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Crollo del Muro: quale futuro la sinistra e il socialismo?

Gianfranco Sabattini

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A trent’anni dal crollo del Muro di Berlino, MicroMega (6/2019) ha posto alcune domande a “diverse personalità della cultura e della politica, italiane e straniere”, perché esprimessero il loro pensiero sul “significato di quell’evento per la sinistra in tutto il mondo e sul futuro stesso della sinistra”. A tal fine, tra le diverse domande formulate, particolare rilevo assumono quelle che sollecitavano gli interlocutori ad individuare le ragioni per cui “il dissenso al regime sovietico non è riuscito a egemonizzare la transizione alla democrazia in chiave di giustizia e di libertà”, indicando le cause della deriva e, in particolare, l’interpretazione dei fatti riguardo al modo in cui “il mondo di sinistra occidentale ha reagito al 1989”.
Le risposte delle personalità coinvolte non sono coincidenti, perché tutte hanno colto aspetti diversi della crisi della “Casa madre” dei Paesi dell’Est europeo; tra le risposte, di particolare interesse sono quelle formulate da Lucio Caracciolo, in “Una vittoria del capitalismo”, da Franceco ‘Pancho’ Pardi, in “La fine dell’URSS e il destino dell’uguaglianza”, da Ernesto Galli della Loggia, in “Prima e dopo la caduta”, e da Nancy Fraser (studiosa americana sul futuro del socialismo occidentale), in “Un socialismo per il XXI secolo (una conversazione della studiosa con Giorgio Fazio).
Secondo Caracciolo, il pensiero di sinistra non è riuscito ad egemonizzare la transizione dal regime sovietico alla “democrazia in chiave di giustizia e di libertà” perché l’uscita “da sinistra […] da un regime repressivo […] come quello allestito dai sovietici dopo il 1945 nei territori del loro impero era impossibile”; chi si era illuso che alla fine degli anni Ottanta del secolo scorso e nei primi anni Novanta, dal crollo dell’URSS “si sarebbe potuti passare a regimi democratici, aperti, ma con una forte connotazione social-laburista ha dovuto presto rassegnarsi all’impraticabilità di tanta transizione”.
Riguardo a un esito diverso, le sinistre occidentali (in particolare quelle comuniste e filocomuniste) non sono state lungimiranti; esse, infatti, colte di sorpresa e senza disporre di alcuna riflessine sul come sarebbe stato possibile riproporre i valori originari del socialismo affrancato dall’ideologia del regime comunista/sovietico, si sono limitati a guardare ai Paesi dell’Est europeo come a “entità per molti aspetti criticabili”, ma che alla fine appartenevano pur sempre “alla stessa famiglia”, per cui sarebbe stato inevitabile il loro avvicinamento ad un modello organizzativo più democratico della società; modello che le forze comuniste e filocomuniste dell’Europa occidentale mancavano però di indicare.
Retrospettivamente, perciò, conclude Caracciolo, si può dire che, all’indomani del crollo del Muro e della Cortina di ferro, hanno avuto ragione coloro che affermavano che, per i Paesi dell’Est europeo non si trattava di una vittoria della democrazia e della libertà sul totalitarismo, ma di quella del capitalismo sull’economia burocratizzata propria dell’Unione Sovietica; un esito, questo, determinato prevalentemente dall’aspirazione delle popolazioni dell’Est ad acquisire standard di vita occidentali, che è valsa a fare emergere nei governi dei loro Paesi il consolidarsi progressivo di atteggiamenti particolaristici e nazionalistici.
Il prevalere di tali atteggiamenti sulle “ceneri” dell’impero sovietico non è stato – secondo Pardi - casuale, perché il socialismo reale imposto per tanti anni ai Paesi dell’Est europeo ha prodotto danni persistenti sui valori autentici del socialismo, quale in particolare quello dell’uguaglianza; i danni hanno anche causato la crisi della sinistra non comunista, proprio perché il fallimento del socialismo reale imposto dall’URSS ai Paesi ricadenti all’interno del suo impero “ha reso opaco se non addirittura temibile il significato dell’uguaglianza”. Ne è prova il fatto che nei Paesi occidentali, le forze della sinistra democratica hanno privilegiato il ricorso alla sperimentazione di “terze vie”, rivelatesi nel tempo strumentali alla progressiva affermazione del capitalismo neoliberista.
