Carbonia: l’imperativo categorico per le imprese è l’uso del carbone italiano

Gianna Lai

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Per assicurare ‘l’autosufficienza economica della nazione’, necessaria ad affrontare ‘l’iniquo assedio che tenta di soffocare il popolo italiano’, quella  ‘commedia delle sanzioni’, come così bene la definì  Ernesto Rossi in Padroni del vapore e fascismo, l’imperativo categorico è, per le imprese italiane, usare combustibili nazionali.
 Il carbone estero arriva nel nostro Paese prevalentemente dalla Germania,  per una media di 12milioni di tonnellate annue,  atte a soddisfarne, prima della guerra, il totale fabbisogno.  Gestito dal Monopolio statale delle importazioni di carbone, nelle mani delle Ferrovie dello Stato, a trarne larghi profitti, dice Pietro Grifone, sono direttamente i grossi importatori privati che, fungendo da commissionari del Monopolio stesso, arrivano a lucrare  dalle 8 fino alle 10 lire a tonnellata di combustibile venduto. Ora la  congiuntura di guerra, come già era avvenuto durante il primo conflitto mondiale, introduceva un mercato del carbone nazionale all’interno dell’approviggionamento di combustibile estero, così ben adatto, da sempre, ai nostri impianti industriali del Nord d’Italia. ‘La preferenza per i prodotti nazionali rispetto ai prodotti stranieri’, deve imporsi senza discutere, usare carbone italiano un ‘imperativo categorico’: primo obiettivo della politica autarchica, la ‘realizzazione della efficienza bellica della nazione’. Ed ancora, l’Italia avrebbe avuto, in poco tempo, il suo spazio ‘nel novero delle nazioni che dispongono di almeno 5milioni di tonnellate annue di combustibile fossile, per il raggiungimento dell’indipendenza nel  fabbisogno di materie prime fondamentali’. Ma se anche la stessa Azienda è in prima linea coinvolta nella propaganda del regime, ‘il Sulcis pienamente utilizzabile come carbone da vapore, in sostituzione del carbone importato’, non vengono per questo meno ‘le difficoltà che incontrano a usare Sulcis i nostri attuali impianti di combustione e di riscaldamento’, già descritte nella Relazione della Giunta generale del bilancio sul Disegno di legge istitutivo dell ‘ACaI, alla Camera dei fasci e delle corporazioni, fin dal 1935. E poi nelle relazioni prefettizie al Presidente del Consiglio, sull’uso dei  carboni nazionali, che  sottolineano la necessità di apportare radicali modifiche a forni e caldaie a vapore, altrimenti danneggiate dalle alte percentali di zolfo e ceneri contenute nel combustibile italiano, essendo ‘i carboni nazionali destinati alle caldaie a vapore, non adatti, allo stato attuale  della tecnica e della chimica, a tutti i bisogni’. Adatto invece il carbone italiano per le fabbriche di laterizi, mentre ‘zuccherifici, gazometri essicatoi per tabacchi ecc., dichiarano difficoltà tecniche  a causa delle forti quantità di zolfo, i cui gas danneggiano gli impianti’: così, secondo le Relazioni dei prefetti di Savona, Bergamo, Rovigo, Pescara, al Presidente del Consiglio dei  Ministri, sull’uso dei carboni nazionali, fin dal 1935.  Così,  secondo l’ingegner Ceccarelli al  Convegno indetto, sugli stessi temi, dal Collegio degli ingegneri di Milano: ‘a causa dell’alta presenza di zolfo i carboni italiani abbisognano di un processo di depurazione troppo costoso’. In realtà il Sulcis è ‘una merce talvolta combusta già quando passa in deposito prima del lavaggio’, ed è l’azienda stessa a denunciarlo, perciò spesso inutile, nonché costosissima, la revisione degli impianti, attraverso gli interventi della  Direzione combustione ACaI,  presso le grandi centrali termoelettriche di Roma, Livorno, Sampierdarena. E presso la cartiera di Burgo e  la Solvay di Rossignano, dopo che del tutto inutili furono i tentativi di adattamento dei bruciatori presso la centrale di Marghera e la Concenter di Genova. 
