono una proposta e un impegno, l’offerta di riscatto dei feudi a giusto prezzo e l’obbligo a contrarre a quelle condizioni coi feudatari. L’obbligo vale sia verso i terzi, i barones, sia, all’interno, fra gli stessi consigli comunitativi contraenti. L’elemento più significativo è che si tratta di una proposta di contratto e che, per perfezionarlo, necessita dell’accettazione dell’altra parte, ossia dei feudatari, o, in mancanza, della sanzione regia. Un po’ come quelle convenzioni attuali fra una pluralità di soggetti che prefigurano il contenuto di un provvedimento dell’autorità pubblica.I patti fra ville erano andati moltiplicandosia dall’autunno del 1795 al tempo della missione di Cilocco, Falchi  Manca. Il primo atto fu firmato a  Thiesi il 24 novembre davanti al notaio Francesco Sotgiu Satta con le ville di Thiesi, Bessude e Cheremule, del marchesato di Montemaggiore, appartenente al duca dell’Asinara. Alla stipula parteciparono i sindaci, i consiglieri, i prinzipales e i capi famiglia. Un patto di alleanza, come si vede, molto partecipato, cui ne seguirono altri nei mesi successivi. Dopo il 24 novembre se ne stipula un altro a Thiesi il 17 marzo 1796, mentre l’Alternos era già nel sassarese,  fra i rappresentanti di 32 paesi fra i quali Bonorva, Ittiri, Osilo, Sorso, Mores, Bessude, Banari, Santu Lussurgiu, Semestene e Rebeccu. Il contenuto segue un modello standard. “Il patto vincola le popolazioni a spendere fin l’ultima goccia di sangue, piuttosto che obbedire in avvenire ai loro baroni”. I firmatari giurano di non riconoscere più alcun feudatario, ma anche di voler “ricorrere prontamente a chi spetta per essere redenti pagando a tal effetto quel tanto, che da’ Superiori sarà creduto giusto e ragionevole”.Se, come si è detto, i “patti” fra ville e paesi hanno una natura contrattuale in relazione agli obblighi che con esso vengono assunti dagli stipulanti, per altro verso essi creano un nuovo soggetto politico, le federazioni di comunità destinate ad assumere un ruolo fondamentale nell’evoluzione della lotta sociale e istituzionale. L’elemento veramente originale è individuabile nel fatto che per il loro tramite si individuava un modo pacifico e legale di superamento del sistema feudale. E tuttavia era uno strumento rivoluzionario non solo perché comportava un mutamento di sistema, ma anche perché intaccava una delle leggi fondamentali del Regnum, la terza, secondo la classificazione di Francesco d’Austria Este, quella che trasmetteva ai Savoia il Regno con quel sistema, rendendolo immutabile.  Veniva cioè abrogata una legge in linea di principio non modificabile.Angioy era ben consapevole di questo e si sforzò di estendere i patti al suo passaggio fino agli ultimi giorni della sua azione da Alternos. E così anche nell’Oristanese, nei momenti cruciali del confronto col vicerè e con gli stamenti, si è proceduto o si è manifestato il proposito di procedere alla stipulazione degli strumenti d’unione (Carta).  Come si vede, l’uomo di Bono non è spasmodicamente impegnato a creare basi di appoggio per un esercito rivoluzionario che dalle campagne accerchi e conquisti la città di Cagliari, no, lui sollecita la stipula degli strumenti di unione. L’Angioy con l’estensione dei patti tentò di realizzare le condizioni che i teorici dell’immutabilità delle leggi fondamentali richiedevano perché ciò fosse possibile, e cioè il consenso e la domanda popolare e  l’interesse della nazione. Del resto, non è grazie al consenso diffuso che nelle cinque domande al rispetto degli antichi prilegi si è aggiunta la rivendicazione della privativa degli impieghi per i sardi? Soltanto che questa era compatibile con il sistema, mentre gli strumenti di unione lo mutavano nell’essenza, pretendendo di sopprimere, seppure in modo pacifico e legale, i feudi.
Questa è la posta in gioco. Ed è quanto emerge dalle missive dell’Alternos al vicerè da Oristano. Molti hanno visto in esse un atto di sfida alla Corona, alla persona del vicerè che la rappresentava, ma si tratta di forzature, di letture che muovono da un pre-giudizio, e cioè dall’idea che Angioy pretendesse di porsi su un piano da pari a pari con Vivalda. Angioy chiede al vicerè di ricevere una delegazione perché “non vi è altro mezzo di pacificare il Logudoro“, sull’orlo di “un guerra civile“, costretto “in seguito a diverse maligne vociferazioni, per andar al riparo d’ogni ulteriore inconveniente di levarsi in masse, ed armarsi per difendere i suoi diritti, e liberarsi da quei gravi pericoli, che le sovrastano“. Non c’è qui l’eco di quel diritto di resistenza, di cui non poco ha discusso la dottrina giuridica nei secoli e nei decenni precedenti e di cui certo era ben a conoscenza Angioy? Non era l’azione del Logudoro un esercizio del diritto di ribellione contro il dispotismo? Molti hanno visto nella discesa dell’Angioy verso Cagliari  un atto diretto alla conquista del capoluogo. Dalla lettera al vicerè risulta esttamente il contrario, e cioé che l’Alternos raccomanda un incontro dei delegati del Logudoro col viceré e gli comunica ch’essi, in mancanza di ascolto, proseguiranno nel loro legittimo esercizio del diritto di resistenza, enunciato in fondo nell’Inno de su patriota sardu del Mannu e anche nell’Achille della sarda rivoluzione, libello di propaganda antifeudale. La lettera di Angioy in qualche modo declina l’inno in  atti concreti, quasi parafrasandolo, usando le stesse parole. La prima parte descrive il grave stato di oppressione e sofferenza dei vassalli, l’intollerabilità degli abusi e del sistema feudale. Ecco perchè è venuta meno “in su populu sa passientzia”,  ecco perché “declarada est già sa gherra contra de sa prepotenzia” dei feudatari, ma non contro il re, che anzi deve restaurare i diritti del popolo e assicurarne la felicità. E poi giustifica anche la sua scorta. L’Angioy sa che tocca interessi di potentati diffusi nel territorio, di gente che ha milizie e sicari  in ogni luogo, e dunque ha una buona scorta armata come difesa ”se qualcuno progettasse d’attaccarla“. Del resto a Macomer c’erano state le prime avvisaglie di reazione armata d’ispirazione baronale e intorno c’erano molte famiglie al soldo dei feudatari, che disponevano di bande armate. Insomma, Angioy  assicura che non intende attaccare chicchessia, ma fa sapere, per scoraggiare i malintenzionati, di essere pronto a difendersi.Il giorno seguente scrive un’altra lettera in cui paventa il pericolo d’intercettazione della corrispondenza e ed auspica l’incontro proposto il giorno prima: “speriamo che la nostra ambasciata avrà un esito felice che ci procurerà la sospirata pace e tranquillità“. Non sono parole minacciose e non sembrano certo animate da una richiesta di resa. Si vuole il dialogo, il confronto. C’è poi in questa missiva anche il noto richiamo alla mediazione della Francia con sua Maestà “per accomodare e terminare la nostra vertenza“. Questo riferimento alla Francia è stato considerato un grave errore di Angioy, uno svelamento delle sue simpatie per la Grande Rivoluzione. La premessa e l’oggetto della mediazione non giustificano, tuttavia, questa interpretazione. Intanto Santuccio aveva fatto di peggio, senza conseguenze, invitando Lord Elliot a mandare un corpo di spedizione dalla Corsica in Sardegna per sostenere la secessione del Capo di sopra.  Scrisse senza neanche informare il vicerè. Angioy invece propone che sia il viceré a chiedere la mediazione. E muove dal fatto che la Francia ha concluso col “nostro Re“, recentemente la pace e dunque è una nazione amica. Poi, non bisogna dimenticare che la questione feudale aveva una rilevanza internazionale perché ricompresa nei Trattati di Londra e di Vienna, che impegnavano i Savoia al rispetto. Il sistema dei feudi era dunque garantito da leggi pattizie, non modificabili se non con atti di uguale rango. La Francia poteva offrire quel supporto internazionale capace di neutralizzare Vienna e Madrid, di cui certamente i baroni chiederanno l’intervento, se lo hanno chiesto addirittura 40 anni dopo, quando Carlo Alberto decise quanto Giommaria col fiore del Logudoro aveva chiesto quarant’anni prima: il riscatto dei feudi. E ribadisce il diritto di resistenza: se Cagliari, dando ascolto “a spiriti torbidi e nemici egualmente del Sovrano e della patria”, non vorrà ” aderire a questa risoluzione e […] al proposto abboccamento, per non esporre il Capo (del Logudoro) a nuovi pericoli e disordini di guerra civile, si manterrà e governerà separato da Cagliari“. E conclude: “siamo sicuri che S.M. gradirà queste determinazioni e che le ravviserà, come infatti sono, giuste, savie, prudenziali e utili allo Stato“. Questa prospettiva è stata interpretata come una minaccia. Ma non bisogna dimenticare che, sotto la pressione dei baroni, il Capo di Sopra già aveva manifestato la volontà di staccarsi da Cagliari, senza opposizione anzi col consenso del governo di Torino. La cosa dunque non era così dirompente. La misura, per quanto drastica, aveva poi una finalità pacifica, era volta a salvaguardare il Logudoro dalla guerra civile, ossia preservarlo dagli attacchi delle forze feudali e reazionarie, in modo da cosentire una riflessione e una trattativa più lunga sulla questione. E quanto fosse saggia e realistica questa precauzione si capirà solo poco dopo la sconfitta del movimento con la vile e sanguinaria repressione dell’estate e degli anni seguenti! Infine, questa comunicazione, che Angioy fa per senso di responsabilità, e non tanto perché vuole prendere le distanze dal movimento (Scano), quanto perché non è in suo potere farlo desistere da questo proposito regionevole e sensato, data la nota propensione alla repressione sanguinaria delle forze feudali e reazionarie. L’annuncio del ritiro nel Logudoro in caso di una mancata soluzione della questione nell’immediato, tende a rassicurare anche il vicerè e gli stamenti contro le voci diffuse e amplificaate ad arte, che lo volevano pronto ad attaccare Cagliari.