Queste sperimentazioni, infatti, a parere di Pardi, hanno finito presto col trasformarsi in supporto del capitalismo globalizzato, trascurando l’unica via compatibile con il rispetto del valore dell’uguaglianza, ovvero quella suggerita dalla coniugazione del “costituzionalismo più rigoroso”, di Hans Kelsen, con la “gestione progressiva e lungimirante del ciclo economico”, suggerita da John Maynard Keynes. Aver trascurato questa possibile terza via è stata, per Pardi, la causa che ha impedito che al crollo del socialismo reale seguisse la possibilità di realizzare a livello globale regimi democratici in chiave di giustizia sociale.
La valutazione di quanto è accaduto nel 1989, perciò, conclude Pardi, può essere così sintetizzata: il socialismo reale aveva dato un impulso mondiale alla speranza di riscatto degli oppressi e degli sfruttati […], ma alla fine è stato disastroso nei confronti di sé stesso”; la sua affermazione nel corso del XX secolo potrà aver costretto le società occidentali ad economia di mercato ad essere democratiche e riformiste, assai più di quanto lo sarebbero state in sua assenza; alla fine però, il pensiero socialista e riformista occidentale, optando per l’adozione di terze vie consone al capitalismo neoliberista, ha consentito a quest’ultimo di “liberarsi dal fardello dello Stato sociale e di trarre nuovi vantaggi dall’utilità planetaria delle disuguaglianze”, attraverso a volte il sacrificio delle garanzie costituzionali.
La mancata egemonizzazione, da parte del pensiero della sinistra, della transizione dal socialismo reale alla democrazia e il discredito dell’idea stessa di socialismo non sono stati determinati solo dal fatto che il fallimento di quella forma di socialismo avesse “reso opaco se non addirittura temibile il significato dell’uguaglianza”; essi, in realtà, secondo Ernesto Galli della Loggia, prima ancora della negazione del valore della giustizia sociale, sono stati causati dalla “totale e mortificante oppressione” dei valori della sovranità e dell’identità nazionale”.
Il socialismo, nella specie di quello praticato nei Paesi dell’Est europeo, è stato “un tenue velo utilizzato per mascherare la realtà del dominio imperialistico russo”, che il fenomeno del dissenso è valso ad incrinare, promuovendo un “interesse storiografico” a conoscere le vicende della rivoluzione bolscevica scevra dalle ‘disattenzioni’ […] degli ossequiosi rispetti di un tempo”.
Si è trattato – afferma Galli della Loggia – di una scoperta della verità su cosa sia stato veramente il socialismo reale. Dall’implosione dell’URSS è emersa infatti la “grigia verità” sulle sue condizioni sociali ed economiche, che hanno offerto “la prova del carattere falso e utopico […] dell’assunto centrale del marxismo”, ovvero che la storia avrebbe dimostrato la superiorità del socialismo marxista sul capitalismo, principalmente sul terreno dell’economia; ma proprio su questo terreno, esso è risultato “clamorosamente perdente”. Dopo il crollo dell’URSS, la sinistra, soprattutto quella dei Paesi europei occidentali, oltre a perdere le sue ragioni storiche, ha perso anche, con il “disvelamento della realtà del ‘socialismo reale’”, le sue ragioni morali.