  Nel suo percorso da Sant’Antioco a Genova, il Sulcis è destinato  alle rivendite di combustibile per uso domestico, alla Marina, cui era già tuttavia successo di protestarne un ‘intera fornitura per la scarsa resa, a causa dell’alto tenore di zolfo e ceneri’ e, solo dopo l’entrata in funzione della laveria, che ne aumenta il potere calorifero, all’Italcementi, alla Solvay, all’Ilva di Porto Ferraio e all’Elettrica siciliana. Una  minima parte va alle Ferrovie dello Stato, essendo i locomotori sopratutto tarati per bruciare carboni esteri, mentre in Sardegna l’ACaI è fornitrice della SES, delle Ferrovie meridionali, dell’impianto di distillazione a Sant’Antioco e  di quello per la gasificazione a San Gavino. Molto alti i prezzi di vendita, essendo alto il costo di produzione,  151 lire una tonnellata di carbone sul mercato italiano nel 1935, 239 lire nel ‘39, contro le 14 lire sul mercato internazionale, come riportato nell’eloquente tabella dei prezzi  da Ernesto Rossi in Padroni del vapore e fascismo. E, seppure ribassati i prezzi nel ‘38, per agevolarne il piazzamento sul territorio nazionale, a incidere fortemente sulla vendita finale del combustibile continuano ad essere, in particolare, i noli marittimi, non possedendo l’ACaI piroscafi per il trasporto, pur se continua è la richiesta, da parte della direzione,  alle Corporazioni e al Ministro delle finanze, onde assicurare il caricamento di almeno 5mila tonnellate al giorno di carbone, istriano e sardo. Richiesta che avrebbe avuto seguito solo nel 1940, con  l’acquisto di un motoveliero e di un piroscafo, perciò, alle  già costosissime  iniziative  per l’impiego di Sulcis, si aggiungono ora quelle della sua commercializzazione, a garanzia, per i grossi gruppi privati, dei privilegi già acquisiti. Mentre il governo è impegnato a  finanziare  le industrie che, utilizzando combustibile nazionale, producono a costi superiori, sempre più cospicuo diviene il suo intervento a sostegno dell’ACaI, a sua volta impegnata  in una costosissima  commercializzazione del carbone nazionale, i cui debiti ammontano, già nell’esercizio 1937-1938, a ben 25 milioni di lire. Una miriade le società pubbliche e private, sue fiduciarie, direttamente coinvolte, la FACI, Associazione  nazionale controllo combustibile, che sovraintende allo sbarco, al ricarico e spedizione del carbone nazionale, spesso accusata dalla Confederazione di commercio di agire in condizione di monopolio, già a guerra iniziata. E la SICI, società per lo sviluppo e l’impiego dei carboni italiani, e la SACCI, Società anonima commercio carboni italiani, che promuove l’utilizzazione dei carboni Arsa e Sulcis attraverso l’installazione di nuovi impianti tecnici e la modifica degli esistenti,  nelle  industrie già predisposte a bruciare carbone estero. Un intreccio del tutto improprio fra commercializzazione e attività di intervento presso i vari  impianti industriali,  mentre continua a rivelarsi quasi sempre infruttuoso l’ampliamento delle peculiarità e competenze dell’Azienda, in particolare con la costruzione di 3 nuovi modelli di caldaie, il bruciatore Delta per caldaie Cornovaglia, fino a quel momento destinate all’uso di carboni esteri,  o con  l’acquisto di terreni nella zona di Apuania, dove sarebbero dovuti sorgere impianti di bricchettaggio per il carbone sardo. Inutili le proteste dei presidenti Segre e Vaselli, che considerano i privati ‘fonte di intralcio per la vendita del carbone’, e propongono di ‘eliminare il commercio intermediario’, per ’sviluppare la propria organizzazione di vendita  diretta’, come chiede già dal 1938 l’AcaI, e poi  ancora l’anno successivo, e poi ancora durante al guerra: i privati responsabili dell’aumento del costo del carbone al consumo, ‘avendo realizzato, i concessionari della vendita del carbone ACaI, il beneficio di 42 milioni di lire solo nel corso del 1942′.
Ma fortemente critici i giudizi dei presidenti anche sui vincoli che legano, nel  Sulcis, la produzione Carbosarda alla SES, impresa controllata dalla Società strade ferrate meridionali del gruppo Bastogi, holding elettrica della penisola, come la definisce Grifone, sanata dallo Stato  attraverso l’intervento dell’IRI, e quindi nuovamente ceduta ai privati, in un  sindacato formato da Pirelli, Fiat, Centrale, Montecationi, Edison, dall’Adriatica dell’elettricità  e dalle Assicurazioni generali. Detentrice, la SES, del monopolio per la produzione di energia elettrica nell’isola e  padrona della Società peschiera di Sant’Antioco, pressocché asservita alle sue esigenze risulta buona parte della produzione di Sulcis destinato alla Sardegna. A fronte delle continue difficoltà di approvvigionamento di energia elettrica da parte dell’Azienda Carboni Italiani che, scarseggiando l’erogazione,  si vedeva spesso costretta a ridurre il ritmo produttivo nelle  miniere del Sulcis.

References

  1. ^   (www.google.it)

Fonte: Democrazia Oggi

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