Come si vede, una lettera schietta in cui si propone una soluzione condivisa, ma si conferma il diritto di resistenza contro chi intenda rispondere con la forza ad una proposta di pacificazione. Complessivamente una interlocuzione, quella dell’Angioy, che trasuda consapevolezza del proprio ruolo di Alternos, chiamato a dirimere una controversia politica e istituzionale centrale per il Regnum, fermamente e responsabilmente attestato sulla proposta di riscatto contenuta nei patti comunitativi, proposta che non risponde a un interesse di parte, ma agli interessi generali del regno. Le missive non preludono, nel tono e nel contenuto, ad una marcia verso Cagliari con fini di occupazione; nella capitale egli sarebbe ben volentieri tornato per rimettere il mandato di Alternos, compiuta la sua missione e adempiuto il suo dovere, come fecero Cilloco, Falchi e Manca, con Mundula pochi mesi prima. Tant’è vero che la prima lettera è firmata dal fiore del Logudoro, ossia dalle persone più autorevoli di quelle ville che lo accompagnavano.”Eccellenza - scrivono al vicerè - abbiamo letto la lettera diretta a V.E. dal nostro amatissimo Alternos e Padre, ed abbiamo unanimente approvato tutti i sentimenti, che essa contiene, perché sapiamo con certezza esser l’istessi del Logudoro, ed intanto con rinnovarle gli atti della nostra rispettosa obbedienza, con tutto il rispetto ci diamno l’onore di esser di V. E. devotissimi e umilissimi servitori. Oristano li 8 giugno 1976“. Seguono tutte le firme. Una missiva che tutto è, anche per questa adesione con tanto di nome e cognome, fuorché minacciosa, contrariamente a quanto hanno pensato e pensano molti (Scano, 122).Questa sottoscrizione contiene anche un elemento di grande rilievo per comprendere il progetto di Angioy, che viene solitamente trascurato. C’è la partecipazione dei delegati delle ville. E questo risponde ad una delle pretese inserita espressamente negli Strumenti di unione e insita nella loro natura: l’allargameto della rappresentanza politica. Si avvertiva che le soluzioni che andavano alla radice della questione feudale facevano “vacillare il rapporto di alleanza con le forze maggioritarie nel governi di Cagliari”, dove erano in minoranza ma non battute le posizioni baronali, ma le altre forze, comprese quelle dello stamento reale, dove prevalevano i “novatori” con alla testa l’avv. Vincenzo Cabras, non andavano oltre la richiesta di temperamento del sistema feudale. Si insisteva perciò nel movimento che aveva dato vita ai patti comunitativi “sulla necessità che alle decisioni principali […] concorresse anche la voce delle comunità” (Birocchi). Con l’immissione nelle decisioni delle forze popolari rurali si volevano compensare le debolezze del fronte cittadino, dove la partita si giocava prevalentemente in seno agli stamenti,  benché - e questo è un altro elemento di grande rilievo - nella medesima temperie una pressione in direzione dell’ampliamento della partecipazione veniva anche da Cagliari. Nel pieno delle lotte popolari dell’estate del 1795 l’antico istituto stamentario della rappresentanza per ceti  fu “sottoposto a cambiamenti e a ristrutturazioni che forzarono fin quasi alla rottura il plurisecolare ordinamento triadico”. Infatti, da documenti a stampa di quei giorni la Camera reale risulta integrata da membri di estrazione popolare, chiamati “aggiunti consultivi” dello stamento; sono i “sindaci e deputati dei sobborghi“, ossia “i rappresentanti di quei gruppi di artigiani che nel triennio rivoluzionario formularono le rivendicazioni economicho-sociali e politiche radicali, tanto da disporre di seggi in un Parlamento di ordini privilegiati“ (Francioni 245). In sintonia anche temporale, le comunità di villaggio proposero la questione della rappresentanza in relazione a qualunque deliberazione che concernesse “l’utilità” del Regno (Birocchi). L’atto di unione delle ville di Tiesi, Cheremule e Bessude del 27 marzo 1796, quando Angioy già da un mese era entrato a Sassari, così stabiliva: “niuno di quei che fossero muniti di procura d’essi Capi [scilicet: di Sassari e del Logudoro], possano votare negli anzidetti Stamenti, Ecclesiastico, Militare e Reale, circa le deliberazioni sovra accennate, che dovranno prendersi in seguito alle risposte delle domande del Regno, primaché sapiano quale sia il voto, e il desiderio delle infrascritte Ville e loro abitanti“. Identico è l’Atto di redenzione di Ittiri e Uri del marzo. Qui emerge un tema dirompente quanto quello dell’eversione dei feudi: il superamento della rappresentanza per ceti di marca medievale, “il sovvertimento dei principi costitutivi degli antichi Stamenti” (Birocchi) in favore di un’assemblea generale. Prosegue l’atto di unione: “Non deesi in fatto prescindere dal far presente l’incongurneza per non dir l’assurdo, che da pochi soggetti si desse il voto in un affare cotanto sostanziale, contro la già dichiarata volontà, e protesta de’ committenti“. La pressione partecipativa raggiunge il limite oltre il quale c’è la trasformazione in Assemblea generale  dell’antico istituto parlamentare per ceti. Ma va sottolineata la conclusione del ragionamento: “Né con ciò si è pensato, né si pensa violare la politica fondamentale Costituzione del Regno“. Si vede qui la mano, anzi la testa di persone che conoscevano il dibattito sulle leggi fondamentali e sulla questione della loro intangibilità. Non era questa una problematica generalizzata fra i popolani “che pure partecipavano al giuramento”, “era opera di abili organizzatori”, che coinvolgevano notai e intellettuali per dare veste teorica e pratica alle loro aspirazioni espresse attraverso la mobilitazione e la lotta (Birocchi 144 ss.). E come non pensare che l’Angioy, ch’era da quelle parti come Alternos, ne fosse informato? Sappiamo anzi da testimonianze successive che ne era promotore. E’ questo un altro tassello per comprendere il progetto che Giommaria Angioy andava costruendo sul campo, trasfondendo in esso la sua cultura giuridica e la sua sapienza politica e quella delle teste pensanti più avanzate che gli stavano intorno. La lettera al vicerè e agli stamenti, tenuto conto che gli Strumenti di unione sui feudi contengono una proposta di riscatto a titolo oneroso e su base convenzionale, apre un vasto campo di trattativa, sul prezzo anzitutto, ma anche i tempi non ne erano fuori. Poteva essere prevista una fase di transizione. Angioy nella lettera dice in sostanza, trattiamo, c’è la proposta contenuta nei patti di unione, mettiamo le parti a confronto. Durante la trattativa i vassalli mantengono una mobilitazione di carattere difensivo. La fedeltà e la sottommissione alle istituzioni del Regno è però pacifica e manifesta. Si legge nell’Atto di redenzione di Ittiri-Uri “Finalmmente dichiarano di pienamente approvare come approvano e collaudano tutte le … petizioni e proposte inoltrate e da inoltrarsi a Sua Maestà a nome del Regno dai tre ordini rappresentanti” (ossia gli stamenti). E, più esplicitamente, dicono di appoggiare le cinque domande, ossia “esser l’unanime desiderio di tutti gli abitanti delle infrascritte Ville, quanto contengano le domande fatte alla prefatta Maestà Sua“. Di più si diconro “pronti e disposti a versare il loro sangue” per difendere “l’essenza della nostra costituzione per l’esatta osservanza e difesa della quale come di tutti i privilegi, usi e Leggi Fondamantali del Regno“. Angioy dunque propone un abboccamento per discutere della proposta di riscatto a giusto prezzo dei feudi offrendo in cambio il sostegno agli stamenti il sostegno sulle cinque domande. Una posizione ferma, ma non minacciosa, anzi ben allineata agli stamenti e alla Reale Udienza, come già avevano fatto pochi mesi prima nello sventare le mire sessionistiche di Sassari. Una offerta di compromesso in tre punti: unione con Cagliari (ribadita con nettezza negli atti di unione: preferiamo “piuttosto perire con Cagliari, che esser felici con Sassari nella nota insubordinazione“); appoggio delle cinque domande, con espunzione della salvaguardia dei feudi, da eliminare mediante riscatto; allargare la rappresentanza ai ceti fin ad allora esclusi, in caso di discussioni su questioni di loro interesse o d’interesse generale.
Chiariti i termini del compromesso e professata l’assoluta fedeltà alle autorità legittime, la palla passa dunque a Cagliari, agli stamenti prima che al viceré. La scelta è fra i barones e il fiore del Logudoro, ossia fra il sistema feudale, che ha affossato e deprime l’isola, e la sua eversione pacifica e a titolo oneroso, fra vecchi ceti privilegiati e un ceto dinamico, formato, come risulta dal nome dei firmatari la lettera da Oristano al vicerè, da appartenenti alla piccola nobiltà rurale, al clero non prebendato, professionisti e benestanti. Al vicerè, agli stamenti e alla Reale Udienza la decisione. Essendo escluso il popolo, che si era mobilitato nello scommiato dei piemontesi e dopo, la partita si gioca nelle istituzioni del Regno e il suo esito è rimesso agli orientamenti prevalenti nelle correnti in campo. Ora è scontato che lo stamento militare non ha la vocazione per il suicidio e non può, dunque, accettare la prospettiva di Angioy che, seppure col pagamento del riscatto, vuole sopprimere il sistema feudale. A questo punto è evidente che l’ala baronale moderata e quella integralista si riunificano a difesa del privilegio. Non vogliono mollare il loro privilegio neanche con un giusto indennizzo. Lo stamento ecclesiastico nelle sue alte sfere è più vicino alla nobiltà, l’esito sarebbe forse diverso de avesse voce il basso clero rurale, più vicino ai vassalli e generalmente organico al movimento antifeudale. Decisivo è perciò lo stamento reale, dove il ceto professionale, rappresentato da Cabras e Pintor, è posto davanti ad una decisione di portata storica: deve scegliere se mantenere il sistema feudale, seppure ricondotto nei limiti dei titoli originari di concessione, senza gli abusi successivi, oppure fare un salto e battersi per la loro eversione dietro giusto compenso, secondo l’offerta contenuta nei patti comunitativi. Per il ceto professionale cittadino è una scelta fra in progetto generale di trasformazione della Sardegna, cioè un progetto nazionale, che le apra le porte della modernità, e la conservazione del sistema economico-istituzionale di matrice medievale, secondo un piccino calcolo di bottega. Cabras e Pintor, che fanno affari col contenzioso feudale, mostrano tutta la loro pochezza intellettuale e limitano il loro ragionamento alla convenienza personale, cosicché l’intellettualità indipendente rimane minoritaria. Si dice che questa parte dei vecchi “novatori” tradisce Angioy, ma è proprio così? O è l’Angioy che fa un passo avanti in sintonia coi tempi e con i settori più dinamici della società sarda? Cabras e compagni abbandonano il vecchio programma dei c.d. novatori o rimangon entro quel perimetro, che intende solo moderare sa tirannia dei barones, ma non estirparla? Il progetto di Angioy, nell’interesse generale, vuole staccare il Regnum dall’Ancien Régime, Cabras e compagni volevano rimanerci?
Per rispondere a questi interrogativi bisogna parlare del clan Cabras, dell’avv. Vincenzo Cabras.