Dopo il crollo del Muro e l’implosione dell’Unione Sovietica – a parere di Galli della Loggia - può dunque dirsi che tra gli ultimi anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta del secolo scorso la sinistra, all’interno dei Paesi a regime democratico, abbia subito due sconfitte, che hanno segnato “la fine di tutta la sua vicenda novecentesca”: da un lato, la sinistra socialdemocratica non è stata in grado di opporsi criticamente all’avvento delle idee neoliberiste; dall’altro, quella comunista, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, “ha visto andare in frantumi […] anche l’ipotesi di riuscire a rappresentare in Occidente una via diversa […] rispetto a quella socialdemocratica”. Un’uguale, anche se differente, sconfitta ha quindi colpito ”tanto il riformismo che la rivoluzione: benché il primo sia avvenuto alla luce di un quieto tramonto, e la seconda invece tra il crolli di un autentico tramonto”.
Tuttavia, per Galli della Loggia, malgrado le due sconfitte subite dalle diverse anime della sinistra storica siano icontestabili, non è detto che ciò significhi anche una crisi irreversibile dell’idea socialista; ciò perchè tale idea, finche persisteranno disuguaglianze distributive e finché gli uomini avranno concezioni diverse su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, una sinistra di ispirazione socialista continuerà a sussistere e avrà molte probabilità di “riprendere il proprio cammino, sia pure in modi diversi da quelli del passato”; una diversità che non potrà manifestarsi che secondo due linee evolutive.
Galli della Loggia osserva che il socialismo del futuro, pur favorevole all’innovazione e al cambiamento, “dovrà tener sempre a mente il potenziale distruttivo – direttamente o indirettamente – di ogni innovazione”, valutando, come la storia insegna, che cambiare può a volte implicare un peggioramento, mentre “conservare anche modificando spesso vuol dire essere a favore del meglio”. In questo senso, riuscire a conservare, senza essere conservatori, e “ammansire” il progresso tecnico, senza essere luddisti, dovrà costituire uno dei principali campi di sfida per il socialismo del futuro.
In secondo luogo, l’idea socialista dovrà sempre essere propensa a difendere l’individuo e la persona, ”rifiutando l’individualismo come principio. Schierandosi cioè non solo in campo economico contro l’idea intimamente distruttiva che debba essere solo il singolo e la sua libertà il metro di ogni cosa; schierandosi contro la frantumazione dei legami sociali e comunitari verso cui la modernità occidentale sembra essere ineluttabilmente avviata”.
Si tratterà – conclude Galli della Loggia – di un programma certamente impegnativo per l’idea socialista del futuro; ma se essa vorrà significare ancora qualcosa, tale doppio impegno non potrà che apparirle ineludibile.
Conservare senza essere conservatori e rifiutare l’individualismo non basto, per Nancy Fraser, a definire il socialismo del futuro. Per la studiosa americana, il socialismo democratico dovrà prevedere anche un “controllo democratico del surplus sociale”, quindi l’impegno per consentire a chiunque, per diritto, la soddisfazione dei bisogni fondamentali; ciò, al fine di assicurare a tutti i cittadini “il tempo per dedicarsi alla partecipazione politica” e rimediare al fatto che esso (il tempo) nelle società democratiche capitalistiche moderne “viene rubato da un lavoro funzionalizzato all’accumulazione e all’appropriazione privata”.
L’idea socialista del futuro dovrà sottrarre ai “diritti di proprietà” il fine di rappresentare e regolare la difesa dei diritti della persona. In ultima istanza, nelle società democratiche capitalistiche, il socialismo del futuro dovrà tener conto della natura del regime politico; questa, oltre che sull’esercizio della sovranità popolare, dovrà essere fondata sul rispetto di un sistema di diritti e di garanzie costituzionali sanciti a difesa dell’individuo e della persona. Tutto ciò richiede la rimozione degli effetti disfunzionali delle disuguaglianze distributive attraverso il controllo politico della distribuzione, del prodotto sociale; come dire che, per difendere realmente la dignità del cittadino, il socialismo del futuro dovrà dissociare la distribuzione del “surplus sociale” dalla logica di funzionamento del sistema produttivo, più di quanto è sinora avvenuto con l’espansione orizzontale del sistema di sicurezza sociale vigente.

Fonte: Democrazia Oggi



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