VI

Vincenzo Cabras, un democratico pentito o un conservatore coerente?

9 Agosto 20191 Commento[12]

 

 

 Andrea Pubusa

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Una delle figure più controverse del c.d. Ventennio rivoluzionario sardo è senz’altro l’avvocato Vincenzo Cabras. Fu un protagonista delle vicende di quegli anni ed ebbe un ruolo centrale nello scommiato dei piemontesi del 1794, nella formulazione delle 5 domande e nell’eliminazione di Pitzolo e Paliaccio nel 1795 e, ancora, nella fine dell’avventura di Giomaria Angioy. Insomma, fu un protagonista indiscusso del c.d. “triennio rivoluzionario”. Dagli scritti dell’epoca emerge una personalità ambiziosa e volta al notabiliato. Non a caso nel suo paese natio, Tonara, veniva chiamato, per i suoi atteggiamenti, il “quasi viceré ” e, al suo arrivo o alla sua partenza, nel paese venivano suonate le campane come si usava col vescovo. Questa sua indole si desume anche dal fatto che egli creò intorno alla sua numerosa famiglia (2 figli di primo letto e 13 figli di secondo) un vero e proprio clan, con generi e nipoti.  Con lui vissero anche i generi Carboni Borras ed Efisio Luigi Pintor che abitavano in due appartamenti del suo palazzo costituendo così quella “po­tenza” politica, chiamata dall’autore della Storia dei torbidi e da altri “la casa Cabras” ed il “partito del Dottor Cabras“. Questa sua propensione al protagonismo e al potere lo portò a ricoprire importanti cariche. Divenne membro dello Stamento reale, procuratore delle città di Sassari e di Castelsardo, assessore della Curia arcivesco­vile di Cagliari e della regia Vicaria, sinda­co capo di Stampace. Il suo partito si caratterizzò in questa fase per le rivendicazioni verso il piemontesi e una critica alle posizioni ultraconservatrici e reazionarie che avevano come riferimento la Corona, così da essere passato alla storia come uno dei principali ispiratori delle rivendicazioni popolari di quegli anni. Non a caso divenne il riferimento e guida di altri protagonisti di quelle vicende, primi fra tutti il genero Efisio Luigi Pintor e il notaio Vincenzo Sulis. Questa sua posizione di contrasto verso la fazione feudale, ultraconservatrice e reazionaria, spiega il suo arresto, con l’avvocato Bernardo Pintor, fratello di Efisio Luigi e marito della figlia Maria Josepha, il 28 aprile 1794. Il viceré Balbiano aveva avuto sentore di una imminente sommossa, che avrebbe dovuto in un primo tempo scoppiare il 4 maggio. L’insurrezione fu anticipata, perché scoperta, alla notte del 28. L’iniziativa, della quale il Cabras era reputato il princi­pale ispiratore, era stata organizzata in risposta al mancato accoglimento da parte del re delle cinque domande dei sardi, fra le quali un aspetto centrale era l’assegnazione, nell’isola delle cariche pubbliche, ai sardi. Anzi, come si è detto, questa era la novità contenuta nelle cinque domande, le quali per il resto, si limitavano a richiamare pienamente in vita le antiche prerogative del regno e i privilegi nobiliari, ecclesistici e feudali (purgati degli abusi illegittimamente introdotti in progresso di tempo dai barones). L’Avv. Cabras e il suo clan avevano favorito questo compromesso, ne erano stati parte e, dunque, erano fra i più accreditati pretendenti agli impieghi pubblici. Erano avvocati di successo, perofessionisti in vista. Perché ai piemonetesi e non a loro gli incarichi pubblici ben remunerati dell’isola? L’espulsione dei funzionari venu­ti da Torino era dunque un modo per “praticare l’obiettivo“, ossia eliminare dalla Sardegna i burocrati piemontesi, lasciando liberi i posti e gli stipendi. Al fondo di questa pretesa, c’era poi una rivendicazione di autonomia legata alla richiesta di rivitalizzazione degli antichi Stamenti in seno ai quali i novatori avevano una forte influenza. In quel clima di forte risentimento dei sardi verso i Savoia dopo la difesa del Regno dai francesi nel 1793, la mossa di Balbiano si rivela imprudente e del tutto errata. Decidere di arrestare l’avvocato Cabras ed il genero Efisio Luigi Pintor significava dare fuoco alle polveri. E così il popolo accor­se in armi in difesa degli arrestati. “L’avvocato figlio dell’arrestato Cabras - è scritto nella Storia de’ torbidi -, correva anch’egli come un forsennato per le contrade, con cuffia bianca in testa e fucile in spalla, animando il popolo a far partito contro il governo, a compiere in quel punto ciò che doveva eseguirsi nella sera a norma del combina­to piano, e dell’unione generale che doveva farsi nel campo del convento del Carmi­ne“. Gli insorti arrivavano sotto il Castello, bruciavano la Porta Cagliari, all’ingresso del Castello, disarmavano la truppa e arrivavano davanti al palazzo viceregio. Un tentativo di pacifi­cazione del giudice Giuseppe Valentino e del canonico Salvatore Mameli non ebbe alcun esito: la lotta si riaccese, le guardie reagirono, ma si arresero dopo la morte del loro comandante svizzero. L’unica via per calmare l’ira popolare era la liberazione dei due arrestati.A questo punto avviene una fatto apparentemente sorprendente, ma molto significativo. Il Cabras, liberato, si presentò, con Efisio Luigi Pintor, al viceré e ”gli si mostravano sottomessi, e stranieri alle ragioni dell’avvenuta catastrofe“. Insomma i due declinarono ogni loro funzione dirigente nell’insurrezione, attribuendola piuttosto all’insofferenza del popolo nei con­fronti dei piemontesi. Fu predisposto anche un Manifesto giustificativo, stilato dal figlio Antonio, in cui al popolo e solo a lui veniva attribuita l’iniziativa della rivolta. Insomma, secondo questa prospettazione, si trattò di una manifestazione di spontaneismo popolare, senza alcuna direzione politica. In realtà, il popolo era sì padrone della piazza, ma l’egemonia nella determinazione di quei fatti era senz’altro del ceto professionale, che puntava a ad un ruolo più importante e autonomo nell’isola. Questo spiega perché la masse popolari non uscirono dall’alveo tracciato dai novatori alla Cabras e così inneggiavano al re e alla nazione sarda e innalzavano insieme la bandiera reale e la bandiera sarda.La condotta tenuta dal clan Cabras in questa vicenda sembra mostrare due elementi importanti per comprendere quegli eventi. Anzitutto che la partecipazione popolare per quanto imponente e decisiva era politicamante subalterna alle istanze dei ceti professionali, che, invece in quella vicenda, riuscirono a chiamare a sostegno della loro linea i popolani, facendone massa di manovra per battere la fazione feudale integralista, ossia il partito conservatore e reazionario. I curiali moderati, infatti, controllavano l’assemblea stamentaria (soprattutto da quando, in luglio, questa aveva delegato le decisioni ad una “deputazione” ristretta, di cui faceva parte il Cabras) e contavano su di una base politica, che, staccata dall’entroterra contadino, poggiava sui ceti artigianali e sul sottoproletariato suburbano. In questi ambienti la famiglia Cabras aveva vaste radici clientelari, cui assegnavano il compito di contrastare gli attacchi delle forze feudali integraliste, ma anche di “smorzare le punte della politica angioiana” (Anatra). Il “partito del dr. Cabras” garantiva una linea mediana di autonomismo corporativo, contrastante con le correnti reazionarie, senza però  alcuna apertura alle rivendicazioni antifeudali e ancor meno alle suggestioni rivoluzionarie che provenivano dalla Francia. Questo spiega anche il favore del Cabras e del suo entourage al mantenimento in servizio delle compagnie miliziane e dei cacciatori, che assicuravano l’ordine in città dopo la parten­za dei piemontesi. I miliziani erano corpi armati al servizio delle comunità, che avevano sempre mantenuto una posizione moderata. Potevano tornare utili in caso la situazione sfuggisse di mano, come probabilmente accadde nei giorni del luglio 1795, ed erano una garanzia non solo nei riguardi dello strapotere dei feudatari, ma anche delle non impossibili insurrezioni popolari. Su di esse, del resto, aveva un ascendente indiscusso Vincenzo Sulis, che certo era parte del movimento per lo scommiato  e delle giornate del luglio 1795, ma era anche filomonarchico fino al midollo.Cabras in quel tempo col genero Efisio Luigi frequentava la casa di don Giovanni Maria Angioy ed il club che vi aveva sede, nel quale si riunivano quanti si opponevano alle idee reazionarie di Pitzolo e del marchese della Planargia, senza peraltro propendere ad alcuna apertura verso le idee della Grande Rivoluzione. Prevaleva l’idea di un Regno con posizioni preminenti dei sardi nell’Isola, con un temperamento degli abusi feudali, ma senza scosse democratiche. Nelle assemblee stamentarie Cabras e compagni facevano prevalere le proprie posizioni, con la loro oratoria travolgente. Se, dunque, nelle carte sequestrate il 6 luglio 1795 in casa del generale delle armi, Cabras era indicato fra i capi dell’emozione del­l’aprile del 1794 che hanno molti seguaci nel Magistrato e fuori di esso “per sostenere e promuovere l’anarchia”, è altrettanto vero che si tratta di un eccesso dei reazionari, che vedevano rivoluzionari dappertutto.In questa fase anche l’avvocato Salvato­re Cadeddu era vicino alle posizioni del Cabras come dimostra il fatto che questi ne sostenne la candidatura alla carica di primo consiglie­re civico, in sostituzione del dottor Lepori, deposto in seguito al tumulto popolare del 31 marzo del 1795. Il peso di questa fazione è comprovato anche da altri fatti. L’avv. Cabras, insieme a  E.L. Pintor e al notaio Vincenzo Sulis, esamina col viceré Vivalda il 30 giugno la situazio­ne creatasi all’arrivo del di­spaccio reale che impone la registrazione delle patenti dei sassaresi Andrea Flores, Antonio Sircana e Giuseppe Maria Fonta­na, nominati giudici della Sala civile della R.U.; tali nomine contrastavano le aspirazioni del Cabras e del Guirisi, proposti dal reggente Cavino Cocco come giudici. E’ evidente che il gruppo di Cabras apre una trattativa col viceré e mette sul tavolo la sua forza, ossia i suoi legami coi ceti popolari cagliaritani. Se la decisa contrarietà del Cabras faceva temere al viceré una rivolta popolare, l’altra parte, quella reazionaria, non era meno decisa a vincere la partita. In gioco non c’erano solo cariche importanti, ma i rapporti di forza fra le due fazioni e gli equilibri fra Cagliari, dove prevaleva il partito di Cabras, e Sassari, dove aveva più peso la fazione reazionaria. Il Paliaccio giocava pesante e chiedeva di poter arrestare, secondo il me­moriale del canonico Sisternes, una trenti­na di persone pericolose, tra le quale An­gioy, Cabras, Musso e Andrea Delorenzo. Come si vede, lo scontro era aperto e investiva gli assetti di potere non solo a Cagliari, ma nell’isola. Il viceré aveva ricevuto da Torino l’ordine di arrestare gli oppositori alle nomine, ma era titubante perché comunicare al generale delle armi questa reale determi­nazione, poteva provocare una nuova insurrezione come quella del 28 aprile. Il viceré non era neanche certo che tale ordine provenisse dal sovrano o almeno così sperava. Comunque il movimento di truppe verso il Castello, la predisposizione della sua dife­sa, la notizia dell’esistenza degli elenchi delle persone da arrestare insospettivano il popolo ed i novatori, che negli Stamenti, chiedevano, per tutta risposta, l’arresto del Pitzolo e del Paliaccio. In questo contesto di scontro senza esclusione di colpi, sembra credibile la Storia dei torbidi, laddove annovera Cabras fra gli ispiratori dell’uccisione del Pitzolo e del generale, ma non è per nulla convincente il movente, e cioè ch’essi volessero liberarsi dei due reazionari per poter così realizzare il loro progetto di costituire in Sardegna una repubblica sotto la protezione della Francia. In quel momento quella posizione, che fu poi enunciata da Angioy nel periodo dell’esilio parigino, non era di Cabras nè del Sulis e neanche di Angioy.La parte dei novatori, prevalente a Cagliari, si pone il problema di ribaltare i rapporti di forza a Sassari. Lo dimostra la convergenza con l’avvocato Mundula, democratico e repubblicano di Sassari, non solo su questioni specifiche come la nomina nella Reale Governazione dei due assessori Solis e Sotgia Mundula, sostenitori del partito predominante a Cagliari, ma anche su questioni più generali. Così il Cabras chiamò nel capoluogo il Mundula per decidere assieme il piano per domare i baro­ni del Capo di Sopra e ristabilire la pace nel regno. Cabras insomma si batteva  perché i baroni moderassero la tirannia ed esercitassero il potere senza abusarne come promise anche all’arcivescovo di Cagliari Vittorio Filippo Melano di Portula, delegato dagli Stamenti per perorare le richieste dei sardi dopo la vittoria sui francesi presso il re Vittorio Amedeo III.  Si voleva insomma dimostrare al sovrano che il partito di Cabras poteva garantire gli equilibri, scongiurando il ripetersi dei moti popolari degli anni precedenti. Cabras era, dunque, impegnato in questa opera volta a mediare per rafforzare la propria fazione, placando e prevenendo le ribellioni sempre latenti. E questa posizione spiega il suo contrasto verso le posizioni dell’Angioy, specie dopo l’occupazione di Sassari da parte di Mundula e Cilocco. L’avv. Cabras insieme al genero Efisio Pintor e ai propri seguaci ebbe un largo seguito negli Stamenti in seno ai quali sviluppò un’iniziativa volta, da un lato, a convincere il sovrano a concedere ai sardi i privilegi richiesti con le cinque domande, dall’altro la nomina di Angioy come Alternos con l’autorità politica, giudiziaria e militare del viceré e della Reale Udienza. Certo a Cabras e Pintor non doveva dispiacere di liberarsi di una personalità così ingombrante a Cagliari, ma in quel momento era revlente l’interesse a ottenere una vittoria sui feudatari integralisti del Sassarese e a scongiurare la secessione del Capo di Sopra. La loro opera di delegittimazione di Angioy negli ambienti sassa­resi è invece successiva ed è verosimilmente da collegarsi all’evoluzione dell’azione dell’Alternos verso posizioni decisamente antifeudali. Si può sppiegare così il sostegno aperto, nel marzo del 1796, del governatore di Alghero Carroz, che aveva vietato l’ingresso in città agli inviati di Angioy. Gli avvenimenti successivi sono rivelatori della posizione di casa Cabras. Quando Angioy si mette a capo delle forze antifeudali, Vincenzo Cabras ed Efisio Pintor si schierano apertamente contro di lui fino a chiederne l’8 giugno la destituzione e a deliberare una taglia sul suo capo. E così, quando Angioy lascia l’isola, Cabras diviene uno dei principali funzionari pubblici in Sardegna quale reggente dal 30 agosto 1796, e titolare dal 1799 de “l’Intendenza generale e la Conservatoria generale dell’insi­nuazione nel regno di Sardegna. Il genero Efisio Pintor capeggia nel giugno del 1796 una spedizione punitiva in Gallura, cingendo d’assedio Bono con l’intento di distruggerlo. Un obiettivo emblematico in quanto paese natale di Angioy. E il genero di Cabras mostra determinazione e ferocia. Il nome di Pintor è così immortalato nella poesia popolare come quello di un boia. “Cantu b’aiat  nos hana brujadu/tancas, binzas, e domos e carrelas/ e pro cussu Pintore est infamadu/ in sa Sardinia e in tota sa costera“. E così per indicare un luogo distrutto con violenza “Mancu chi che siada passadu Pintore“. Ancora per indicare persone con tendenze distruttive e vandaliche: “Sa vena ‘e Pintore ti ada bettadu“.Questi sono, come dicono i giuristi, “fatti concludenti”, ossia comportamenti dai quali si desume inequivocabilmente un indirizzo politico generale, un modo di porsi verso i ceti sociali. Non solo, la loro gravità e ferocia è tale da non poter essere frutto di una torsione imposta dagli eventi, ma espressione di un sentire più profondo. In realtà il “partito democratico” di Cabras appare una invenzione senza supporto nei fatti. Cabras e il suo entourage sono gli esponenti dei ceti professionali rampanti, bramosi di prebende e di guadagni, naturali avversari delle pretese integraliste della nobiltà e dei feudatari da un lato, ma anche delle rivendicazioni popolari dall’altro. C’è anche un orizzonte più generale, che colora in modo non puramente corporativo questa posizione, e cioè la domanda di autonomia che fa da sfondo alle loro pretese. L’egemonia del clan Cabras si manifesta sopratutto con la formulazione delle 5 domande e con lo “scommiato” nei quali mentre è palese la pretesa esclusiva di privilegi e impieghi ai ceti professionali sardi, è altrettanto palese l’avversione a qualsiasi obiettivo conseguentemente popolare sia della sanculotteria urbana sia delle masse rurali. E così Cabras e Pintor come prendono le distanze davanti al sovrano dalla mobilitazione popolare nei giorni dello scommiato, così concorrono alla destituzione dell’Alternos, alla sua caccia e s’incaricano della repressione violenta dei moti contadini dopo la sconfitta di Angioy. E per non mettere in pericolo la loro sete di prebende, non si vergognano nell’abbandonare gli amici caduti in disgrazia. Così Pintor rifiuta ripetutamente con scuse banali la difesa di Vincenzo Sulis, arrestato a tradimento, dopo ch’era stato sempre con loro nelle tormentate vicende di quegli anni, dal respingimenmto dei francesi nel 1793 allo scommiato del 1794, all’uccisione nel 1795 dei capi della fazione reazionaria, Pitozolo e Paliaccio.Taluni parlano di “partito dei ravveduti“, ma, a ben vedere, si tratta di una definizione impropria. Il conservatorismo del Cabras non fu una scelta dell’ultima ora: “educato col genero e col cognato alle tradizioni forensi, ben desiderava l’abbassamento dei feudatari, ma non la loro distruzione” (F. Sulis). C’è la testimonianza di un protagonista assoluto di quel periodo, Vincenzo Sulis, che nella sua autobiografia, a distanza di anni, parlando di sè, sintetizza la posizione di questa fazione.  Premesso che è sempre stato “impegnatissmo a sostenere i diritti e la corona […] del Sovrano“, prosegue: “la mia mira è sempre stata quella di doggettar tutti e sottopporre tutti alle legg, anche quelli che volevano scuoter questo giogo e darsi al partito dell’eguaglianza e della libertà”. Niente suggestioni giacobine, dunque. “…Unito col Magistrato e gli Stamenti […] facevo sì che la giustizia avesse il debito corso, che ogni particolare individuo non fosse pregiudicato nella persona e nei beni, che ogni nobile fosse riguardato come tale, che ogni feudatario fosse riconosciuto dai suoi vassali come tale e che fossero periò pagati i loro dirittia tenore delle loro giuste infeudazioni”. Poi prosegue ricordando d’essere intervenuto per “assoggettre i vassalli a pagare i diritti e costringerli all’ubbedienza e alle leggi del feudo“, ma anche per togliere di mezzo “certi abusi introdotti dal feudatario i danno e pregiudizio dei loro vassalli“. Questa è la linea del clan Cabras e dei loro seguaci, nella quale, come si vede, è centrale il rispetto delle leggi fondamentali del Regno nella loro versione originale, con l’aggiunta, nelle cinque domande, della rivendicazione della privativa per i sardi degli impieghi.
Non sono, dunque, i Cabras, i Pintor e i Sulis a modificare la loro posizione, ma Angioy e i suoi seguaci ad essere conseguenti nei loro propositi “riformatori”, a radicalizzare le loro posizioni, quando, nel pieno della rivolta, assumono la testa delle forze antifeudali, con l’intento di mutare l’ordinamento del Regno nella sua costituzione economica e istituzionale. Il partito patriottico si scinde drammaticamente fra monarchici conservatori e democratici in uno scontro che, come spesso avviene in questi casi, si manifesta non solo con le armi della dialettica, ma anche con la dialettica delle armi. Angioy viene messo al bando, Cabras e i suoi seguaci vengono a far parte dei gruppi referenti della Corona, ricompensati con cariche varie, nel nuovo sistema di “promiscuità” di sardi e piemontesi nell’accesso agli impieghi pubblici. Angioy nel suo memoriale del 1799 scrive che “…gli avvocati Cabras, Pintor, Tiragallo…sono tutti venduti agli inglesi“, che - com’è noto - proteggevano i porti sardi da eventuali incursioni  francesi, delineando così, attraverso i riferimenti internazionali, l’insanabile rottura in seno al partito patriottico sardo fra chi era per un feudalesimo temperato e chi voleva sopprimerlo, chi era per i decrpiti stamenti e chi preferiva ‘unassemblea generale. Angioy, nel memoriale del ‘99, ci dà anche un’altra preziosa indicazione. Pone l’avv. Salvatore Cadeddu fra i suoi riferimenti politici, delineando così il distacco del club di Palabanda dal “partito del dr. Cabras”. Si manifesta nelle tormentate vicende del triennio una radicalizzazione di Angioy, Cadeddu ed altri, coinvolti nella dura lotta delle forze antifeudali e sostenitori di essa, mentre il gruppo di Cabras non valica il recinto di un feudalesimo temperato. E se ne vedono i risultati: onori e impieghi per questi ultimi, la forca e la galera per i primi. Emblematica in questo contesto è la sorte di Vincenzo Sulis che si distingue dal clan Cabras per non aver mai voluto accettare onori e incarichi. Una libertà che i Savoia non erano disposti a tollerare neanche dal loro più fedele servitore, sopratutto se questo aveva una largo seguito popolare e di armati.
Ad una visione d’assieme, va corretta la valutazione delle forze in campo. Il partito patriottico, frutto dell’alleanza antifrancese del 1793, nel corso della lotta svela le sue tre anime, quella feudale integralista, quella conservatrice favorevole a un feudalesimo temperato e quella antifeudale. Queste ultime due convergono contro la prima a Cagliari nel luglio 1794-95 contro i reazionari cagliaritani e sassaresi, si dividono decisamente quando, momentaneamente battuti i primi, si deve affrontare la madre di tutte le questioni: la soppressione del feudalesimo. Di fronte a questo dilemma la parte conservatrice si riavvicina ai reazionari e insieme combattono gli antifeudali. L’inserimento di Cabras fra i “novatori” è un espediente verbale dei reazionari, cui accedono quanti annettono a tutto il triennio ‘93-96 un carattere rivoluzionario. Come giustificare l’aggettivo “rivoluzionario” ad un triennio egemonizzato da filofeudali con annessi e connessi? A ben vedere non lo hanno neppure i cento giorni di Angioy se si assume a parametro il travolgimento della monarchia a favore della repubblica, lo sono - come si vedrà - in riferimento all’ordinamento nel suo sistema economico-istituzionale con la rivendcazione di soppressione dei feudi e il superamento del parlamento cetuale in diirezione  di un’asseblea generale. In questo senso sono rivoluzionari i moti antifeudali nella versione matura che propone gli strumenti di unione e la partecipazione alle decisioni d’interesse generale e lo sarebbe il movimento delle città se non fosse egenonizzato, come a Cagliari dalle forze moderate.

VIII

Mundula e i teologi della liberazione dai feudi. L’accerchiamento della città di Sassari dalle campagne

Può apparire un paradosso, la vita e le qualità delle persone si capisce alla morte. Come in una sentenza. E’ il dispositivo che dice se hai vinto o hai perso, se sei stato vittorioso o perdente. Poi certo il fatto ci narra la vicenda su cui pende il giudizio e la motivazione ci spiega il dispositivo, ma è questo e questo solo ad essere decisivo. E così mentre Cabras, Pintor e soci assurgono a importanti e ben remunerati incarichi Gioachino Mundula, anche lui avvocato, muore esule a Parigi, poco prima l’avv. Fadda, il Petretto e Carta e più tardi il giovane medico Sini e l’avv. Devilla-Manca vengono impiccati dopo un processo farsa davanti a un collegio giudicante presieduto da Valentino e non molto tempo dopo Cilloco e Sanna Corda vengono ammazzati nel tentativo di instaurare la repubblica sarda, sbarcando dalla Corsica in Gallura.Questo il dispositivo, il fatto è ben noto e in parte lo abbiamo narrato. Muroni, il Fadda e gli altri erano dichiarati repubblicani e filofrancesi. Le loro colpe fondamentali erano quelle di avere con zelo eseguito, nel 1795, le direttive degli stamenti, della Reale Udienza e del vicerè. Anzitutto recandosi di villa in villa a pubblicare e illustrare il pregone del vicerè del 10 agosto, che il governatore di Sassari Santuccio aveva illegittimamente secretato, poi di avere conquistato Sassari, insieme a Cilloco, e di aver “con muy buena gracia e discretissima manera” arrestato e condotto a Cagliari il governatore Santuccio e l’arcivescovo Della Torre. A capo di qualche migliaio di armati non hanno consentito violenze, saccheggi e vendette. Avevano sventato per conto del vicerè e degli stamenti il tentativo di secessione di Sassari e l’intervento armato degli inglesi di lord Elliot in Sardegna. Gli armati al loro seguito furono perfino compensati dagli stamenti per mano di Pintor per il servizio reso al Regno nel restaurare la legalità. Cilloco e Mundula fecero persino una relazione agli organi di governo sullo svolgimento dei fatti e furono così ligi alle leggi umane e morali che consegnarono, con tanto di atto notarile, il tesoro del Marchese dell’Asinara al vicerè. E qui emerge un altro tratto distintivo di questo gruppo di intellettuali. L’assoluto disinteresse, l’impegno generoso e appassionato, senza riserve, per la causa. In un’epoca in cui far sparire una cassa, tanto più nel mezzo di fatti tumultuosi, era un gioco da ragazzi, come la storia passata (la cassa abbandonata dai francesi nel litorale di Quartu S.E. per esempio, mai ritrovata), presente e futura insegna, loro Mundula, Cilocco e compagni l’oro del Conte dell’Asinara lo consegnano alle autorità. Non pensano neanche di fare una cosa sensata e moralmente accettabile, utilizzare quel tesoro come cassa per le lotte future, non fanno la cosa più naturale requisire il maltolto del più becero dei feudatari per finanziare i moti contro di lui. Loro lasciano che sia Pintor, a nome degli stamenti, a dare un compenso agli armati al loro seguito, ma dalla cassa di don Antonio Manca non tolgono neanche un soldo. Mentre una parte dell’intellettualità professionale, con in testa l’avv. Cabras e compagni vedono nella sconfitta degli avversari l’abbattimento di concorrenti nell’accapparramento di incarichi, prebende e di onori, loro, svolto il loro dovere mell’interesse della nazione, tornano a casa per lottare ancora.Poi, loro repubblicani, servirono la monarchia dando manforte all’azione che l’Alternos svolse su incarico del vicerè e degli stamenti a Sassari e nel contado per ricondurre le ville alla calma. Indiduarono anche uno strumento per nulla violento i patti di unione per riscattare i feudi, cioè per pagarli al giusto prezzo. Un’azione di pacificazione con mezzi legali così legale che non ebbero esitazione a sottoscrivere la lettera che Giomaria Angioy inviò da Oristano al vicerè. Ci sono tutti, Muroni, Sanna Corda col fiore del Logudoro e non solo. Ci avevano messo la faccia del resto già prima recandosi nell’ottobre del 1795 a Cagliari per illustrare agli stamenti le gravi distorsioni del sistema feudale e gli abusi dei baroni. E non dovettero poi essere così eccessivi se il suo discorso è seguito con attenzione ed il Mundula alla fine è stato invitato “a sedere nel Consesso rispettabile“, mentre Sanna-Corda fu ammirato per il suo appassionato discorso e Muroni per la sua puntuale relazione in 15 punti sugli abusi del feudatario del suo paese, Conte di Villarios. In fondo, loro erano tutti lì, davanti alla massima autorità parlamentare del Regno, per manifestare il loro fermo impegno contro le iniziative secessioniste di Sassari, quelle sì illecite perché contro l’unità del Regnum.  E quando il Mundula torna a Sassari da Cagliari e Santuccio ne ordina l’arresto non sono gli stamenti a chiedere che gli atti processuali vengano rimessi a Cagliari? Lo si voleva sottrarre alla vendetta e ad una giustizia ingiusta, affidando l’istruttoria agli organi della capitale “per provvedersi a termini di ragione e giustizia tanto esigendo i riguardi dovuti a ciascun individuo“. E la sua opera contro il tentativo separatista dei baroni sassaresi è così apprezzata a Cagliari che Vincenzo Cabras e Efisio Pintor lo chiamarono nella capitale. E l’accoglinenza dovette essere amichevole se il Cabras lo invitò insieme ai suoi accompagnatori (il medico Gaspare Sini, il parroco di Florinas Sechi Bologna, gli avvocati Gavino Fadda, Solis ed altri) nella sua vigna per concertare l’azione per ricondurre Sassari alla legalità. Certo, durante il banchetto Mundula brindò alla repubblica e Pintor alla monarchia, ma in quel momento l’azione del Mundula e del gruppo sassarese era volta non a proclamare la repubblica, ma a salvaguardare l’unità del regno, tanto che la loro azione veniva concertata coi più autorevoli esponenti dello stamento reale, gli avvocati Cabras e Pintor, appunto.E cosa ci faceva lì un parroco, Sechi Bologna, rettore di Florinas? Qui viene in risalto un aspetto molto originale e suggestivo del gruppo degli intellettuali sassaresi: la teologia della liberazione è passata prima da quelle parti. Erano sacerdoti non solo Sechi Bologna, ma i fratelli Muroni di Semestene, Sanna Corda di Torralba, i fratello Aragonez, Michele Obino di S. Lussurgiu, Antonio Campus ed altri. L’opera di questi parroci è fondamentale per lo sviluppo dei moti antifeudali, sia per il radicamento sociale di questi ecclesiastici, sia per la loro capacità di diffondere il progetto antifeudale e le ragioni che lo sorreggono, sia per la capcità organizzativa. Non si possono spiegare gli strumenti di unione senza questa preziosa presenza culturale e  non si può spiegare  l’indirizzo della rabbia contadina verso un obiettivo di riforma, anziché lasciarlo alla classica e incontrollata jacquerie propria di queste sollevazioni rurali.Qui emerge anche un altro elemento, proprio degli intellettuali del Capo di Sopra e assente a Cagliari: il collegamento organico coi ceti popolari. Certo anche Cabras, Pintor e compagni ebbero nelle giornate della primavera del 1794 e per tutto il 1795 un collegamento stretto con i capipopolo e i sobborghi, ma fu un rapporto di egemonia fra soggetti che rimanevano in termini politici e sociali distinti ed estranei. Non è un caso che, dopo lo scommiato del 28 aprile 1794, il clan Cabras elabori un Manifesto giustificativo che addebita allo spontaneismo popolare la rivolta e gli eccessi, proclamando la loro estraneità ad essi, mentre Mundula e compagni sono organici al movimento sono parte di esso, vogliono esserlo e non lo nascondono. Guidano le masse rurali all’assalto di Sassari e vogliono esserci per dare sbocco politico e istituzionale ad un movimento che senza di loro non può andare al di là del solito saccheggio dei palazzi del potere o la vendetta nei riguardi dei barones. E chi più dei parroci è parte e anima dei moti feudali? Muroni e Sanna Corda girano armati non solo del vangelo, ma anche di pistole e fucili e partecipano agli scontri armati. Quando all’igresso di Macomer il filobaronale Salvatore Pinna oppone resistenza armata all’avanzata di Giomaria Angioy verso Cagliari, sono loro armi in pugno a richiamare i ribelli al rispetto dell’Alternos, ossia dell’autorità costituita, mentre questi è per la soluzione pacificaa e invita l’avv. Domenico Pinna suo seguace, fratello di Salvatore, a fare da mediatore.E di loro nessuno tradisce. Sono con Angioy sempre anche dopo Oristano nella rirata verso Sassari. Sono a Livorno e a Genova. A Parigi dove Mundula, in povertà sostenuto dalla generosità di Angioy, continua ad impegnarsi senza sosta per salvare i patrioti angioyani dal patibolo e dalle galere invocaando l’articolo 8 del Trattato di pace di Parigi e per convincere i francesi ad appoggiare uno sbarco nell’isola. Mundula si era recato a Mantova per parlare con Napoleone della questione sarda; non parla con lui, ma col suo delegato il corso Saliceti.La loro fedeltà all’Angioy è mirabile e tale è la loro disciplina. Mundula, Fadda, Sini e compagni sono repubblicani eppure stanno disciplinati con Angioy che repubblicano non è, anzi come Alternos e come giudice della Reale Udienza impersona l’autorità regia. Son con lui benché siano repubblicani da sempre, mentre Angioy lo diviene in Francia. E Angioy mostra d’essere ben consapevole di questo, quando scrive il suo memoriale al Direttorio nel 1799. Perché pensa che lo sbarco in Gallura non sia un’azione fochista alla Pisacane o alla Che Guevara? Perché sa che lì c’è una rete, ci sono i Muroni, i Sanna Corda, i Sechi Bologna pronti a chiamare le popolazione alla sollevazione. E proprio perché conosce il ruolo fondamentale di questo clero egli sottolinea la necessità del rispetto delle tradizioni anzitutto religiose dei sardi. Così l’intervento del corpo di spedizione francese non è una campagna militare di occupazione, quale era quella fallita nel 1793, è, nel 1799, il supporto necessario ad una sollevazione politica interna, lungamente preparata con capi popolari sardi riconosciuti e stimati. Basta leggere i nomi dei sottoscrittori della lettera inviata al vicerè da Oristano l’8 giugno per avere il senso di quale preziosa risorsa di intelligenza e di umanità, di quale forza di trasformazione egli avesse al suo seguito, il fiore del Logudoro e oltre. E’ in quest’azione dal basso, di accerchiamento delle città dalla campagna, in sintonia coi capipopolo e degli esponenti antifeudali delle città ch’egli conta di mantenere al contingente francese il compito di supportare nell’attacco e nei primi mesi un governo di sardi. Perché sa che i sardi hanno una classe dirigente pronta e all’altezza di un’azione di liberazione nazionale. Questa è per lui l’unica vera garanzia contro ogni ipotesi di annessione della Sardegna alla Francia.Emerge così con chiarezza un progetto di liberazione nazionale, che fino ad Oristano e a Casale puntava su una riforma interna del Regno. Successivamente, data l’ostilità degli organi di governo in carica, Angioy punta sul sovvertimento diretto da forze interne mediante un iniziale appoggio armato esterno per neutralizzare la forza del regime.Dicevamo che le qualità di una persona si comprendono in morte. Mundula al pari di Angioy muore povero in esilio. Molti dei loro seguaci vengono impiccati o condannati per mano di sardi. Efisio Pintor (Pintoreddu), da novatore si trasformò in massacratore degli angioyani. Nel suo epitafio potrebbe scriversi una parola sola, aggettivo e sostantivo insieme, “variabile” (Tola). Nella parte finale della sua vita divenne perfino podatario dei marchesati di Villacidro, Palmas, Musei ed Orani. Per delega del barone assenteista amministrava il feudo e riscuoteva con le buone o le cattive i tributi, quelli che i vassalli non volevano pagare.

 

VIII

La Repubblica sarda: il piano parigino di Giomaria Angioy, pensando alla marcia su Cagliari del 1796

 

Giomaria Angioy nel memoriale al governo francese del 1799 delinea un vero e proprio piano di invasione e conquista della Sardegna e delinea le forze in campo. Lo scritto costituisce un vero e proprio rapporto, abbastanza credibile perché l’autore, come Alternos, ha governato per alcuni mesi la parte settentrionale dell’isola e per l’attività politica svolta in precedenza è un ottimo conoscitore della realtà e delle forze in campo nella parte meridionale. Lo scritto, anche se rapprsenta la situazione in modo “ottimistico”, onde indurre il governo francese ad accogliere la proposta, è molto attendibile.Angioy mette al centro del rapporto la questione militare. Qui è evidente ch’egli tiene conto della sua sfortunata discesa verso Cagliari nel 1796. Lì ha giocato anzitutto la troppo rapida vittoria di Napoleone su Vittorio Amedeo III e l’Armistizio di Cherasco sottoscritto il 28 aprile 1796 che mise fine alle ostilità. L’armistizio fu sanzionato il 15 maggio 1796 con il Trattato di Parigi. Angioy nel memoriale sottolinea più volte che il suo progetto di discesa su Cagliari a capo delle forze antifeudali “avrebbe raggiunto il suo scopo se la guerra con il principe di Piemonte fosse durata due settimane in più nel mese di aprile 1796“. E’ facile immaginare lo sconcerto e il disorientamento fra gli angioyani già pronti alla marcia e i potenziali sostenitori alla notizia della chiusura dell ostilità, che manteneva la Sardegna sotto il dominio dei Savoia, senza imporre la soppressione del feudalesimo. Il segnale era ben chiaro: il re e le forze monarchiche avevano mano libera sulla questionel mantenimento dei feudi. I francesi ormai amici del Piemonte, al più, potevano essere chiamati a far da mediatori nella questione. Ma in questi momenti di scelte supreme, fatta eccezione di quanti sono schierati sull’uno o sull’altro fronte apertamente e convintamente, ciò che conta è la previsione. La massa indifferente e quella degli opportunisti non sale o scende dal carro prima di aver annusato l’aria e capito chi sono i probabili perdenti e quali i probabili vincitori. E qui ha ragione Giomaria se Vittorio Amedeo III fosse rimasto sotto il tiro dell’Armé per altre due settimane, l’ex Alternos avrebbe potuto giocare sull’incertezza del futuro dei Savoia e del contenuto dell’armistizio per scendere fino a Cagliari e ottenere la trattativa sulla proposta di riscatto dei feudi avanzata negli  strumenti di unione. Non solo non avrebbe avuto defezioni e contrasti, ma avrebbe probabilmente visto ingrossarsi le sue fila così da indurre il viceré e le forze stamentarie non reazionarie a vagliare le domande del movimento antifeudale.Ora, Angioy parte da questa convinzione e si dice “sicuro che questi abitanti non sono cambiati” “e che avendo luogo la spedizione” loro saranno con l’Angioy cosiché “il progetto sarà subito realizzato“. La certezza della neutralizzazione delle esili forze dei reazionari sarà molla che ridarà fiato alla sollevazione.Come si vede, l’impostazione non è neanche parzialmente di tipo fochista (alla Piasacane, per intenderci), ossia non si affida all’effetto del solo focolaio interno. Ritiene che le masse sarde non siano tanto forti da reggere da sole la lotta per la repubblica sarda, ma lo siano, facendo tesoro dell’esperienza del ‘96,  per essere vincenti col supporto di un un intervento militare diretto della Francia con la guida politica dei sardi e dello stesso Angioy. Solo così la ribellione potrebbe, con relativa velocità, estendersi come un incendio, giungendo alla sollevazione generale e alla conseguente caduta della monarchia sabauda. Angioy puntava dunque sulla base sociale delle campagne e dell’intellettualità, oltre che sulla sanculotteria, ma non la riteneva da sola sufficiente a raggiungere lo scopo. Occorreva un contingente militare francese e l’appoggio politico di quel governo.Due dunque gli assi su cui poggia il piano di Angioy: un corpo di spedizione francese e il deposito di progettualità politica e di mobilitazione manifestatosi nel ‘96 e non ancora debellato. Il programma nazionale enucleato dall’alternos, coi dovuti aggiornaenti alla mutata situazione e ai diversi obiettivi, è capace di coagulare un ampio movimento dal basso attorno ad un gruppo dirigente già formato ed esistente sul campo. La storiografia più attenta (Carta) ha messo in luce che molti angioyani nei ranghi della burocrazia e delle professioni, del basso clero, fra la sanculotteria cittadina e i vassalli delle campagne si manteneva in uno stato di attesa del ritorno di Angioy. E lo stesso Angioy nel memoriale indica un elenco non esaustivo di personalità pronte ad assumere il governo dell’isola. La guida politica infatti dev’essere solo interna: un governo provvisorio formato solo da sardi, 7 o 9. Questo è un segnale in due direzioni, verso i francesi e verso i sardi. La Repubblica sarda sarà governata dai sardi sotto il protettorato francese. Non una provincia francese, ma uno Stato pienamente sovrano, dunque, ancorché alleato della Francia rivoluzionaria. Questo governo provvisorio dovrà rassicurare i sardi anzitutto sulla loro indipendenza poi sul rispetto della loro religione, sul modo di vita e nelle loro proprietà. L’obiettivo è manifesto: “dissipare le paure e le inquietudini che il fanatismo e il dispotismo non hanno mai smesso di ispirare a proposito del nuovo ordine delle cose“. Angioy non dimentica che l’anima del movimento antifeudale sono stati i teologi della liberazione, i Muroni, i Sanna Corda, i Sechi Bologna, l’Arangonez.  C’è dunque da fare subito una campagna capillare d’informazione volta a neutralizzare la propaganda clericale e reazionaria sulle dissolutezze dei seguaci della Grande Rivoluzione. Angioy ben conosce il meccanismo, che funzionò alla perfezione a Cagliari durante l’attacco francese del 1793, mentre non ebbe alcun effetto nell’isola di S. Pietro, che non a caso pacificamente spalancò il porto alla flotta francese guidata politicamente da Buonarotti e proclamò la Repubblica.Quanto dev’essere numeroso il corpo di spedizione? Non molto. Tremila uomini di fanteria, tra cui qualche compagnia di artiglieeri e qualche ufficiale del genio sono più che sufficienti per la conquista della Sardegna dato che alla truppa si uniranno 20.000 uomini della parte settentrionale, ben armati e a cavallo”. E’ l’esercito contadino  delle due marce su Cagliari, che prima conquistò Sassari nell’inverno del 1795 e poi scortò l’alternos fino a Oristano la primavera successiva. Questo nucleo, secondo Angioy, avrebbe una forza di trascinamento. L’esercito sarebbe raddoppiato prima di arrivare a Cagliari, grazie agli abitanti della parte meridionale. Angioy confida nella sua influenza sulla cavalleria miliziana. Un corpo che in realtà diviso fra fedeltà conservatrici e aperture al nuovo come ebbe modo di constatare nella sua marcia verso Cagliari. Ma Angioy sembra annettere grande peso alla presenza del corpo di spedizione francese e all’ingrossamento delle fila dei repubblicani durante la marcia di avvicinamento verso Cagliari. L’alta probabilità di vittoria farà il resto, renderà sensibile la milizia agli ordini di Angioy. “Ci si può assicurare e ottenere tutto ciò tramite una sola circolare fatta dal sottoscritto ai capitani della cavalleria che si trovano nei villaggi, affinché si radunino tutti i membri di ciascuna compagnia“. L’esercito popolare è presto fatto: “I Sardi sono tutti armati e hanno sempre con sé le provviste di guerra e i tre quarti circa hanno ancora i loro cavalli“. L’accerchiamento di Cagliari dalla campagna può iniziare. Angioy nel mermoriale indica con precisione la direzione della marcia e i punti deboli della difesa della capitale. Truguet nel ‘93 perse proprio perché attaccò Cagliari dalla parte sbagliata, quella fortificata che dà sul golfo. Dall’interno invece la città è quasi senza difese e un’attacco da quel versante ha un altro effetto decisivo negli assedi:  interrompe l’approvvigionamento dei viveri. “Cagliari non è mai approvvigionata di beni di prima necessitàche per qulche giorno. Di conseguenza, intercettando le sue vie di comunicazione con l’interno della Sardegna, sarà obbligata ad aarrendersi“.C’è poi il fronte interno.”La presenza del re ha suscitato un malcontento pressocché generale sull’isola”. “…I partigiani della Rivoluzione francese, che sono numerosi e presenti in tutte le classi, asseconderanno gli sforzi e le operazioni degli assedianti“.Qui si torna all’ide di fondo di Angioy la Sardegna ha una classe dirigente pronta ad autogovernarsi ed ha un progetto di riforme economiche e istituzionali enucleato nel corso delle lotte del triennio e precisato fra la fine del ‘95 e la primavera del ‘96. E’ un progetto che risponde alle esigenze dei ceti dinaamici delle città e delle campagne ed è sorretto da un consenso popolare costretto al silenzio, ma pronto a risollevarsi. E’ su questo carattere nazionale del programma che Angioy confida. Le armi francesi sono lo strumento becessario per realizzarlo sotto la guida di una classe dirgente natzionale sarda.

IX

Angioy, la sconfitta del suo progetto e la nazione mancata

IX

Angioy, la sconfitta del suo progetto e la nazione mancata

In mancanza di elaborazioni scritte si può affermare che l’azione di Angioy consenta di enucleare per fatti concludenti il suo percorso e i suoi progetti? E se sì che natura hanno in rapporto alle altre opzioni in campo? Tralasciando le distorsioni storiche originarie, molto legate alla contingenza politica, che individuano in Angioy un sottile macchinatore di torbidi, “quella magagna di Angioy”  (Manno) o un rivoluzionario sfortunato, portatore dei principi dell’89 (Sulis), e badando semplicemente ai suoi atti e a quelli dei suoi compagni, si può pervenire a risultati non arbitrari. Si può, anzitutto, affermare che egli fu, in economia, un seguace delle nuove dottrine che ponevano al centro l’impresa capitalistica sul modello inaugurato in Inghilterra e in Francia e che andava estendosi al resto d’Europa. Lo attesta la sua attività imprenditoriale, con la quale dalla produzione del cotone in forme nuove era passato alla fabbrica di berrette e intendeva estenderla a quella dei filati. Sul piano economico e istituzionale era dunque per un superamento del sistema feudale in favore di un modo di produzione capitalistico in sintonia con le punte più avanzate d’Europa, comprese alcune aree del Nord Italia. Il sistema feudale appariva l’ostacolo maggiore a questa modernizzazione; di qui la necessità storica della sua radicale abolizione. Per raggiungere questo obiettivo nei suoi “cento giorni” da Alternos fece proprio lo strumento individuato dalle ville del Logudoro, i Patti di unione, che proponevano il riscatto a titolo oneroso dei feudi. Una proposta che implicava un accordo coi feudatari promosso e sanzionato dalle istituzioni del Regno oppure, in mancanza di adesione dei barones, una sanzione degli stamenti e del re.

Gli atti di unione, la mobilitazione che li produsse, la domanda, ch’essi esprimevano o contenevano, necessariamente poneva le basi per il superamento della rappresentanza per ceti in favore di una assemblea generale. Anche qui l’obiettivo non appariva inarrivabile e non c’era bisogno di rifarsi alla Francia rivoluzionaria, anche se quel vento soffiava forte in ogni luogo. La tendenza veniva dagli stessi stamenti nostrani, aperti nel vivo della battaglia ai rappresentati dei sobborghi cagliaritani e, tramite appositi inviti nel momento alto della lotta ai baroni separatisti di Sassari, ai rappresentati del Capo di Sopra. Che senso aveva e quale prospettiva apriva l’invito a Mundula, Sanna Corda, Muroni ed altri a intervenire in qualità di deputati dei loro territori agli stamenti nell’ottobre del 1975? Non era questa una rivendicazione contenuta nei patti di alleanza, dove si contestava che le questioni delle aree rurali potessero essere discusse e decise in organi formati da persone che rappresentavano tutt’altri interessi?

Orbene, da questi elementi indiscutibilmente e inequivocabilmente desumibili dall’azione di Angioy come imprenditore e come Alternos emerge un progetto di respiro generale, di natura nazionale, perché risponde agli interessi generali della Sardegna e dei sardi. In esso hanno risposta positiva e avanzata tutte le componenti dinamiche della società sarda e viene prefigurata una fuoriuscita dalle pastoie di stampo medievale. Cade il sistema feudale a favore di un sistema economico e istituzionale moderno, viene meno la divisione delle persone per ceti, nasce il cittadino e gli stamenti cedono il passo ad un’assemblea generale. In questa direzione è innegabile l’influsso del sommovimento francese, senza necessità di individuare una specifica e diretta intelligenza coi rivoluzionari parigini. Quando il mare viene scosso da un sommovimento eccezionale le onde si propagano in ogni dove e si producono tsunami grandi o piccoli anche in luoghi lontani, apparentemente senza collegamento col fenomeno scatenante. Qui non è il battito d’ali di una farfalla che produce l’uragano in terre lontane oltre il mare. Qui avviene il contrario, è l’ragano che muove più tenuemente l’aria anche in periferia. Il movimento che si riassume nel nome di Giomaria Angioy non è spiegabile se non nel contesto di quella scossa epocale, che coinvolse tutti, coscienti o no, favorevoli e contrari. Certo con l’Alternos nel Capo di sopra ci fu un gruppo dirigente d’alto profilo intellettuale e di eccezionale capacità organizzativa, di grande intuito strategico. Mundula, Cilloco e i teologi della liberazione dai feudi organizzarono un paziente lavoro di informazione, la tessitura di una rete di collegamento e di alleanze che prefigurano altri e ben più grandi fenomenti politici di là da venire. A voler essere più precisi, esaminando la storia delle ville e delle famiglie che si schierano con Angioy, scopriamo un lavorio antifrudale che rimonta al seicento e cresce pian piano insieme alla potenza di quelle famiglie e dei suoi rappresentanti colti, rettori di parrocchie e intellettuali, con un’accelerazione grazie alle riforme boginiane degli studi. Anche Angioy, in fondo, è il prodotto di questo humus culturale. Per questo i moti del Capo di Sopra non rispondono alla logica fochista (di Pisacane o del “Che” per capirci), si avvicinano di più all’idea di accerchiamento della città dalla campagna con basi di appoggio nei villaggi, pazientemente create, e con un esercito contadino consapevole e, per i tempi, mirabilmente disciplinato. La conquista di Sassari da parte di Mundula, Cilloco, Muroni, Sanna Corda e gli altri da questo punto di vista è un capolavoro, politico e militare, perché indirizza la forza alla realizzazione di un progetto generale, l’eversione dei feudi, la modifica delle istituzioni del regno sardo. Questo non le cinque domande è un progetto nazionale perché risponde agli interessi generali, perché apre le porte e anticipa il futuro in sintonia, seppure con peculiarità etno-storiche, coi movimenti che squassano il Vecchio Continente. Questo vuol dire Angioy al viceré e agli Stamenti quando comunica che con lui c’è il fiore del Logudoro, ossia che offre al viceré un accordo con la parte più dinamica della società contadina sulla base di una proposta pacifica di abolizione del sistema feudale.

Ora, se compariamo questa posizione con le altre emerse nel corso del c.d. triennio rivoluzionario, si coglie agevolmente la differenza. Il partito patriotico o meglio lo schieramento del ‘93 è ancora per i feudi e i privilegi e per la divisione in ceti. L’istituzione stamentaria non è in discussione. Le cinque domande anzi si propongono di mantenere il primo come parte non secondaria delle leggi fondamentali del regno e di confermare la seconda con la domanda di ripristino della cadenza decennale per la convocazione degli stamenti. Certamente il richiamo alle leggi fondamentali del Regno reca in sé un’aspirazione autonomistica verso la Dominante piemontese e verso la Corona, secondo quanto sancito nei Trattati, che hanno scandito la nascita e la vita del Regno di Sardegna. Delinea i tratti della c.d. monarchia mista, con una ripartizione di prerogative e poteri del Regnum intangibili anche dal re in quanto garantiti dalle leggi fondamentali aventi carattere pattizio perché frutto dei trattati. Ma, come è facile vedere, si tratta di istituti dell’antico regime, ormai dissonanti col vento nuovo che viene dalla Francia e pervade l’intero Vecchio Continente, creando fermenti, lotte e cambiamenti. Basta sfogliare il “Ragionamento giustificativo delle cinque domande del Regno di Sardegna dalle quali unicamente dipende il necessario risorgimento dello Stato coll’estirpazione degli abusi” per trovarci immersi in discipline e istituti che rimontano ad epoche lontane. La prima citazione contenuta in esso richiama la concessione dei Capitoli di Corte di re Alfonso del 31 ottobre del 1452, quarant’anni prima della scoperta dell’America, mentre ormai, in una parte del Nord del nuovo continente, in luogo di una colonia c’è già una repubblica sorta per via rivoluzionaria. E poi, sempre in un ambiente stantio, si rivendicano i privilegi dei feudatari e dei nobili, cui legare l’intellettualità delle università riformate dal Bogino, con la rivendicazione della privativa degli impieghi a favore dei sardi. In questo contesto anche la richiesta d’istituzione di un Consiglio di Stato a Cagliari e di un Ministero per gli affari della Sardegna non fuoriesce da quel clima da Vecchio Regime. Ora solo, astraendo dal merito delle cinque domande, si può enfatizzare lo spirito autonomistico che le pervade e vedervi un progetto generale, nazionale, per l’isola (Birocchi, Cardia). Se si guarda invece all’oggetto di esse non si può negare ch’esso è un atto rivendicativo a tutela di una piccola minoranza dei sardi ed esclude i ceti più dinamici e innovativi. La difesa dei privilegi dei feudatari e dei nobili e la pretesa della riserva degli impieghi ai soli ceti professionali, non ha respiro generale e nazionale poiché esclude gli interessi di cui sono portatori i protagonisti delle lotte nelle campagne e nelle città. Non è un caso che la sanculotteria cagliaritana nelle sue dieci domande agli stamenti della fine del 1795 pone altre rivendicazioni e e dei cinque punti avanzati al re dagli stamenti riprende solo ritualmente la parte relativa alla conferma dei privilegi. E gli strumenti di unione? Le richiamano genericamente tutte le domande al sovrano per ingraziarsi gli stamenti, ma le contraddicono proprio in due punti centrali, sul sistema feudale e sulla rappresentanza cetuale. Le cinque domande ne chiedono la conferma, gli atti di redenzione ne propongono il radicale superamento. Se mettiamo a confronto il Ragionamento giustificativo delle cinque domande con il contenuto degli strumenti di unione, se raffrontiamo l’impianto teorico che sta dietro l’uno e l’altro percepiamo di primo acchito di trovarci di fronte a elaborazioni, interessi e prospettive distanti qualche secolo. Gli uni con gli occhi rivolti al passato, gli altri proiettati nel futuro che avanza. E’ diverso lo spirito e i contesto in cui nascono. Gli atti di redenzione le fuoco del movimento, le cinque domande nelle stanze del potere. Gli uni nella mobilitazione per combattere le rendite parassitarie e la prepotenza legalizzata, gli altri la difesa di queste. Il carattere dirompente del progetto e del movimento angioyano sta esattamente nella rottura radicale del compromesso della coalizione patriottica, mettendo a nudo la convergenza degli interessi non solo della componente dei feudatari e dei nobili, cui si aggiungono quelli dell’intellettualità professionale alla Cabras. Questa nuova componente non è per l’eversione dei feudi, ma solo per una eliminazione degli abusi e con la pretesa di privativa nell’attribuzione degli impieghi, aggiorna ma non intacca il sistema. E se confrontiamo l’elaborazione e la pratica dei nostri teologi della liberazione con l’orizzonte dello stamento ecclesiastico, ci rendiamo inequivocabilmente conto di trovarci di fronte a mondi incomunicabili quanto lo possono essere quelli del prima e del dopo i grandi sommovimenti della Rivoluzione americana e di quella francese. Si va anche oltre. Non vi è nei nostri teologi rivoluzionari l’eco di teorizzazione più vicine a noi? Certo, anche in passato ci sono stati movimenti religiosi dalla parte del popolo, ma qui, più che dinnanzi ad una reviviscenza del passato, ci troviamo di fronte ad un’anticipazione del futuro. No, non pare una forzatura vedere nell’azione dei Muroni, Sanna Corda e compagni il «tentativo di interpretare la fede a partire dalla prassi storica concreta, sovversiva e liberatrice, dei poveri di questo mondo, delle classi oppresse, dei gruppi etnici disprezzati, delle culture emarginate» (Gutiérrez).

Il progetto del movimento di Angioy risponde agli interessi della generalità, non è un mosaico in cui trovano posto solo le caselle rispondenti ai ceti fino ad allora dominanti, secondo quanto tramandatoci dall’Antico Regime. Qui trova anche chiarimento l’erroneità della prospettiva storica di quanti hanno visto nei tragici giorni del maggio 1796 il consumarsi di un tradimento dei “novatori” alla Cabras e Pintor nei riguardi dell’ala angioyana. Certo, sul piano personale colpisce l’abbandono e l’accanimento contro Angioy e i suoi seguaci, colpisce che Pintor partecipi alla caccia del deposto Alternos e che poi guidi un’armata di regolari e delinquenti all’assalto di Bono, il paese di Angioy. Crea sgomento sapere che quella ferocia, al pari di quella usata nelle altre ville, abbia lasciato traccia perfino nei detti popolari. Per la ferocia, i saccheggi e le distruzioni “…Pintore est infamadu in sa Sardinia e in tota sa costera“. Ma anche queste condotte dimostrano ch’essi sono rimasti sempre se stessi, mentre Angioy, come avviene per i veri riformatori e i grandi rivoluzionari, modifica e adegua i suoi orientamenti e le sue azioni all’impetuoso evolversi degli eventi, prendendo lezione da essi nel turbine della lotta. E qui occorre un chiarimento: nel suo senso più largo e nella sua accezione politica la parola “rivoluzione” non implica necessariamente il ricorso a mezzi violenti, significa una trasformazione essenziale nell’ordine sociale e politico e dunque può essere prodotta anche legalmente. Ciò che è rilevante è che la trasformazione sia essenziale, per cui l’ordine nuovo che s’instaura, non si pone come lo sviluppo logico dell’ordine precedente, ma è in polemica con questo e a questo si contrappone per i principi nuovi che afferma e solitamente per la procedura che ne affretta in maniera imprevedibile il corso. La rivoluzione può pertanto essere violenta, cioè prodotto della forza, come può essere pacifica, con larghe possibilità intermedie (Crosa).Ora, come abbiamo sottolineato, l’azione di Angioy è rivoluzionaria, ancorchè tendenzialmente riformatrice, legale e pacifica, perché mira a instaurare un nuovo ordine sul piano economico, istituzionale e politico attraverso un processo accelerato che si fonda sulla spinta di grandi masse, sul superamento del feudalesimo e della rappresentanza per ceti.

Possiamo ora tornare alla domanda iniziale, quella che formò oggetto della polemica fra Lussu e Laconi. La Sardegna è una nazione mancata? La sconfitta di Giomaria Angioy contiene la risposta. Con la repressione del suo movimento viene affossato l’unico progetto di soggettività nazionale che la Sardegna abbia avanzato. Perché nazione non è solo comunione di lingua, storia, religione, è anche progetto e questo per essere comune non deve rispondere agli interessi di piccole parti della società, ma alle aspirazioni generali di esse avendo come metro l’inclusione degli interessi delle grandi masse. Del resto già secondo Sieyès[13] senza il terzo Stato la nazione non potrebbe esistere e senza di essa neanche lo Stato esisterebbe. Gli ordini privilegiati - diceva - sono qualcosa di esterno alla nazione. Minoranza infima e inutile. Ciò che lega una nazione non è dunque soltanto la comune origine storica, la lingua, i costumi o il territorio, ma la volontà degli individui, tutti ugualmente liberi. Volontà non alimentata da retaggi storici ma da sé stessa. Insomma, senza un’accettabile libertà dei ceti popolari non c’è nazione. E in Sardegna questo è ciò che voleva Angioy e il suo movimento e ciò che non hanno voluto, reprimendolo, i gruppi dirigenti sardi del tempo. Non c’è dubbio che Laconi coglie mirabilmente nel segno quando “nell’amaro rimpianto per la “nazione mancata”  vede il puntuale riflesso delle incertezze, delle contraddizioni intime, la debolezza organica di una classe che veramente può dirsi mancata al suo compito, e alla sua funzione storica, quale appunto la borghesia sarda“. E chi può negare che in quel drammatico passaggio della storia isolana la borghesia e l’intellettualità sarda sia mancata al suo compito, alla sua funzione storica? E chi può negare, con Lussu, ch’essa sia frutto ad una quasi innata propensione alla disunione? Forse meglio si può dire che ci fu uno scontro di classe durissimo e che la borghesia e l’intellettualità con un progetto nazionale è stata battuta. E non si può dire che questa parte non abbia avuto intelligenza e coraggio. Chi abbia la pazienza di leggere la storia dei moti antifeudali vede dischiudersi una storia di insuperabile drammaticità, di immenso coraggio e determinazione. Come non pensare ai fratelli Muroni, che, dopo la fuga con Angioy, tornano clandestinamente in Sardegna e iniziano un’azione di reclutamento nelle campagne per assalire di nuovo Sassari e liberare i prigionieri angioyani, mentre sul loro capo pendono taglie e promesse di impunità a banditi e malfattori che li consegnino vivi o morti alle forze regie. E perché Fadda, e compagni rientrano in Sardegna, confidando sull’articolo 8 del trattato di Parigi? Per combattere ancora. E quale prova più grande di generosità si può avere che l’”invasione” di Sanna Corda e Cilloco del 1802? Avventuristica sì (meno di quella di Pisacane), ma segno di infinito attaccamento alla causa e di amore per i sardi e la Sardegna. No, non si può dire che la parte democratica della Sardegna non abbia combattuto con coraggio per un progetto nazionale. Ma è stata battuta per mano di altri sardi più che per forza esterna. Questo giudizio può estendersi anche alla recente fase storica. Lussu e Laconi convergono  sulla centralità del movimento sardista e socialista, vedono in essi una consapevole irruzione nel moto storico della masse sarde e quindi il formarsi di una visione nazionale. Per l’uomo di Armungia si tratta di un’entrata in scena prorompente e senza precedenti, perché - a suo avviso - il moto angioyano durò lo spazio di un mattino, non lasciò tracce, col ritorno all’immobilità atavica e all’assenza di protagonismo dei sardi. Per Laconi invece, più correttamente, sono tanti fili solo apparentemente spezzati che si riannodano e vengono alla luce. Tuttavia, anche l’emergere dei movimenti socialista e sardista, non comprovano il formarsi di una coscienza nazionale dei sardi, anzi la negano poiché, nell’andamento carsico della storia sarda, si registra un nuovo interramento. Cosa sia e dove sia il movimento socialista o sardista oggi in Sardegna nessuno sa dire. Per la semplice ragione che non esiste. Stagione breve la loro, come brevi sono state quelle del Risorgimento e della Resistenza. Brevissima quella di Angioy, Mundula e compagni. Se il sogno di Angioy è morto prima di nascere, quello dei patrioti del primo e secondo risorgimento non è durato più di qualche decennio (Asor Rosa). A ben vedere la Sardegna non ha mai avuto una classe dirigente degna di questo nome, né borghese né popolare. Con Angioy, Mundula, Muroni, Sanna Corda, Obino e gli altri è stato bruciato, prima di dare i suoi frutti, il fiore, come con immagine delicata l’Alternos indicava gli esponenti del movimento antifeudale nella lettera al viceré da Oristano in quel drammatico 8 giugno del 1796.

Fonte: Democrazia Oggi



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